image/svg+xml
  • Attualità
    • Politica
    • Esteri
    • Economia
    • Cronaca Nera
    • San Carlo
  • Lifestyle
    • Car
    • Motorcycle
    • Girls
    • Orologi
    • Turismo
    • Social
    • Food
  • Sport
    • MotoGp
    • Tennis
    • Formula 1
    • Calcio
  • Culture
    • Libri
    • Cinema
    • Documentari
    • Fotografia
    • Musica
    • Netflix
    • Serie tv
    • Televisione
  • Cover Story
  • Attualità
    • Attualità
    • Politica
    • Esteri
    • Economia
    • Cronaca Nera
    • San Carlo
  • Lifestyle
    • Lifestyle
    • Car
    • Motorcycle
    • girls
    • Orologi
    • Turismo
    • social
    • Food
  • Sport
    • Sport
    • motogp
    • tennis
    • Formula 1
    • calcio
  • Culture
    • Culture
    • Libri
    • Cinema
    • Documentari
    • Fotografia
    • Musica
    • Netflix
    • Serie tv
    • Televisione
  • Cover Story
  • Topic
Moto.it
Automoto.it
  • Chi siamo
  • Privacy

©2026 CRM S.r.l. P.Iva 11921100159

  1. Home
  2. Attualità

9 giugno 2026

Tutti a parlare di Alberto Stasi da Porro, ma il vero pezzo di televisione è il "Guardie e ladri" trent'anni dopo Tangentopoli con Di Pietro, Sama e Cusani

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

9 giugno 2026

A Quarta Repubblica va in scena il faccia a faccia tra Antonio Di Pietro, Carlo Sama e Sergio Cusani. Tra accuse sui metodi di Mani Pulite, il mistero del miliardo a Botteghe Oscure e il suicidio di Raul Gardini, riemergono tutte le ferite di Tangentopoli

Foto: Ansa

Tutti a parlare di Alberto Stasi da Porro, ma il vero pezzo di televisione è il "Guardie e ladri" trent'anni dopo Tangentopoli con Di Pietro, Sama e Cusani

Dopo un breve passaggio di Giorgio Mulé sull’archiviazione di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi nell’ambito delle presunte stragi mafiose, Nicola Porro, a Quarta Repubblica, ha compiuto un salto indietro di oltre trent’anni, tornando a Tangentopoli e ai suoi protagonisti. “Guardie e ladri”, verrebbe da dire: pubblici ministeri e condannati riuniti nello stesso salotto televisivo, questa volta non nelle aule del Palazzo di Giustizia di Milano. Da una parte Carlo Sama e Sergio Cusani, uomini chiave della vicenda Enimont e tra i più stretti collaboratori di Raul Gardini durante l’ascesa e il tracollo del gruppo Ferruzzi; dall’altra Antonio Di Pietro, volto simbolo dell’inchiesta Mani Pulite. A fare da cornice, una frase di Francesco Saverio Borrelli: “Se fossi un uomo pubblico di qualche Paese asiatico, come il Giappone, chiederei scusa per quello che è seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena buttare il mondo di prima per finire in quello attuale”. Un’apertura inaugura un confronto rimasto sospeso dai tempi delle dimissioni di Di Pietro, nel dicembre 1994.

Nicola Porro
Nicola Porro Foto Ansa

Per comprendere il peso di quel dibattito bisogna tornare al 17 febbraio 1992, giorno dell’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, sorpreso mentre incassava una tangente legata a un appalto per le pulizie. Bettino Craxi liquidò inizialmente la vicenda come una semplice storia di “mariuoli”, ma quell’episodio si rivelò l’inizio di una frattura destinata a travolgere l’intero sistema politico italiano. Tornò infatti al centro della scena il tema del finanziamento dei partiti e, con esso, il rapporto tra politica, impresa e denaro. A guidare le indagini fu il pool di magistrati coordinato da Francesco Saverio Borrelli, composto da figure che sarebbero presto diventate familiari agli italiani: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Camillo Davigo. L’inchiesta assunse rapidamente una dimensione nazionale e trovò uno dei suoi momenti più emblematici nel processo Enimont, trasmesso in televisione e seguito come un vero evento mediatico. Al centro vi era la maxi tangente da circa 150 miliardi di lire legata alla fusione tra Enichem e Montedison, il progetto industriale che avrebbe dovuto dare vita a un colosso della chimica e che invece finì per trasformarsi nel simbolo della corruzione sistemica di quegli anni. Fu in quel contesto che emersero figure come Carlo Sama e Sergio Cusani, mentre il suicidio di Raul Gardini, il 23 luglio 1993, segnò uno dei momenti più drammatici dell’intera stagione giudiziaria. Tra avvisi di garanzia, arresti e interrogatori si aprì uno squarcio su un sistema di tangenti che sembrava attraversare trasversalmente il Paese. Parallelamente cresceva la popolarità dei magistrati e, con essa, una diffusa ostilità verso la classe politica. Craxi divenne il bersaglio simbolico di quella rabbia collettiva, culminata il 29 aprile 1993 con il celebre lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael dopo il voto della Camera che aveva negato alcune autorizzazioni a procedere nei suoi confronti. Entrò nell’immaginario pubblico anche il “cappio” esibito alla Camera dal deputato leghista Luca Leoni Orsenigo, immagine destinata a rappresentare plasticamente il clima di quei mesi. Trent’anni dopo, uno dei protagonisti di quella stagione si ritrova faccia a faccia con il magistrato che lo indagò. Carlo Sama, che ricorda di aver trascorso tre anni tra arresti preventivi e carcere, guarda Di Pietro e pone una domanda diretta: “Non avete abusato del vostro potere?”. La risposta dell’ex pm arriva ferma e lampante. “Giuro sulla mia coscienza che quando ho fatto quell’inchiesta l’ho fatto solo in quanto pubblico ministero. Quando ho richiesto e ottenuto gli arresti l’ho fatto per il pericolo di inquinamento probatorio. L’unico modo era creare un diaframma tra il politico e l’imprenditore”. Poi rilancia immediatamente su uno dei grandi interrogativi rimasti aperti di Tangentopoli: “Passati trent’anni non è più reato, non c’è più niente. Vogliamo far sapere agli italiani se Gardini quel miliardo l’ha portato o no a Botteghe Oscure? E a chi l’ha dato?”. È il tema che attraverserà l’intera trasmissione. Sergio Cusani, condannato per il ruolo avuto nella costruzione della maxi tangente Enimont, porta il confronto su un altro terreno: “C’era una logica mercantile del do ut des nel processo? Tu dai un contributo all’inchiesta e avrai un trattamento di riguardo?”. Di Pietro respinge l’accusa e rivendica il lavoro svolto. Ricorda come proprio Cusani, dopo aver ammesso il proprio coinvolgimento nella creazione della provvista destinata alle tangenti, fosse stato autorizzato a recuperare documenti in Lussemburgo. “Quando me li ha portati non mi sono fidato e ho fatto comunque la rogatoria. Devo dargli atto che non risultò una sola lira nei suoi confronti. Ha ammesso di aver creato quella tangente, ma non di aver contribuito a corrompere”. Ma il dibattito torna sempre lì. “Però rispondete alla mia domanda, che dal punto di vista storico serve”, insiste Di Pietro. “Quel miliardo è finito ai comunisti oppure no?”. Cusani dice di non saperlo. Sama sostiene che una parte dell’inchiesta sia rimasta incompleta. “Il carcere è stato utilizzato come strumento coercitivo”, afferma, togliendosi perfino la cravatta davanti alle telecamere. Di Pietro sorride: “Lo ha fatto pure trent’anni fa, è la seconda volta”. L’ex manager del gruppo Ferruzzi ricostruisce il proprio arresto e accusa la magistratura di aver forzato la mano. “Il Gip Pisapia aveva respinto la richiesta di arresto. Poi arrivò Ghitti che firmò tutto, compreso il mio arresto, quello di Cusani e quello di Gardini, per una vicenda che riguardava Calcestruzzi. Io in Calcestruzzi non sono mai entrato, non ho mai prestato consulenze, nulla”.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

“Su questo ha ragione”, replica sorprendentemente Di Pietro. “In quel momento a me interessava più la vicenda Calcestruzzi che il closing Enimont. Già nel novembre 1992 avevo cominciato a capire il ruolo di Calcestruzzi in quella che a Palermo veniva chiamata Mafia-Appalti. Mani Pulite è figlia di quell’inchiesta”. Poi, ancora una volta, ritorna alla domanda che sembra ossessionarlo: “Ma questo miliardo gliel’avete dato oppure no?”. Da lì il confronto si trasforma quasi in un processo nel processo. Sama sostiene che le indagini non abbiano mai voluto chiudere il cerchio sul presunto finanziamento al Pci. Di Pietro ribatte che il diritto penale non procede contro i partiti ma contro le persone. “Il problema sulla coscienza ce l’avete voi che non avete voluto chiudere il cerchio”, accusa Sama. L’ex magistrato non arretra. Cita testimonianze, verbali, viaggi in aereo tra Milano e Roma. “Lei ha nel suo archivio le dichiarazioni di chi ha accompagnato Gardini”, insiste. Sama replica che quelle ricostruzioni non coincidono. Porro prova a chiudere la questione con una battuta: “E fatelo questo nome, tanto è tutto prescritto”. Ma il nome non arriva. Il confronto si sposta allora sul metodo. Sama accusa Di Pietro di aver trasformato Mani Pulite in uno spettacolo mediatico. “È stato il più grande comunicatore di quel processo. Ha distrutto la mia vita. Il principio del “non poteva non sapere” non è valso per tutti. Non è valso per Agnelli, non è valso per Romiti. È valso per noi. Loro erano gli eroi e sono diventati un potere assoluto”. “Non è vero”, ribatte Di Pietro. “Io non ho mai deciso di non arrivare a qualcuno. Ho sempre cercato di arrivare dove portavano i fatti. Non ho indagato Sama per sentito dire, ma per ciò che aveva fatto. E non è vero che non sono arrivato alla soglia di Agnelli o di Andreotti: semplicemente nessuno ha detto niente contro di loro”. Poi emerge un altro ricordo. Di Pietro rievoca un esposto presentato da Cusani alla procura di Brescia dopo le sue dimissioni dalla magistratura. “La domanda è una sola: chi le diede quel memoriale?”. Cusani sorride, prende tempo, dice di non ricordare. “Ella Madonna...”, commenta l’ex pm. Ma il momento più intenso arriva quando il discorso si sposta sul 23 luglio 1993 e sul suicidio di Raul Gardini. “L’avevo visto una settimana prima”, racconta Sama. “Gli consigliai di andare in barca. Era terrorizzato da quello che avrebbe potuto dire Pino Berlini, il fiduciario storico della famiglia Ferruzzi. Aveva preparato un memoriale che poi fu sequestrato. Credo abbia scelto di sacrificarsi per salvare la sua famiglia”. “Raul ha preferito caricarsi addosso l’onta e la vergogna per proteggere le figlie”, aggiunge Cusani. Di Pietro, per la prima volta, abbassa il tono. “La mia versione dei fatti corrisponde alla loro”, ammette. “Gardini aveva concordato con me che si sarebbe presentato quella mattina. A me interessavano soprattutto i rapporti con Calcestruzzi e la destinazione di quei soldi. Lui però voleva la certezza di entrare e uscire con i suoi piedi”. Poi arriva una confessione destinata a far discutere: “In quei giorni accentuai la pressione investigativa su Gardini. Lo ammetto. Era l’anello di congiunzione tra Palermo e Milano. Probabilmente, vedendo i carabinieri sotto casa, pensò che non lo avremmo lasciato uscire. Non ci credette fino all’ultimo. E preferì chiuderla lì”. Una frase che chiude simbolicamente la serata e restituisce il senso di un confronto che, più che una ricostruzione storica, è apparso come il riemergere di ferite mai rimarginate. Perché a oltre trent’anni da Mani Pulite, i protagonisti continuano a dividersi sulle responsabilità, sui metodi e sulle verità rimaste sospese. E forse proprio per questo quella stagione continua a occupare un posto così centrale nella memoria pubblica italiana.

More

“Solo un quintale di tritolo può fermare un Pm onesto”. L'intervista definitiva a Di Pietro: “La Riforma della Giustizia? Non è quella di Berlusconi, né di Gelli e non siamo a Crans-Montana”

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

così parlò antonio di pietro

“Solo un quintale di tritolo può fermare un Pm onesto”. L'intervista definitiva a Di Pietro: “La Riforma della Giustizia? Non è quella di Berlusconi, né di Gelli e non siamo a Crans-Montana”

ESCLUSIVA: Ma davvero Di Pietro ha spostato la pistola di Gardini come titola il Corriere? Lo abbiamo chiesto a lui: "Un titolo fazioso, non l'ho tolta io la pistola"

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

che succede?

ESCLUSIVA: Ma davvero Di Pietro ha spostato la pistola di Gardini come titola il Corriere? Lo abbiamo chiesto a lui: "Un titolo fazioso, non l'ho tolta io la pistola"

Chi era Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi che "serviva" caffè al potere? I nuovi sospetti, la rabbia di Pietro, il mistero delle avances al Parlamento e quel documento "mozzato"

di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

Mistero Orlandi

Chi era Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi che "serviva" caffè al potere? I nuovi sospetti, la rabbia di Pietro, il mistero delle avances al Parlamento e quel documento "mozzato"

Tag

  • Politica

Top Stories

  • Delitto di Garlasco: quindi Stefania Cappa sapeva di Bruscagin quando solo Le Iene e la Procura sapevano? E su Chiesa Soprani…

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: quindi Stefania Cappa sapeva di Bruscagin quando solo Le Iene e la Procura sapevano? E su Chiesa Soprani…
  • Delitto di Garlasco: De Rensis, De Giuseppe e Marchetto indagati? Sì, ma la bomba è l’intercettazione del padre di Andrea Sempio: “quella bionda lì” , “testimone contro di te”

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: De Rensis, De Giuseppe e Marchetto indagati? Sì, ma la bomba è l’intercettazione del padre di Andrea Sempio: “quella bionda lì” , “testimone contro di te”
  • Delitto di Garlasco: i 50000 Euro di Fabrizio Corona e le anticipazioni? Sull’intervista di Marco Poggi a Quarto Grado ci sono solo due cose da dire (e una domanda da fare)

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: i 50000 Euro di Fabrizio Corona e le anticipazioni? Sull’intervista di Marco Poggi a Quarto Grado ci sono solo due cose da dire (e una domanda da fare)
  • Delitto di Garlasco: ok Marco Poggi a QuartoGrado, ma avete sentito Giarda su Stasi? “Indagini nella convizione che solo Alberto poteva aver ucciso Chiara”

    di Gianmarco Serino

    Delitto di Garlasco: ok Marco Poggi a QuartoGrado, ma avete sentito Giarda su Stasi? “Indagini nella convizione che solo Alberto poteva aver ucciso Chiara”
  • Mettetevi comodi! Mentre il mercato pressa Stellantis e Ferrari, John Elkann blinda la cassaforte di famiglia con un patrimonio di 1,2 miliardi azzerando un debito da 600 milioni, e noi vi spieghiamo come ha fatto

    di Andrea Muratore

    Mettetevi comodi! Mentre il mercato pressa Stellantis e Ferrari, John Elkann blinda la cassaforte di famiglia con un patrimonio di 1,2 miliardi azzerando un debito da 600 milioni, e noi vi spieghiamo come ha fatto
  • La nuova Ferrari Luce elettrica fa incazzare tutti, soprattutto la borsa (-7%). Ma Elkann ha un piano per Stellantis (c’entrano Wall Street, ma soprattutto Pechino) e dovrete aspettare il 2030 per capire se avrà ragione o no

    di Andrea Muratore

    La nuova Ferrari Luce elettrica fa incazzare tutti, soprattutto la borsa (-7%). Ma Elkann ha un piano per Stellantis (c’entrano Wall Street, ma soprattutto Pechino) e dovrete aspettare il 2030 per capire se avrà ragione o no

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

Foto:

Ansa

Se sei arrivato fin qui
seguici su

  • Facebook
  • Twitter
  • Instagram
  • Newsletter
  • Instagram
  • Se hai critiche suggerimenti lamentele da fare scrivi al direttore [email protected]

Next

Delitto di Garlasco: l’intonaco scomparso? I pm di Pavia sanno dove e quando s’è perso il campione di muro prelevato intorno all’Impronta 33

di Emanuele Pieroni

Delitto di Garlasco: l’intonaco scomparso? I pm di Pavia sanno dove e quando s’è perso il campione di muro prelevato intorno all’Impronta 33
Next Next

Delitto di Garlasco: l’intonaco scomparso? I pm di Pavia sanno...

  • Attualità
  • Lifestyle
  • Formula 1
  • MotoGP
  • Sport
  • Culture
  • Tech
  • Fashion

©2026 CRM S.r.l. P.Iva 11921100159 - Reg. Trib. di Milano n.89 in data 20/04/2021

  • Chi siamo
  • Privacy