Casa in centro a Roma, parrucchiere, cene e voli in business class, sembra la vita di una star del cinema invece è l'estratto conto della carta del Garante della Privacy. Questo secondo l'inchiesta messa in piedi dalla Procura di Roma sulle spese pazze dell'organo di vigilanza, avviata dopo una serie di servizi mandati in onda da Report negli scorsi mesi. Sul piatto accuse di corruzione e peculato, e una gestione delle risorse pubbliche che viene definita “abbastanza disinvolta”.
La sinistra ne approfitta per fare opposizione, chiedendo a gran voce le dimissioni dell'ente. Il deputato di Avs Angelo Bonelli dice infatti: “Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale”. Alcuni esponenti del Movimento Cinque Stelle poi, in una nota in commissione di vigilanza Rai scrivono: “Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere”. Mentre l'europarlamentare del Pd Sandro Ruotolo sostiene che: “La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi, tanto da portarci a chiedere le dimissioni dei suoi vertici. Oggi però siamo oltre. Con un’indagine che coinvolge l’intero collegio, la decenza istituzionale impone una scelta chiara: dimettersi. Non perché colpevoli, non perché condannati, ma perché non più credibili nel ruolo che ricoprono”.
Secondo Matteo Renzi invece, intervenuto ieri sera a Otto e mezzo il problema non sarebbero le dimissioni dei garanti, ancora in attesa di giudizio, bensì la stessa istituzione del Garante, “un carrozzone che va abolito”. Il Garante della Privacy è infatti un'autorità amministrativa indipendente, che ha il compito di vigilare ed eventualmente irrogare sanzioni amministrative in materia di protezione dei dati personali. È composto da quattro membri eletti dal Parlamento ogni sette anni, e spesso negli ultimi anni è finito per essere una “poltrona B” per politici in via di riciclo. L'attuale Garante è stato eletto nel 2020, durante quindi il governo giallorosso, retto dagli stessi partiti che oggi ne chiedono a gran voce le dimissioni. Ecco quindi chi sono i quattro membri del Garante della Privacy indagati e chi li ha messi lì.
Chi sono i garanti della privacy
Il collegio è presieduto dal Professore Pasquale Stanzione. Classe 1945, campano, è un cultore del diritto privato e dei diritti della persona, materie che ha insegnato per oltre quarant'anni. Ma oltre che un fine giurista è anche stato Presidente dell'assemblea provinciale del Pd a Salerno, eletto con l'appoggio dell'allora sindaco Vincenzo De Luca.
Stanzione è stato definito dagli inquirenti «meritevole di interesse investigativo» per una serie di anomalie. In particolare il presidente del collegio avrebbe preso in affitto a Roma, rimborsato dall'Autorità una casa nella centralissima piazza della Pigna, a due passi dal Pantheon. Il canone iniziale sarebbe stato di “euro 2.900,00 mensili”, poi modificato da una presunta “rinegoziazione privata” a “euro 3.700,00 mensili”. Al numero civico vicino poi risulterebbe esserci un b&b, riconducibile a società facente capo alle figlie del Presidente Stanzione, i cui rapporti con i rimborsi da parte dell’Autorità sono “in corso di accertamento”. Stanzione avrebbe poi fatto spese, rimborsate, per “pasti pronti” in una macelleria per oltre 6mila euro.
La vicepresidente è poi Ginevra Cerrina Feroni, anche lei docente universitaria di materie giuridiche all'Università di Firenze. Figlia di un deputato del Pci è stata però eletta in quota Lega vista la sua vicinanza alle posizioni di Matteo Salvini. Si era anche parlato di lei come possibile sfidante di Dario Nardella alle amministrative del 2019 per la coalizione di centrodestre. Cerrina Feroni risulterebbe soggiornare spesso al Sina Bernini Bristol, hotel a cinque stelle in Piazza Barberini. Inoltre avrebbe usato la carta dell'ente per “una cena per sei-sette persone” e “una spesa dal parrucchiere”, salvo poi successivo rimborso”
Abbiamo poi Agostino Ghiglia, meloniano di ferro e fiero fedelissimo della fiamma fin dal Movimento Sociale. Ha ricoperto ruoli di rappresentanza nel Movimento Sociale e nel Fronte delle Gioventù, è stato consigliere comunale, regionale e poi deputato di centrodestra nelle XIV e XVI legislature prima in Alleanza Nazionale e poi nel Pdl. Finita la pacchia si è rifugiato nell'Autorità garante per la Privacy. A lui la Procura contesta in particolare il «delitto di peculato d’uso» per l’impiego dell’autovettura dell’Autorità «per finalità estranee alla funzione pubblica». Avrebbe infatti usato l'auto blu per recarsi presso la sede di Fratelli d'Italia in via della Scrofa per incontrare Arianna Meloni alla vigilia della multa alla trasmissione Report.
Infine veniamo a Guido Sforza, avvocato cassazionista specializzato nel diritto della proprietà intellettuale eletto in quota M5s. Per lui ci sarebbe un possibile conflitto di interessi per via delle attività del suo studio legale. Il suo ruolo sarebbe poi stato determinante, secondo la Procura, nella questione riguardo una procedura sanzionatoria sugli smart glass di Meta. Inizialmente di 44 milioni di euro, la sanzione è stata poi ridotta “prima a 12,5 milioni e, infine, ad appena 1 milione di euro”, fino all’”annullamento in autotutela”. Scorza secondo gli inquirenti non si sarebbe sempre astenuto dalle riunioni in cui venivano assunte le decisioni nei confronti di Meta.