Ci sta tutto. Il lutto collettivo, il cordoglio, le inchieste parallele, persino le analisi culturali accanto a quelle giudiziarie. Come di chi ricorda che quello che è successo a Crans Montana è una tragedia da ricchi, di ricchi, di aspiranti golfisti, di ragazzi allevati nel lusso che festeggiavano in un posto esclusivo, più esclusivo di Cortina. Ma le parole migliori le ha dette il papa alle famiglie delle vittime, che quella notte, l’ultima del 2025 e la prima del 2026, hanno perso questa vita.
A partire da quell’esortazione fondamentale, da quell’incipit estremo, provocatorio: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi.” Non è retorica, non è un rito, è un invito a prendere sul serio quanto avvenuto al di fuori di qualsiasi falsa consolazione. La prima cosa da dire è: ok, Signore, metto tutto sul tavolo. Il mio dolore, la mia perdita, l’insensatezza di tutto questo. Ti faccio vedere le carte, ma ora parliamo. Quello che viene fuori è il risultato non solo della Tua disponibilità totale verso di me ma della mia voglia di parlare. Sì, dopo tutto questo, ho ancora voglia di parlare con Te.
Secondo passaggio: “Uno si domanda tante volte: ‘Perché, Signore?’ Qualcuno mi ha fatto ricordare un momento simile, proprio nella Messa del funerale dove, invece di fare una predica, il sacerdote parlava come di un dialogo fra la persona e Dio stesso, con quella domanda che sempre ci accompagna, a dire: ‘Perché, Signore, perché?’” Ecco il problema del male nel mondo, la teodicea. E cioè come giustificare tutto questo. Ormai ci siamo dimenticati del doppio binario della giustizia. Quella terrena, che deve andare a fondo, e quella divina, che deve andare lontano. La prima si dovrebbe misurare in tempi brevi, dovrebbe essere dotata di concretezza, dovrebbe portare a un risultato certo. Ma l’altra giustizia naviga nell’incertezza, è paradossale, irrisolvibile. Questo il Papa lo sa, perché alla domanda: “Perché, Signore, Perché?” Risponde: “lo non posso spiegarvi, fratelli e sorelle, perché sia stato chiesto a voi e ai vostri cari di affrontare una tale prova. L'affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti.”
Non è trovare il senso, non è affrontare come massa quanto avvenuto. Ma è guardarsi dentro e riconoscere una domanda che coinvolge tutti. Tanti individui, non un unico mostro che assalta i forni. Di fronte a una “catastrofe di estrema violenza” non serve senso, ma speranza. Non serve la cosa data, certa, il fatto, la rappresentazione del dolore. Non essere il mimo dei giorni felici, fatto per annebbiare la vista. Serve il seme, l’input, lo slancio, la convinzione che qualcosa da tutto questo arriverà. Anzi, non convinzione. Perché speranza non è convinzione ma istinto. L’istinto che non è finito tutto.
Ecco perché, di fronte alla tragedia di Crans Montana non bisogna ragionare nei termini della morte, del lutto, ma con la logica del silenzio e dell’attesa. E cioè con la logica della Resurrezione: “Forse c'è solo una parola che sia adeguata: quella del Figlio di Dio sulla croce - a cui siete così vicini oggi -, che dal profondo del suo abbandono e del suo dolore gridò al Padre: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ (Mt27,46). La risposta del Padre alla supplica del Figlio si fa attendere tre giorni, nel silenzio. Ma poi, che risposta! Gesù risorge glorioso, vivendo per sempre nella gioia e nella luce eterna della Pasqua.”