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Un capomafia da pilu, chat e cagnolini, come social e immagine Messina Denaro copiava Jerry Calà. Ma male...

  • di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

23 aprile 2024

Un capomafia da pilu, chat e cagnolini, come social e immagine Messina Denaro copiava Jerry Calà. Ma male...
La figura del boss trapanese, dopo la scoperta dei suoi account Facebook e Instagram, sembra sempre più Cafonal (per dirla con Dagospia). Si faceva chiamare Averna, metteva nella foto profilo un cagnolino, si definiva “medico imprenditoriale”. La banalità dell'acchiappo. La sua segreta aspirazione, pare, è stata assomigliare al Jerry Calà de "Le vacanze di Natale"...

di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

Nella sua stanzettina da latitante Matteo Messina Denaro viveva una vita da “Vado a vivere da solo”, stracult di Marco Risi con protagonista Jerry Calà (indimenticabile la tavoletta del wc collegata al juke-box per coprire eventuali rumori), se all’epoca del film ci fossero stati i social. Ed è già la seconda citazione da Jerry Calà, dopo il montone sfoggiato il giorno del suo arresto, identico a quello indossato dall’attore catanese nell’altro supercult: “Yuppies”, una pietra miliare dei fratelli Vanzina. Così come Giacomino – interpretato da Calà – se ne andava a vivere da solo fondamentalmente per rimorchiare, molto simile era la vita condotta da Messina Denaro nel suo appartamento da scapolo: gli investigatori hanno infatti scoperto i suoi account social, in cui non postava e non commentava: guardava e rimorchiava. Anche la tecnica da rimorchio era molto cinepanettone: quella dell’identità fittizia “figa”. Se nei film dei Vanzina erano tanti i personaggi “wannabe Capital” (per citare il magazine forse più rappresentativo dell’ “edonismo reaganiano” – cit. Roberto D’Agostino, lookologo, in “Quelli della notte”) che si inventavano identità imprenditorial-fabbrichetta e se nei tristi anni contemporanei alle identità fittizie sui social (per restare, come si dice, nel “legale”) ricorrono le mogli e i mariti in cerca di avventurelle scopicchianti, l’account Facebook del boss è un capolavoro (anni e anni di latitanza fanno sentire il loro peso nella capacità di inventarsi identità fittizie ad hoc).

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Che foto profilo può mettere, un latitante ricercato da decenni?

Innanzitutto il nome. Qual è uno dei cognomi più cool e famosi della Sicilia? Il cognome che vedi persino nelle pubblicità degli aeroporti? Il cognome che rimanda amari da degustare a chiusura di “cene eleganti” (ovviamente in quello che può essere il mondo immaginifico di Matteo Messina Denaro)?

Ma Averna, ovviamente! Un amaro conosciuto in tutto il mondo ma prodotto a Caltanissetta: la fabbrichetta sicula! Cognome che possiede anche l’allure del richiamo a una probabile parentela imprenditorale, dunque. E però, in Sicilia, la professione più ambita dalle suocere è sempre quella: il medico! Garanzia di agiatezza economica e potere di destreggiarsi agilmente (e per tutta la famiglia fino al quinto grado di parentela) in una sanità sicula dove sì ci sono eccellenze ma che ha tempi di attesa e a volte servizi da mettersi le mani nei capelli con la messa in piega (“manco il tempo di andare dal parrucchiere e sono già tutta pinnàta ppi ‘na para di raggi icchisi”, trad.: sono appena uscita dal parrucchiere e sono già tutta spettinata per riuscire a prenotare un paio di radiografie).

E medico risultava, Francesco Averna. Come la “bottana industriale” di carunchiana memoria o la “baronessa lirica” (da “L’aria del continente, di Nino Martoglio, nella cui trasposizione cinematografica uno splendido Angelo Musco interpreta un ricco possidente siciliano che va al nord e torna con una “chansonniere da tabarin” prentandola appunto come “baronessa lirica”) ecco un Matteo Messina Denaro come “medico imprenditoriale”. Si aprono alla mente scenari di cliniche private, all’Alberto Sordi de “Il prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue” dell’immenso Luciano Salce. Ma che foto del profilo può mettere, un latitante ricercato da decenni? Colpo di genio: un cagnolino con un foularino al collo, capace di evocare (oltre a tenerezza, sensibilità, affidabilità, tenuta morale, amore universale, panteismo e new age) sia un cachecol – per la donna che ama una certa raffinatezza – sia una bandana da cowboy – per la donna che ama un medico-imprenditoriale sportivo con cavalli e auto decappottabili.

Il boss seguiva anche l’account Instagram @dagocafonal (riferibile al sito Dagospia): abbiamo controllato le date; prima dell’arresto, Messina Denaro ha fatto in tempo a guardare le foto di Victoria dei Maneskin che Roberto D’Agostino spesso pubblica, insiema a una carrellata di “turbofregne” (cit. Giancarlo Magalli).

Chiediamo una cortesia agli inquirenti: potreste fare un comunicato stampa con la cronologia del browser della primula rossa?

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