Tempi difficili forgiano uomini forti, ma soprattutto, li esigono. D’altronde è la Natura che si evolve secondo una logica simile, quella di soddisfare la necessità in senso assoluto per preservare la vita, un concetto che si sviluppa su più direttrici, avente a che fare in ogni sua sfaccettatura con l’ignoto, una parola da sgrossare d’una sillaba per trasformarla nel suo contrario, ovvero quel che è noto. L’ignoto è la guerra con l’Iran, il referendum sulla magistratura, e in fondo a questa grande oscurità – divorata dalle fiamme di una guerra da un lato e dai pacchi di Stefano De Martino dall’altra – c’è un’entità che cerca una via di fuga da quel vicolo cieco che si chiama Elly Schlein. È quella parte del Partito Democratico, e non solo, che è sempre rimasta nell’ombra, fatta di uomini che parlano poco ma che agiscono in fretta, risolvono i problemi, alzano cornette, definiscono tattica, strategia e obiettivi. Conoscono i tempi dell’informazione, le sue declinazioni e i suoi cicli, i modi in cui essa si ricongiunge attraverso più percorsi definendo il mosaico della narrazione che avvolge l’insondabile noumeno. Ognuno di questi uomini, ha scelto la propria strada fra le tre possibili. Sì, no, forse. Partiamo dall’idea che abbraccia questa tanto vituperata riforma della giustizia, una vetrina politica che ha del divinatorio, capace ovvero di avvisare il futuro. L’arte divinatoria – nella ricostruzione antropologica di Carl Ginzburg in un suo famoso saggio: Miti, Emblemi, Spie – è qualcosa che dai primordi dell’umanità ha forte legame con la caccia. La caccia ha a che fare ontologicamente con la dimensione della sicurezza e dell’informazione.
Marco Minniti, che in molti ricordano per la sua prodigiosa gestione del ministero dell’Interno durante il governo Gentiloni dopo esser stato Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica sotto il governo di Matteo Renzi, fu colui che mantenendo un basso profilo riuscì a fermare radicalmente gli sbarchi provenienti da Libia, Tunisia e dagli altri paesi africani coinvolti nella tratta migratoria che oggi invece il governo Meloni con molta difficoltà e clamore riesce a gestire. Oggi il Dr. Minniti, nonostante la tessera del Pd sceglie di votare Sì al referendum per la riforma Nordio. Si espone il primo marzo su ilGiornale, il quotidiano della nuova Democrazia Cristiana di destra, in un’intervista in cui spiega perché convintamente voterà sì. D’altronde è un riformista, seppur d’area dalemiana, e sa bene quali siano le traiettorie del potere profondo.
Un altro della stessa pasta, pur sempre riformista – sebbene proveniente da quell’altra anima profonda del Pd, quella derivante dall’antica Margherita – che però preferisce rimanere decisamente dietro le quinte è l’abilissimo e scaltro Lorenzo Guerini, negoziatore di professione, ex ministro della Difesa durante i governi di Giuseppe Conte, oggi a capo del Copasir (perdonate il bisticcio di sillabe incrociate), ha anche lui toccato con mano le difficoltà della Libia post-Gheddafi. Ma questo è un altro discorso, perché oggi Guerini ricopre un ruolo di vitale importanza per il Pd. Ricordiamo che quando Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo Draghi il suo presidio del Copasir tramite Adolfo Urso si rivelò l’arma più importante per mettere pressioni al governo in carica e fare il pieno di consenso nell’elettorato nazionale. Oggi Guerini ricopre la stessa carica e, negoziatore di professione, ha tentato il compromesso, infatti, con il governo di Giorgia Meloni attraverso l’attuale ministro della Difesa, Guido Crosetto, anche lui ex Dc come Guerini. Non tanto sulla riforma della giustizia, sulla quale non si è esposto evitando strappi con la propria segretaria, bensì sulla risoluzione in merito al conflitto mediorientale, cercando una mano tesa su una soluzione bipartisan con il governo, nonostante le cose siano andate poi diversamente.
Vi è necessità al tempo stesso di prendere posizioni forti. Quando la mediazione fallisce si passa all’attacco. Non parliamo naturalmente delle bombe firmate da Donald Trump sull’Iran, restiamo ancorati al campanilismo del nostro referendum, che ad ogni modo, come già si accennava prima e come pure i muri sanno bene, ha un peso importante per il futuro politico del nostro paese. Forse uno strumento antiquato, si esprimono lateralmente ai congressi alcuni giuristi ben informati sulla riforma, ma certamente rappresentativo del sentiment politico italiano a quasi quattro anni dalle scorse elezioni. Un uomo rappresentativo degli apparati di sicurezza che hanno preceduto l’ascesa di Giorgia Meloni al potere, Franco Gabrielli (anche lui ex democristiano come Guido Crosetto) l’ex capo della Polizia che prese in mano la delega ai servizi segreti sotto il governo tecnico di Mario Draghi, oggi è schierato per il no. Il 10 marzo ha rilasciato un’intervista al Fatto Quotidiano in cui spiega perché, se passerà questo referendum, alla fine, la politica controllerà la magistratura, contrario all’utilizzo dello strumento penale come regolatore di tensioni e conflitti sociali. D’altronde un uomo che viene dai ranghi della Polizia di stato, non può che stare dalla parte dei Pm, a differenza del governo di Giorgia Meloni, apertamente ostile. Insomma, le vie che conducono al futuro e quindi alla prova del nove per la sinistra italiana, ma anche per l’attuale governo sono infinite, ma una sola è quella necessaria. Quella degli uomini o delle donne forti (per ora son tutti uomini a sinistra), personaggi capaci, negoziatori silenziosi e pronti all’azione. D’altronde dall’estrema destra uno squillo di tromba risuona al grido del generale Vannacci, dunque è necessario attrezzarsi non per il domani, ma per il dopodomani.