E’ sera, dal cielo su Roma la Luna s'affaccia e se la ride. Il Viminale è illuminato con i colori della bandiera italiana e nelle vie circostanti riecheggia un assordante frastuono. Il fracasso arriva a farsi sentire fino al Teatro dell’Opera. In principio somiglia ad un antifurto fuori controllo, ma il rumore non è regolare e cadenzato, è incomprensibile e imprevedibile. Da picchi dolorosi a gorgoglii alieni, sembra provenire dai due alti pini marittimi che incorniciano la sede del Ministero dell’Interno, le cui chiome lambiscono l’ultimo piano del palazzo ove probabilmente Matteo Piantedosi se ne starà seduto alla sua scrivania con una bella emicrania, estenuato da questo problema parecchio serio e così imbarazzante da risolvere. Domando ad un funzionario che scende le scale del ministero e mi spiega che si tratta di una particolare specie di pappagalli, i parrocchetti dal collare. Son verdi, hanno il becco rosso e gli occhi piccoli e cattivi. Ormai hanno scacciato gli “uccelli d’Italia” e colonizzato le alte chiome di quei due smilzi pini marittimi. Fanno un baccano tremendo e sono intoccabili. Li si vede spesso levarsi in volo anche tra i grattacieli di Milano. Sono una specie invasiva e soprattutto, protetta dal Ministero dell’Ambiente. Dunque non può occuparsene direttamente il Viminale.
Sarebbe competenza del Comune di Roma intervenire attraverso il dipartimento ambiente oppure attraverso il nucleo ambientale della polizia locale, il cui comandante è stato nominato da Gualtieri. E’ una condizione allucinante in cui lavorare, sta diventando insostenibile e non si capisce chi debba occuparsene. La commedia all’italiana trova il suo palco migliore nella burocrazia romana. Ma non è un problema solo del Viminale, mi spiega il funzionario. Si tratta di un problema che ha quasi tutta Roma, perché ormai questi maledetti pappagalli verdi, venuti da chissà quale luogo esotico, stanno mettendo in pericolo gli uccelli d’Italia. Sì, come quel famoso film degli Squallor. Una metafora, questi pappagalli. Anzitutto fallica, poi etnica, infine politica. Fallica, perché questi pappagalli venuti dai mari del sud sono riusciti a imporsi nei confronti dei gabbiani, non proprio degli usignuoli. Questa differenza sessuale può alludere alla nota differenza statistica che incorre tra una sponda e l’altra del Mediterraneo, nonostante, la nostra fama internazionale di grandi scopatori. Etnica, perché questi pappagalli starnazzano una lingua ben più minacciosa e chiassosa dell’allegra e sguaiata risata dei gabbiani. Infatti, nella piazzetta davanti al Ministero c’è una volante della polizia ferma, dentro due agenti che cercano di capire da dove arrivi il frastuono e un gabbiano che li guarda e ride. “Aò, ma chette ridi, gabbiano de mme**a?”. Nun vedi che questi pappagalli ti hanno occupato la casa abusivamente e lo stato ha le mani legate e non può fare nulla per aiutarti? E il gabbiano continua a ridere. Vabbé, forse anche questa è una metafora politica, ma pure demografica, armocromatica, scegliete quella che più vi piace.
Politica per la questione dell’immigrazione incontrollata, della difficile integrazione, un cruccio del ministro Piantedosi, un cruccio vero. Per questo, forse, sta sempre imbronciato. Una barzelletta, anzi un incubo occuparsene per chi dalla finestra del suo ufficio osserva impotente un’invasione capace di raggiungere addirittura le alte chiome dei pini marittimi che sottili sottili si elevano. E’ un assedio alla democrazia, un problema di sicurezza nazionale. Sapete dell’inverno demografico, no? Perché questi pappagalli fanno un sacco di figli e se il ministero dell’Ambiente non farà qualcosa in fretta c’è il rischio che i nostri poveri piccioni, i nostri poveri gabbiani, i nostri uccelli d’Italia vengano sostituiti dal meticciato globale nel giro di una generazione. Pregheranno un altro dio e parleranno arabo, oppure indiano, africano, e saranno tutti verdi. D’altronde il verde è anche il colore con cui nelle moschee viene simboleggiato Allah misericordioso, il quale a differenza del nostro Dio, non si farà mai carne. Per il resto i due si somigliano e forse, sotto sotto, si rispettano. Chissà che ne sarà di Roma, dei pappagalli, dei gabbiani e dell’Occidente assediato dai migranti, animali e umani. Un bangladino affacciato sulla soglia del suo negozio osserva la scena molto incazzato e impreca con lo sguardo rivolto in alto a quella fortezza naturale di molesti pennuti tropicali: “aò, ve ne dovete annà! Dovete tornà a casa, a casa vostra! Re-mi-gra-zio-ne!”.