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Sveglia! Mario Draghi e un secchio di acqua gelida in faccia all’Europa: “L’ordine globale è defunto. Trump minaccia i nostri interessi e la Cina domina sulle terre rare”. Ma c’è una soluzione

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

2 febbraio 2026

Sveglia! Mario Draghi e un secchio di acqua gelida in faccia all’Europa: “L’ordine globale è defunto. Trump minaccia i nostri interessi e la Cina domina sulle terre rare”. Ma c’è una soluzione
Mario Draghi riceve una laurea honoris causa in Belgio e fa il discorso che i nostri politici non hanno il coraggio di fare. Può piacervi o meno ma ha detto solo cose giuste: a livello internazionale l’America fa da bullo, la Cina domina il mercato delle terre rare e vuole “conquistare i nostri mercati” ma l’Europa, unita, può diventare una potenza vera. Qual è la strada giusta? Il federalismo pragmatico. Un sogno che l’Europa ha da almeno un secolo ma che burocrazia, stagnazione e pigrizia impediscono di perseguire. È ora di svegliarsi

di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

Niente di meno che uno dei discorsi pesanti di Mario Draghi, Mr Whateverittakes, che durante la cerimonia per la laurea honoris causa che ha ricevuto all’Università Ku Leuven, in Belgio, parla molto chiaramente dei due elefanti nella stanza d’Europa: l’America bulletta di Trump e la Cina con mire egemoniche e sostanzialmente leader delle terre rare. Il discorso è molto netto e serve anche agli amici della domenica, letteralmente a loro, cioè a chi si diletta con la politica tra un Premio Strega e l’altro, convinti che l’Europa debba continuare a essere buona, morbida, buonista e petalosa in tempi di crisi. A partire dal tema del riarmo che, seppur non toccato direttamente, è la diretta conseguenza di una mutazione epocale difficile da negare. “L’ordine globale oggi è defunto. Ho una convinzione, per quanto minima, che sia effettivamente defunto, che sia morto”. Superando il lutto per questo parente lontano, “l’ordine internazionale”, potremmo concentrarci su ciò che si ha di fronte, qualcosa che in filosofia potrebbe essere definito tranquillamente “anarchia del potere”. 

Mario Draghi all'Università Ku Leuven in Belgio
Mario Draghi all'Università Ku Leuven in Belgio

“Il fallimento del sistema,” spiega Draghi, “risiede in ciò che non è stato in grado di correggere. Una volta che la Cina è entrata nel WTO, i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato anche al di fuori dell’alleanza, ma mai prima con un Paese di tale scala e con ambizioni di diventare esso stesso un polo separato. Le regole del commercio si sono allontanate dal principio di Ricardo secondo cui lo scambio dovrebbe seguire il vantaggio comparato. Alcuni Stati hanno perseguito il vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i benefici che rimanevano erano distribuiti in modo diseguale”. Una corsa selvaggia, che ha non solo confuso le carte sul tavolo, le ha proprio bruciate. 

Continua Draghi: “Ci troviamo di fronte a degli Stati Uniti che, almeno nella loro postura attuale, enfatizzano i costi che hanno sostenuto ignorando i benefici che ne hanno tratto. Impongono dazi all’Europa, minacciano i nostri interessi territoriali e rendono chiaro, per la prima volta, che vedono la frammentazione politica europea come funzionale ai propri interessi. Ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici delle catene di approvvigionamento globali ed è disposta a sfruttare questa leva, inondando i mercati, trattenendo input critici, costringendo altri a sostenere il costo dei propri squilibri”. Cosa dovremmo fare? Quello che fanno Cina e America, e cioè guardare a noi stessi, superare sia la fase di vassallaggio, per altro storicamente immeritata: “Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata. E un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”. 

Donald Trump
Donald Trump Ansa

Bisogna svegliarsi: “Presi singolarmente, la maggior parte dei Paesi europei non è nemmeno una potenza in grado di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni, ciascuna portando al tavolo risorse distintive, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica.  Collettivamente, però, abbiamo qualcosa di più grande: scala, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune. Fra tutti coloro che oggi sono intrappolati tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza”. Si può essere d’accordo o meno con Draghi, ma ha il grande pregio di essere concreto e molto diretto: “Dobbiamo quindi decidere: rimarremo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, o faremo i passi necessari per diventare una potenza?” 

La domanda ora è: quale potenza? Una federazione ovviamente. “Mettere insieme Paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica secondo cui l’Europa opera ancora oggi in materia di difesa, di politica estera, di questioni fiscali. Questo modello non produce potere. Un gruppo di Stati che si coordina resta un gruppo di Stati, ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile all’essere isolato e colpito uno per uno. Ciò che serve, invece, è che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”. Gli Stati Uniti d’Europa come alternativa sia all’America di Trump sia alla Cina. È troppo tardi? La storia ci spiega che le cose raramente funzionano così. La Cina si è risollevata negli anni Novanta dopo decenni di progetti fallimentari, gli Stati Uniti hanno superato crisi che loro stessi hanno creato. L’Europa ha un’energia culturale sopita, quiescente, che non ha semplicemente paragoni. 

Xi Jinping
Xi Jinping Ansa

Questa metamorfosi ha anche un altro nome, di indirizzo generale: “federalismo pragmatico”. Spiega Draghi: “Pragmatico perché dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, che sono oggi realizzabili, con i partner che sono effettivamente disposti, nei settori in cui il progresso può essere fatto ora. Ma federalismo perché la destinazione conta. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono, alla fine, diventare il fondamento di istituzioni dotate di un reale potere decisionale, istituzioni capaci di agire in modo decisivo nelle circostanze. Questo approccio rompe l’impasse che affrontiamo oggi, e lo fa senza subordinare nessuno. Gli Stati membri scelgono di aderire. La porta resta aperta agli altri, ma non a coloro che minerebbero lo scopo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per ottenere potere”. 

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