Me ne sto seduto al bar dell’Alemagna quando alle 9 in punto arriva Gianni con la sua Punto fiammante, in compagnia di un collega de La Verità e di Alessia, l’ufficio stampa. Gianni è un signore sulla settantina. Ha gli occhi azzurri, i capelli bianchi e lo sguardo fermo. Ha la voce asciutta, tipica del piemontese, è estremamente cordiale e ha tanta voglia di parlare. Di sapere chi siamo, cosa facciamo e di raccontare la sua storia. Da qualche mese è tornato a vivere a Sirmione, presso la Comunità Lautari, presieduta da Andrea Bonomelli. Nonostante aver distrutto un matrimonio e la sua famiglia per colpa del gioco d’azzardo, la ludopatia è tornata a bussargli alla porta. Ci è ricascato e per questo ha chiesto a sua figlia di fargli da amministratore di sostegno. Ha le mani callose, Gianni. Stringe il volante con forza e ha una guida nervosa, ma precisa. Sorpassa tutti in autostrada, non si salva nessuno. È una vera e propria scheggia. Infatti, partiti dalla Stazione Centrale di Milano verso le 9, alle 10 e mezza siamo sul lago di Sirmione, dove ha sede la Comunità Lautari. Siamo qui per conoscere questa grande casa di cura, fondata nel 1992 da Giovanni Bonomelli, padre di Andrea, che oggi la presiede. Lautari è una comunità terapeutica di orientamento pedagogico-riabilitativo specializzata nella disintossicazione e nella riabilitazione delle persone dipendenti da alcool e droghe. La permanenza nella struttura è gratuita e il percorso si basa anche sul lavoro e sul reinserimento sociale. Qui chi vuole combattere la propria dipendenza svolge una serie di colloqui con gli psicologi della struttura che, puntuali, sgamano ogni loro bugia e si assicurano che esista una forza di volontà sufficiente per affrontare il proprio personale purgatorio. Un percorso lento e lungo, estremamente faticoso. Almeno, così ci ha raccontato Davide, con cui abbiamo parlato a lungo in mezzo ai filari della tenuta immersa nel verde. Una storia, la sua, che svela anche quanta ignoranza ci sia attorno al tema delle dipendenze. È troppo facile dare del debole a un tossico, oppure a un alcolizzato, perché dietro a ogni vita sbagliata c’è tutto un mondo. Pieno di fattori imprevedibili, difficoltà inaspettate che la vita, con tanta nonchalance, ti presenta come unico pasto che puoi consumare. Lo stesso è il pensiero di Andrea Bonomelli, un uomo dallo sguardo limpido e integerrimo. Anche molto duro, se serve. Sua è l’iniziativa di una legge popolare che vada a rimuovere la tenuità del fatto per esiguità di sostanza stupefacente requisita a fine deterrente, per aumentare il timore della pena che, a suo dire, in Italia è molto bassa. Non è né di destra né di sinistra, dice, ma quando alla Festa del Toro, la festa della Comunità che si tiene nello splendido Borgo La Caccia, i politici di sinistra faticano a partecipare. D’altronde lui non è né per la liberalizzazione del gioco d’azzardo, né tantomeno per quella della cannabis ed è profondamente cattolico. La tenuta immersa nei campi in cui i ragazzi accolti dalla sua comunità lavorano è stata costruita alla fine degli anni Novanta, a partire da un’idea di Giovanni Bonomelli, con l’obiettivo di creare una realtà agricola e vinicola che avesse anche una funzione sociale e offrisse ai ragazzi della Comunità Lautari un luogo per il reinserimento lavorativo. Oggi Borgo La Caccia si estende per circa 90 ettari, con vigneti, attività agricole e spazi dedicati al lavoro dei ragazzi accolti dalla comunità. Nel Borgo La Caccia c’è anche un’enorme cantina sotterranea, dove viene prodotto l’ottimo vino bianco della tenuta. Qui abbiamo fatto due chiacchiere con Davide e con Andrea, che ci hanno raccontato la loro storia.
DAVIDE
Di dove sei, Davide?
Sono di Torino. Lavoravo da Bulletta al Pass in piazza Emanuele Filiberto.
Com’è che sei finito nel giro dell’alcolismo, della droga e dello spaccio?
Allora, diciamo che con quella buon'anima di mio cugino, quando ero ragazzino, ho iniziato a lavorare al bar. Lui già faceva uso di sostanze e spacciava. Mi sono lasciato tirare dentro. È stato facile. Mi piaceva quella vita. Poi ho smesso, poi ho ricominciato, poi di nuovo ho smesso. Ho avuto problemi con la giustizia, inerenti sempre appunto allo spaccio, le denunce. Poi ho smesso quando in realtà è nata mia figlia. Poi però ci sono ricaduto quando mi sono separato, quando le cose non andavano più bene. Ci sono ricaduto e ho continuato fino al 2014. Dopo di che ho di nuovo smesso perché mi ero accorto di aver toccato il fondo. Da solo sono riuscito a uscirne fino al periodo del Covid quando ho avuto una sorta di depressione. Non potevo più lavorare né al bar, né in discoteca e quindi sono andato in crisi. Ho ricominciato piano piano con l'alcol e, di conseguenza, con le sostanze per rifare dei soldi, fino al punto che sono stato male. Ho distrutto tutti i rapporti con la mia famiglia, quindi con mia madre, mia sorella. Da lì è iniziato il mio percorso. Non è semplice per chi ha fatto la vita fuori, un po' mondana, un po' borderline. Il 18 aprile, però, quando c'è stata la festa del Toro, quindi la festa della comunità, ho rincontrato mio figlia e ho iniziato a ricostruire dei rapporti sani anche con la mia famiglia.
Quanti anni ha tua figlia?
Ne fa 19 novembre.
Ah cavolo, quindi non è più una ragazzina. Tu quanti anni hai?
49. L’ho avuta a 30 anni. Queste sono le cose che mi danno la forza per andare avanti anche nei momenti in cui sono giù. Ci sono quei momenti in cui viene voglia di mollare, ma poi ti torna in mente di tutto quello che hai fatto passare agli altri e allora capisci che è giusto soffrire per recuperare quei rapporti.
Come mai sei venuto proprio qui e non sei andato altrove?
La Comunità Lautari è stata la prima ad avermi accolto e così ho iniziato il mio percorso. Sono in cucina da 21 mesi, sono referente cucina. Non è un settore che amo perché ho sempre fatto fatica a stare negli spazi chiusi, ma è quello che mi sta aiutando per risolvere alla radice le mie problematiche.
La vita mondana ti manca?
No. Con la comunità ho chiesto di poter tornare comunque per avere un po' di ossigeno, quindi mi hanno inserito nel gruppo degli eventi dove vado a fare il cameriere. Ho iniziato a fare gli open bar sempre negli eventi, tipo sabato scorso. Come barman, in passato, ho fatto l'open bar a bordo piscina con il DJ a fianco. Un mondo in cui la gente beve. Servivo gin tonic, qualsiasi tipo di drink, alla gente che magari si faceva pure.
Sei stato alcoolizzato perché facevi il barman?
Mi piaceva bere, mi piaceva sempre essere euforico. Cercavo l'euforia nel modo sbagliato e la felicità superficiale. Mi dicevo massì, tanto mia figlia ci sarà sempre. Tanto il lavoro, anche se qua non sto bene, lo trovo. Cadere e rialzarmi non mi spaventava, ma è la logica che mi ha portato qui: non ce la faccio più da solo e non ce la potrei mai fare da solo, ho bisogno di un aiuto da parte di qualcuno che ne sa qualcosina in più.
In che discoteche lavoravi?
Torino. Ho lavorato, allora, negli estivi un po' dappertutto, dal Lazard, dal White Moon. Ho lavorato al Pick Up, lavoravo anche per il K-Future Festival, per il Movement che era d'inverno, ho lavorato un po' per tutte le discoteche in Torino. E poi io ho avuto due locali.
La comunità ti sta salvando davvero?
Fuori c'è anche un mondo pieno di ipocrisie. Il tossico secondo me è l'ipocrita e il falso per eccellenza perché è difficile ammettere a sé stessi di guardarsi allo specchio e no, un problema. E io la chiamo adesso, dopo 21 mesi, la chiamo un po' una malattia cronica, nel senso che è difficilissimo uscirne. È una cosa che purtroppo, avendola conosciuta, ti porterai sempre dietro. Non è una cosa che puoi abbandonare. Non è che la metti in un cassetto, lo chiudi e cambi vita. Quel cassetto devi tenerlo sempre un po' aperto per ricordarti fino a dove ti ha portato la tossicodipendenza. Ammetterlo a sé stessi è dura. C'è chi ti dice: no, ma io la so gestire perché lo faccio una, due volte alla settimana. In realtà è lei che gestisce te.
Qual è il punto più basso che hai toccato?
Aver distrutto tutti i rapporti ed essere diventato bugiardo, oltre che con me stesso, con chi realmente mi vuole bene.
Qual’è stata la bugia più grave?
Farmi trovare con la sostanza in tasca da mia madre. Fin da ragazzino capitava mi trovasse degli spinelli. Io le dicevo che era del mio amico e lì lei chiudeva gli occhi, ma lì è stato molto brutto. Mi sono detto: “ma cosa stai facendo a questa povera donna che ha fatto di tutto per farmi stare bene?”. Purtroppo quando sei un tossico giochi sulla debolezza degli altri, sapendo che comunque ti vogliono talmente tanto bene che farebbero di tutto per venirti incontro. Bello, invece, è rivedere adesso mia madre. Ci siamo sentiti per il suo compleanno. Lei e mia sorella ad oggi mi guardano in faccia e dicono: finalmente vedo mio figlio con la faccia di mio figlio e non quella di un diavolo.
Tu hai perso tuo padre?
Io ho perso il papà che avevo a 16 anni e non so se questo può essere stato comunque anche questo un fattore che mi abbia portato in questa situazione. È mancato di cancro tra polmoni e cuore, perché fumava tanto. Aveva smesso anche lui da due anni. Mio padre era quello che comunque mi accompagnava sempre negli sport. Ho giocato anche a hockey su ghiaccio, ho fatto pugilato tanti anni, a calcio pure. Mi seguiva in tutto. Perdendo una figura così importante ho preso come figura importante mio cugino, che poi purtroppo è mancato anche lui, ma per droga. Mi sono fatto trascinare. Facile per gli altri dire che i tossici sono dei deboli. C’è sempre un contesto difficile dietro e sono tanti, tanti i fattori che ti portano a deragliare.
ANDREA BONOMELLI, presidente della Comunità Lautari
Come sei diventato presidente della Comunità Lautari?
Sono presente dal 1992 quando un gruppo di 10 ragazzi chiesero una mano a mio papà, che si occupava del settore industriale e aveva i cavalli.
Come si differenzia rispetto alle altre comunità più grandi, tipo San Patrignano?
Con San Patrignano siamo molto simili. Sia per la presa in carico, il livello di formazione e di responsabilità nell'attività di lavoro.
Questa legge popolare di cui voi siete promotori è, per certi versi, anche molto dura su certi punti, ad esempio sull’eliminazione della tenuità del fatto per esiguità di sostanza confiscata
Se dovessi andare in stazione con due dei ragazzi di questa comunità ci metterebbero pochi minuti a trovare uno spacciatore che poi gliela fornisce. Poi c'è anche il discorso delle carceri. Alcuni dei ragazzi che prendiamo in cura capita che ad un certo punto vogliano tornare in carcere perché là c'è la sostanza. C'è la droga in carcere, è una cosa normalissima, entra comunque, per quanto si faccia finita e niente. E’ un luogo di aggregazione del crimine.
Togliendo la quantità esigua, come da voi proposto, non c'è il rischio di essere controproducenti? Magari mandando dei giovani in carcere ed esporli ad un ambiente criminale?
E’ un modo per iniziare un percorso. In Italia non c'è tanta paura del reato. Forse più che il carcere sarebbe meglio un approccio ibrido. Il problema è che noi, come altre strutture ad esempio, possiamo accogliere al massimo tre persone a settimana. Quattro già è un po' tirata, perché poi la persona che entra bisogna essere seguita. Non siamo poi una clinica di assistenza sanitaria, dunque devono esserci anche delle condizioni fisiche idonee per chi si rivolge a noi. Se hai il piede rotto purtroppo non possiamo accoglierti. Poi ci sono diversi criteri, ma il primo di tutti è la forza di volontà: se uno vuole cambiare, noi lo prendiamo. I colloqui sono minimo 2. Bisogna capire bene di che soggetto si tratta. A volte raccontano anche un sacco di bugie, però li sgamiamo subito. E bene o male in 3 mesi uno entra in comunità, 2-3 mesi.
In cosa il governo dovrebbe fare di più?
Il governo dovrebbe fronteggiare con più forza le dipendenze, che sono tante. Guardiamo la ludopatia. Ci vuole più di una finanziaria. Non sono per la liberalizzazione, ma per il suo contenimento. Però, certo, sono meglio i casinò delle macchinette mangia soldi. Devi prendere una macchina e recarti in un luogo lontano. Il che può circoscrivere e disincentivare l’abitudine.
E della liberalizzazione della cannabis cosa ne pensi?
Sono contro. Spesso mi dicono che io sono di destra. A parte che io non sono né di destra né di sinistra, ma per chi è giusto e lavora bene. Quando facciamo la festa nostra nella comunità io invito destra e sinistra, tutti, perché la droga è l’unica cosa davvero democratica: colpisce il ricco, il povero, quello di destra. Ecco, però quelli di sinistra fanno molta fatica a venire. Il problema è che questa gente non capisce la radice del problema. Chi finisce dipendente dalla droga è perché viene da dei contesti così impregnati di dolore che la loro scelta di sospenderlo, quel dolore, è pienamente comprensibile. Ma bisogna aiutarli. Questo è il nostro lavoro.