È sabato sera, 6 giugno. Alisya ha sedici anni e una passione per la danza e la criminologia, un dettaglio che, alla luce di quello che sta per succedere, suona quasi come una beffa. Sua sorella Sarah ne ha dodici e sogna di diventare estetista. Sono uscite con un gruppo di amici, hanno riso al bar, hanno fatto le cose che si fanno a quell'età. Il giorno dopo Alisya e Sarah sono diventate per tutti le “sorelline scomparse”, il nome con cui il caso di cronaca che sta scuotendo l'Abruzzo è già notissimo all'opinione pubblica. Una storia che dietro le ipotesi, le indagini e le paure nasconde una tragedia familiare che al giorno d'oggi è più comune di quanto si pensi.
Le sorelle nella notte fra sabato e domenica si sono allontanate dalla comunità “OFH Hope” di Civitella Alfedena, un paesino di quattrocento anime incastonato nel Parco Nazionale d'Abruzzo, circondato da boschi fitti, laghi silenziosi e strade semideserte. Da due anni è la loro casa, ma casa in realtà non lo è mai stata per davvero. Alisya e Sarah sono il prodotto, e le vittime, di una guerra familiare cominciata sette anni fa, quando i loro genitori si sono separati a Minturno, cittadina di ventimila abitanti nel basso Lazio. Una separazione che non è mai davvero finita, fra tribunali, avvocati, servizi sociali e provvedimenti impugnati e reimpugnati.
I giudici avevano deciso che per loro era meglio non stare con nessuno dei due genitori. Erano così finite lontane da tutto: da Minturno, dalla scuola che avevano frequentato, dagli amici, dalla madre. Ogni mese qualche visita, nella struttura, con regolarità. L'ultima volta che avevano visto la madre era il 17 maggio. A gennaio Alisya le aveva scritto una lettera: “È brutto stare qui senza di voi. Ritorneremo a stare tutti insieme. Scrivo questa lettera in camera, nel silenzio tombale. Ed è molto brutto. Ultimamente sono molto triste e preoccupata. Molti pensieri invadono la mia testa, è come se non ci fosse un domani. Vi voglio un mondo di bene e ve lo vorrò per sempre”. Poi, il 28 maggio, otto giorni prima della scomparsa, il Tribunale di Cassino emette un nuovo provvedimento. Revoca la potestà genitoriale alla madre. La restituisce al solo padre. Le due versioni, come spesso in questi casi, sono opposte e inconciliabili. “Molte relazioni di esperti attestano condotte materne pericolose e inadeguate.”, dichiara l'avvocato del padre, Francesco Ricciardi. Dall'altra parte, il legale della madre, Mastantuono, ricorda che le ragazze avevano sempre rifiutato di incontrare il padre e che il provvedimento del tribunale è soggetto a impugnazione.
La domenica passa lenta. Nel pomeriggio il personale della struttura constata che le ragazze non sono rientrate e scatta l'allarme. La madre, Valentina D'Acunto, lo scopre alle 12:45 da un militare dell'Arma che si presenta alla sua abitazione chiedendole se le figlie siano lì con lei. Un'ora dopo presenta una querela per sottrazione di minori. Tre giorni dopo vengono eseguite perquisizioni nelle abitazioni di entrambi i genitori e successivamente in quella dei nonni materni, senza risultati utili.
Ora è passata più di una settimana e delle due ragazze continua a non esserci traccia. Gli inquirenti non tralasciano nessuna ipotesi, neanche la più tragica: gli uomini e le unità cinofile stanno scandagliando in particolare la zona attorno al lago di Barrea. Ma la camera lasciata dalle due sorelle parla a suo modo: mancano vestiti, scarpe, trucchi, effetti personali. Indice probabilmente di una fuga già organizzata. Dai video delle telecamere vicine alla struttura ritraggono nelle ore della scomparsa un'automobile sospetta, poi i bigliettini, scritti in un linguaggio criptato che gli investigatori fanno fatica a decifrare. Messaggi in codice tra due sorelle e qualcuno fuori. Spunta anche l'ipotesi di un secondo telefono, che potrebbe essere stato consegnato attraverso alcuni familiari e tenuto nascosto alla struttura: un canale di comunicazione fuori da ogni controllo.
Parla anche il fidanzato di Alisya, diciottenne, è sicuro: “Sono con un parente, in un luogo segreto”. La ragazza ha paura dei cani e del buio, è improbabile che si siano inoltrate da sole nei boschi attorno alla struttura.
E se da un lato la procura è impegnata nelle ricerche dall'altro è già a lavoro per individuare le responsabilità. Sono state iscritte al registro degli indagati quattro persone, tutte responsabili a vario titolo della casa famiglia, che non avrebbe avuto le necessarie dotazioni di sicurezza. Si parla di una porta rotta che conduce all'esterno, nessun sistema di video sorveglianza, né di allarme per segnalare la presenza di eventuali intrusi. Il padre delle ragazze, Stefano Di Giacinto, è disperato e arrabbiato in parti uguali. Denuncia i gestori della struttura, e smentisce la circostanza riportata da alcuni secondo cui le ragazze non volessero tornare a vivere con lui. La madre assicura la stessa cosa, sostenendo che le figlie volevano andare a vivere con lei, nonostante la revoca della potestà genitoriale.
Le ricerche continuano, ma dietro il destino delle due sorelle si cela una domanda più semplice e più scomoda: come si è arrivati fin qui? Una tragedia dove le due sorelle sono le uniche vittime e che è iniziata ben prima di quella notte tra il 6 e il 7 giugno.