La “pin-up dell'atletica” titolava Repubblica fino al 2012. Sì, perché Silvia Salis era diversa già allora. Era diversa esteticamente. Capelli biondi, occhi sottili e allungati, il corpo affusolato. 179 centimetri per 73 chilogrammi, sembrerebbe il fisico di una sprinter, non quello di una lanciatrice di martello. Sulla pedana erano abituati a donne massicce, muscolose, non alla bella Silvia. Un'atleta da copertina, lo è stata ancora prima della politica su Vanity Fair o Donna Moderna, oltre che testimonial Nike e Samsung. Una bella che balla però, e non solo sul palco di piazza Matteotti con Charlotte De Witte. Infatti, già ai tempi dell'atletica, ridurre Silvia Salis al solo “bella”, sarebbe stato semplicistico e svilente. Silvia Salis è stata prima di tutto la lanciatrice italiana numero uno per la prima metà degli anni 2010. Dieci titoli nazionali tra invernali e assoluti, tre titoli universitari, dieci giovanili e un oro ai Giochi del Mediterraneo. Un personale di 71,93 metri, ottenuto nel 2011: una misura che la collocava stabilmente tra le migliori europee della disciplina. Soprattutto due Olimpiadi, che ha deciso di tatuarsi per sempre sul collo. “Le Olimpiadi di Pechino rimangono sicuramente il momento più emozionante della mia carriera di atleta: come tutte le prime volte, entrare la prima volta nello Stadio Olimpico è stato più di un sogno perché non so quante volte, nei 23 anni precedenti quel giorno, io abbia immaginato quel momento” ha detto. Ventitrè anni di attesa, perché per Silvia Salis il campo di atletica è stato casa fin dalla nascita, letteralmente. Il padre Eugenio, origini sarde come suggerisce il cognome, era il custode dell'impianto sportivo genovese di Villa Gentile, oltre che militante del Partito Comunista Italiano. Silvia ha eliminato la falce e mantenuto il martello, e dall'età di tredici anni ha iniziato a lanciarlo il più lontano che poteva. Uno sport che, tra l'altro, ha origini popolari e proletarie. Il “martello” odierno è infatti una versione evoluta del vero martello usato da fabbri e carpentieri, lanciato in una rudimentale versione dello sport.
La bionda Silvia si distingueva da subito, per le qualità in pedana, ma anche per un'innata leadership. Al Corriere ha raccontato di essere stata rappresentante di classe, e quella stessa attitudine si sarebbe rivelata decisiva anni dopo, quando si trovò a fare da portavoce a un gruppo di 26 atleti azzurri finiti in un vicolo giudiziario complicato. Parliamo dell'accusa più infamante per un atleta: doping. Ma nessuna accusa di positività, è bene ricordarlo. La vicenda nasceva sull'onda del caso Schwazer e trascinò per mesi i 26 atleti in un limbo di sospetti e udienze. "Mesi molto difficili" ha detto Salis. Furono accusati di aver mal compilato, o non compilato del tutto, il whereabouts, cioè il formulario delle reperibilità per i test antidoping. Un'accusa infamante da cui però l'attuale sindaca di Genova ha tratto forza, difendendo sé stessa e i suoi compagni in tribunale e davanti alla stampa. Una battaglia condivisa, piccolo cortocircuito, con Giulia Bongiorno, storica avvocata di Giulio Andreotti e due volte deputata tra le file del centrodestra, che decise di difendere gli atleti: “Ci tengo a dirlo, ci ha chiesto una parcella che definire simbolica è poco. Siamo atleti, non calciatori. Le fa onore: crede nella nostra causa” aveva detto all'epoca Salis.
Un processo finito con l'assoluzione, ma che ha, insieme a dei guai fisici, posto la pietra tombale sulla carriera sportiva di Silvia Salis, non ancora trentenne. Prima la rinuncia ai Giochi di Rio, poi il decimo titolo agli assoluti di Torino nel 2015 e il definitivo ritiro.
Il processo aveva accelerato qualcosa: difendere sé stessa e i compagni l'aveva trasformata in una figura pubblica con una storia da raccontare e una voce riconoscibile. Il passaggio alla politica non fu immediato né lineare, ma da quel momento il percorso cominciò a prendere forma. Un passaggio naturale per lei che studiava scienze politiche e sognava un futuro da giornalista. Oggi, a più di dieci anni dall’ultimo lancio, resta da chiedersi quale sia stato il momento più intenso: l’ingresso nello stadio olimpico di Pechino o quello a Palazzo Doria-Tursi con la fascia tricolore. Un'emozione che forse potrebbe essere superata, come qualcuno auspica, da un ingresso a Palazzo Chigi.