Quelle gocce di cera bollente scivolano come lacrime su quelle dita tozze e annerite. Quelle mani tozze e annerite si lasciano ricoprire da quelle gocce di cera bollente che cadono copiose, e si sciolgono al fuoco della torcia che trattengono in silenzio. La luna piena in cielo si lascia avvolgere da sottili nubi grigie, come da una pelliccia di nebbia. Il vento umido e caldo turba quei fuochi, vessa quelle fiamme, quei 282 bracieri che sputano scintille e continuano a perdere copiose gocce di cera bollente, ma non si spengono. Né tanto meno fiatano quelle persone vestite di nero, una per fila, che ancora le trattengono nella silenziosa processione per Sergio Ramelli a Milano. È partita da Piazzale Gorini, appena calato il buio. "a rete, ragazzi, iniziamo" ha gridato un signore tarchiato e pelato, sulla sessantina. Ha un cranio con l'elmetto avvolto da famme infernali tatuato su uno dei due avambracci d'acciaio. Dall'impassibilità feroce della sua faccia da guerra alterna rapidi e inaspettati cambi d'espressione. Prima sorride, saluta, abbraccia, dà forti pacche sulle spalle ai ragazzi vestiti di nero che intanto si mettono in fila, poi però si volta serio e marziale, dà ordini a gran voce, pare quasi arrabbiato. Poi però torna sereno, fa un occhiolino a Luca Marsella che nel frattempo è giunto in piazzale Gorini. Gorgogliano elettroniche le radio degli agenti della digos, anche loro sono un po' tesi. C'è un'aria umida ed elettrica, carica di tensione. C'è un gran silenzio. Nessuno fiata. Il portavoce di Casapound ha un naso aquilino e gli occhi neri piccoli, sembra parecchio teso, lui e il suo sodale. Tutti sembrano parecchio tesi, tutti sono molto seri, tutti un po' arrabbiati e quei tricolori che sventolano in Punta alla processione sono dei tristi tricolori, magnetiche bandiere che trattengono il germe di una sconfitta e di un'impotenza. In lontananzo pare di udire il fischiettare di qualcuno. Non è possibile, è "bella ciao". Da dove arriva? Gli agenti si guardano l'uno con l'altro. Un cronista corre verso la melodia. Si leva qualche voce indignata. C'è forse uno scontro? No, non c'è nessuno. Ma la melodia partigiana viene proprio da quella via che si affaccia su Piazzale Gorini. Effettivamente è vero. È un signore che suona il flauto dalla finestra. Una finestra illuminata come tante altre dove tante sagome scure sono affacciate silenziose, come silenziosi guardiani di una giungla in cemento armati, appostati sugli alberi, fra i rami, ma non hanno le cerbottane. Falso allarme.
Intanto il fiume di uomini e donne vestiti di nero è arrivato in via Aselli, tappezzata dei manifesti rossi per Sergio Ramelli, dove una a una si accendono le torce. "Un ragazzo l'altra sera è venuto per strapparli via... Massacrato, hahaha". Ridacchia torvo un imponente signore con il barbone. Conversa con un uomo dai capelli bianchi e un po' abbronzato che tiene per il guinzaglio un piccolo bastardino. "Ciao Sergio", mormora una signora davanti al murales rosso porpora di via Paladini. Il corteo si ferma e le persone iniziano a prendere posizione, molto lentamente. I giornalisti, Appoggiati ad un marciapiede vengono fatti indietreggiare. "Non diamo fastidio a nessuno", abbozza un cronista per mantenere la visuale. "Non importa, decidiamo noi" risponde con voce ferma un omaccione. Piano piano il lungo corteo confluisce nella stretta via dove è stato ucciso Sergio Ramelli. Luca Marsella e i suoi tozzi sodali si piazzano davanti ai giornalisti per far passare la gente che nella via stretta, a piccole gocce riempie la via. Finito il via vai, rimane il silenzio. Al minimo bisbigliare dei giornalisti gli organizzatori si voltano, tesi, infastiditi da quelle che per loro sono delle mancanze di rispetto, delle provocazioni. Lo stallo dura a lungo, sono ormai le 10 e mezza di sera. Tra i cronisti qualcuno sbuffa, ma ecco che ad un tratto una scala si solleva, si appoggia al muro dove c'è la scritta "Ciao Sergio".
Un omino vi si arrampica e appende in punta al pilastro una corona funebre. Un alito di vento umido solleva le chiome degli alberi che avvolgono la via, illuminata da qualche lampione. "Camerati, attenti!" e all'unisono I piedi degli uomini (pelati) e donne vestiti di nero battono Al suolo come quelli di un esercito. "camerati, riposo". Qualche calda goccia di pioggia inizia a cadere dal cielo. "camerati!!", e oltre al braccio destro l'urlo muliebre del "presente" si solleva un potente muro di suono. Per 3 volte. Tutti aspettavano solo questo momento,cronisti inclusi. I saluti romani nell'era dei social sono una vera e propria manna dal cielo e macinano visualizzazioni alla grande. Sono molto importanti per i giornalisti i saluti romani, ma pure per i camerati. "Rompete Le righe". Anche se in una frazione di secondo tutta quella gravità, quella tensione, quel sospetto diffuso tra gli uomini di nero nei confronti di quel mondo fuori che dalla loro prospettiva li emargina, li tiene relegati nelle riserve come I pellerossa, si scioglie. Ritorna il sorriso su i loro volti, finalmente distesi. Ragazzi e ragazze dal cranio rasato si mettono in fila per porre un fiore sotto il murale, farsi un selfie, o una foto scattata dalla madre. Ci sono dei francesi che parlano di Bardella e di Meloni. "Criminali", grida una signora da una finestra. "Ma vai a cagare" risponde un signore enorme dalla mascella quadrata. Parte pure una pernacchia. Tutto quel magnetismo, quell'arroganza, quella solennità, s'infrange, come al solito, su di una pernacchia. Il vero scandalo non è il saluto romano, è la pernacchia.