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Siamo stati in mezzo agli scontri a Milano per le Olimpiadi e abbiamo capito che i veri “nemici dello Stato” non sono i centri sociali

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

  • Foto: Ansa

9 febbraio 2026

Siamo stati in mezzo agli scontri a Milano per le Olimpiadi e abbiamo capito che i veri “nemici dello Stato” non sono i centri sociali
“Hai la faccia da leghista”. Da Piazza Medaglie d’Oro alla tangenziale est, tra bande carnevalesche, bandiere palestinesi e giornalisti stranieri, il corteo contro le Olimpiadi scivola verso lo scontro: fumogeni, idranti e mitragliatrici di fuochi d’artificio. Ma l'imbecillità dei manifestanti non è il vero "nemico dello Stato"

Foto: Ansa

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

“Hai la faccia da leghista, si vede da lontano un miglio”. Ma vaff**o, non sono un leghista. “Bravo, ti credo, ma solo perché mi hai mandato aff**o”. Passare il test d’accesso per fare la rivoluzione non è stato poi così difficile. Giovanni è un tipo tutto sommato simpatico, un po’ arrabbiato con il mondo, con Israele, con le multinazionali. Sono un po’ tutti così da queste parti, non tutti simpatici come Giovanni. Infatti, dall’altro lato del ponte, nel cantiere aperto sotto la torre in costruzione che svetta sullo sfondo in un’inaspettata giornata di sole, qualcuno spara i primi petardi mentre viene appeso uno striscione contro le olimpiadi. Da dietro le grate del ponte che collega piazzale Lodi con via Brembo si vedono i soliti incappucciati di rosa con le pettorine catarifrangenti. Un abbigliamento già visto nelle passate proteste, una fra molte, quella che ha visto occupato il Pirellino di Manfredi Catella. Ad ogni modo tutto è iniziato con le migliori intenzioni in Piazza medaglie d’oro. Una foresta di larici in cartone che ricordano delle croci cristiane ortodosse con troppe braccia, in memoria dei larici caduti sotto la scure delle Insostenibili Olimpiadi. C’è pure la banda con tanto di rullanti, sassofoni, trombe, ballerine, ballerini conciati a festa con abiti carnevaleschi, ballano come in un rito apotropaico per scacciare lontano le forze maligne del capitalismo, il volto pitturato, gli abiti rossi e neri, probabilmente tifosi del Milan. Verso l’arco dell’antica porta Romana invece si raccolgono le bandiere della Palestina, per la liberazione di Hannoun, dove il discorso principale è la questione di Gaza e l’oppressione di Israele. In testa al fronte popolare, che intanto si allarga e si allunga, il furgoncino della rivoluzione si muove lento con a bordo le casse a cui son collegati microfono e musica.

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I larici di piazza Medaglie d'oro

A tratti passano canzoni allegre, altre malinconiche, tutta mia la città, maledetta primavera, sempre le stesse che vengono trasmesse in tutte le altre manifestazioni, ma a tratti irrompono come delle fiere inquietanti bordate di basso a tempo di metronomo come a ricordare a tutti che il corteo nazionale del 7 febbraio è il giorno della resa dei conti, un memento mori per i poliziotti in tenuta anti sommossa che, ancora senza casco, conducono il gregge che fino alla tangenziale est nei pressi di Corvetto non devierà mai dal tragitto prestabilito in accordo con la Digos. Il 7, tra l’altro simboleggia i peccati capitali e per l’inconscio, Freud insegna, nulla è casuale. In più si contano una cinquantina di testate giornalistiche straniere. Dalla Cina al Giappone, fino a Fox News. Un’occasione più unica che rara per un saboteur oppure un rivoluzionario qualsiasi di ottenere una promozione. Spuntano cartelli fra i più disparati, uno fra tutti è quello su cui c’è Trump con la bocca aperta a mo’ di gabinetto e accanto la scritta “pedofilo stupratore la tua gestapo non la vogliamo”, ma anche cartelli su cui c’è scritto “Hannoun libero”, nella parte bassa del corteo, composto perlopiù da bandiere della Palestina. Il furgoncino, a mano a mano si ferma, qualcuno parla, dice cose contro le Olimpiadi, e poi si riparte. Passato il ponte di via Brembo, il corteo fa tappa in Piazza Bonomelli. La gente si affaccia dai balconi, sono per lo più signori anziani della classe media. Il quartiere Brenta, d’altronde è un ibrido tra la sexy Porta Romana e Corvetto, dunque un luogo nella norma, via. Giovanni, il signore che prima mi ha dato del leghista, si rivolge, a una coppia di signori affacciati alla finestra. Offre loro in regalo una bandiera della Palestina. “Abbiamo già quella dell’Inter”. E lui allora “ma dai, ve la regalo!”. Niente da fare, e allora 3,2,1: “fascisti di merda, israeliani del c**o, come si fa restare indifferenti dopo che sono stati uccisi 50mila bambini?”. Ha solo un brutto carattere, Giovanni, ha tra i cinquanta e i sessant’anni, la faccia bianca piena di rughe spinge una mountain bike, la kefiah a mo’ di sciarpa, porta gli occhiali da sole e indossa una felpa nera con il cappuccio. Ha solo un carattere un po’ forte, da prendere a piccole dosi e poi in fin dei conti quei due signori avrebbero anche potuto farlo contento a Giovanni. Non sono tutti de core come lui. Giovanni, infatti si mette a litigare con un ragazzo di idee più moderate che insieme ad un amico lo deride mentre si beve una lattina da mezzo litro di tiepida birra Carintia. Giovanni lo minaccia “io non bevo alcol e non mi drogo a differenza tua, amico non fottere con un Mujaheddin”. Chissà qual è stata la vita passata di Giovanni, chissà. E’ tutto abbastanza tragicomico.

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Petardi, fumogeni e striscioni in via Brembo

Mentre va in onda l’alterco un agente della Digos si avvicina velocemente ad un cumulo di monnezza e ne estrae due pesanti barre di ferro, potenziali armi, e le sposta lontano. Tra i giornalisti si continua a sperare che tutto vada per il meglio. Tragedia sarebbe dover starsene in giro fino a notte tarda, perché si sa, questi scontri duran finché possono durare. Però si vede che comunque sono tutti un po’ stanchi. Sono le 5, già due ore di camminata, son due giorni che si fanno cortei. Il giorno precedente la stessa gente ha sfilato nel quartiere di Sansiro dalle 6 alle 9 di sera. Un corteo, quello del giorno precedente decisamente meno partecipato, appena qualche centinaio di persone. Gente di quartiere che teneva per mano i figli, gente di quartiere. Figli che poi ogni tanto pigliavano il microfono della rivoluzione e gridavano con candore “Israele vaff**o col c**o in c**o”. Tutta questa moda delle parolacce va detto, è colpa degli americani e dei loro polpettoni che ci andiamo a guardare al cinema. A San Siro gli inquilini delle case popolari tra le mura tatuate di graffiti firmati dal Comitato Abitanti Sansiro si affacciavano alle finestre, ma erano tutti uomini senza volto, sagome scure che si stagliano nella luce sparsa dai lampadari e dagli abatjour accesi dentro quelle piccole case dall’intonaco scrostato, tatuato di graffiti. Di alcune sagome s’illuminava il volto vagamente di arancione per il riattizzarsi del braciere di una sigaretta portata alle labbra con gesto misurato. I bambini giocavano a pallone e si affacciano dalle inferriate dei cancelli ridendo. Era forse per loro una grande festa, una scusa per restare svegli un po’ più del solito e si aggrappavano con le loro piccole mani alle barre arrugginite dei cancelli, tenuti chiusi di fronte ad un aborto di rivoluzione. I proprietari cinesi di un bar insieme ai loro figli osservavano divertiti il corteo da dietro la vetrina come si osservano da dietro il vetro protettivo gli animali selvaggi che si agitano in uno zoo. Ad ogni modo, il giorno dopo, la stessa gente con più o meno 9500 ospiti in più non sentono la stanchezza nelle gambe e riprendono a camminare da dove li avevamo lasciati, in piazza Bonomelli. Alla volta del Mercato Comunale di Corvetto. “Finché non sono violenti ognuno è libero di dire quel che vuole”, commenta un vecchietto che osserva anche lui divertito come i baristi cinesi di quel bar a San Siro. Si regge su due stampelle, ha gli occhi azzurri, i capelli bianchi e una coppola. Quando sorride, sorride con un dente solo, l’unico che gli è rimasto. Ma tutto questo alla stampa internazionale, Fox news, televisioni cinesi e tanto altro, non interessa. Infatti, tempo dieci minuti e sul tetto in lamiere arrugginite del fatiscente Mercato Comunale salgono un po’ di manifestanti che accendono razzi segnalatori rossi che fanno un gran fumo, anche qui appendono degli striscioni e iniziano a criticare la scelta di costruire uno studentato di lusso nel cuore di un quartiere popolare. Lo studentato di cui parlano si affaccia su quella piazza, e gli studenti che abitano quella struttura attirati dal rumore si affacciano chi in ciabatte, chi in accappatoio dai balconi.

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Il mercato comunale di Corvetto okkupato

Anche loro sono delle sagome lontane, si vede solo che alcuni tirano fuori i telefonini, fanno video, altri fanno di sì con la testa, chi dà segni di consenso agitando il pugno in aria in segno di solidarietà, ma probabilmente perché non riescono ad udire le parole dei ragazzi che li criticano aspramente in quanto privilegiati nel bel mezzo di un quartiere a bassissima fascia di reddito. E’ il quartiere dove il giovane Ramy è morto a bordo di un motorino in fuga da una gazzella dei Carabineri. Sulle mura delle case popolari in via Giacinto Mompiani insolitamente vuote alle porte dei cancelli, ricorre più volte il graffito del suo nome, accanto ai panni stesi ai fili tesi dagli stretti balconi e alle scritte antifasciste. Un giornalista straniero con un Fedora beige da investigatore privato e la targhetta press sul trench osserva il tutto da dietro i suoi occhiali con lo sguardo dell’antropologo e dello straniero allo stesso tempo affascinato e inquietato dall’organizzazione tribale della società italiana. E quelli che ad un certo punto hanno sparato i botti di capodanno contro la polizia, forse lo sanno, forse lo ignorano, ma ad ogni modo lo sfruttano. Agli stranieri piace il folklore e in fin dei conti manca poco alla resa dei conti. Giunti alla fine della via c’è l’imbocco alla tangenziale est di Milano che conduce allo stadio di San Siro. Quello è il limite massimo concesso dalla polizia che ora, indossa i caschi e si prepara. La Meloni ieri ha rilanciato sui suoi social i video delle proteste definendo chi si è poi scontrato con la polizia “nemico dello stato”. Un termine molto forte, ma d’altronde è un gioco serio, quello della “rivoluzione” che tutti prendono sul serio. Tutto si muove abbastanza velocemente. Il corteo che si ferma, ragazzi che si tirano su il passamontagna e che alcuni imbracciano uno strano aggeggio.

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Universitari affacciati dalle finestre dello studentato "di lusso" nel centro di Corvetto

Sembra un radiatore quadrato con tanti piccoli tubi che spuntano dalla superficie più larga. Intanto è già pronto il blindato blu con tanto d’idrante. Si schiera l’artiglieria. Il marchingegno imbracciato dai manifestanti, invece, è una mitragliatrice di fuochi d’artificio. Si vede anche nei video ormai virali in tutto il mondo ed è un’invenzione recente che piace molto ai giornalisti, un po’ meno ai poliziotti. Tutte quelle stelle filanti confondono le idee e perlomeno scottano la pelle. E’ diventata piuttosto nota in tutto il mondo a partire da un video delle proteste di qualche anno fa in Georgia, dove un tipo con in mano una sorta di stufetta spara alla polizia dei razzi colorati, fuochi d’artificio insomma. E infatti il risultato è pazzesco. Alcune stelle di fuoco, oltre ad illuminare le botte da orbi tra i caschi blu, i manganelli e gli incappucciati, finiscono in faccia ai giornalisti, s’infilano sotto le visiere di plastica del casco dei poliziotti. E mentre per tenere lontano i nemici dello stato il blindato spruzza il potente getto d’acqua gelida, l’aria si riempie di petricore misto all’odore di zolfo e fosforo dei fumogeni che intanto appestano l’aria. I poliziotti, sempre più confusi devono fare il loro lavoro, si avvicinano e menano. Non è che i manifestanti si sottraggano alla cosa, anzi. Sembra che godano di farsi manganellare. Di questi tempi il sadismo subito e inferto pare essere la norma, Epstein Files docet. Una giornata molto lunga, si vede che i poliziotti sono stanchi. Dev’essere parecchio faticoso alzare ed abbassare il braccio per manganellare e nel frattempo tenere fermo lo scudo, difendersi dai mattoni che arrivano in volo in mezzo a tutta quell’esplosione di stelle luminose. E’ tutto così ridicolo visto da fuori. Giornalisti che tentano di avvicinarsi e vengono ricacciati dalla polizia che ha già abbastanza da fare, altri che vengono vessati dai manifestanti come servi del potere. Si vede un po’ di tutto. La polizia arretra, poi avanza e alla fine la tangenziale è salva. La polizia ha dovuto manganellare un po’, ma è riuscita in qualche modo a trattenere tutti i manifestanti dal raggiungere la loro meta.

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Manganelli e fuochi d'artificio Foto Ansa

Ora la via piena di ristoranti è affollata delle camionette della polizia con i lampeggianti accesi. Sembrano le luci degli alberi di tante navi ferme all’orizzonte. Se chi ha combattuto o è stato fermato e arrestato, chi è libero si affolla sulle banchine alla fermata del tram per tornarsene a casa, coppiette per mano se ne vanno verso il sabato sera e i poliziotti logori si avviano verso le pizzerie per farsi un boccone. Manganellare fa venire una certa fame e il clima è quello che si respira dopo una partita di rugby, quando gli atleti tutti insieme vanno a cenna e si ubriacano festeggiando una vittoria. E’ una partita tutto sommato leale, nella quale però, ogni tanto s’infiltra qualcuno, probabilmente d’oltreconfine per non dire d’oltre cortina. La questione del sabotaggio ferroviario di ieri difficile capire se abbia davvero a che fare con gli scontri di sabato. Somiglia più a qualcosa che ha a che fare con tattiche di guerra ibrida implementate da chissà contro gli interessi della nostra nazione che sta ospitando le Olimpiadi e alla quale qualche potente del mondo impegnato in una guerra non può partecipare. La questione del sabotaggio ferroviario, per altro ricorda quanto è accaduto in Spagna qualche tempo fa, dove in pochi giorni vi sono stati una serie di incidenti gravissimi con un bilancio altissimo di morti. Qui non è ancora accaduto nulla del genere, ma ecco, finché resta tutto in famiglia non c’è problema, ma ora che poliziotti e antifascisti si sono detti tutto quello che dovevano dirsi, è ora che si guardino le spalle l’un l’altro, perché i “nemici dello stato” sono ben altri e sanno come confondersi fra noi e come confondervi le idee.

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