Marina Berlusconi scenderà in campo, è quasi dato per certo. Secondo Il Fatto la figlia del Cav sta prendendo lezioni anche per migliorare la sua voce con un dialogue coach, alla maniera di Colin Firth (aka un balbuziente Re Giorgio VI) ne Il discorso del re. È la versione novecentesca dell’armocromismo, per chi, avendo un po’ di letture buone alle spalle sa che più dei colori può la voce, più della moda deve l’eloquio. Il resto Marina Berlusconi ce l’ha: una storia alle spalle, il potere mediatico, un retroterra politico sostanzialmente liberale, buone sponde tra i giornali che, anzi, se la contendono (in particolare Il Foglio, sua alma mater naturaliter, e La Repubblica, che da giornale della borghesia antiberlusconiana ora si trova senza fissa dimora, perché quotidiano odiato tanto a destra quanto a sinistra, e che farebbe bene a mettere da parte l’antiberlusconismo e tenersi solo la “borghesia”). Ora, Marina Berlusconi può permettersi di chiedere consiglio a chi merita di essere ascoltato ma non le costa nulla ascoltare anche qualche consiglio non richiesto. Uno glielo diamo noi: faccia con la politica ciò che sta facendo con la Silvio Berlusconi Editore e che suo padre non ha saputo fare.
Parliamoci chiaro, Marina Berlusconi non è geneticamente programmata per essere seconda a nessuna donna alpha, tantomeno Giorgia Meloni. Se davvero scenderà in campo dovrà cercare altro, magari una sponda al centro, dove si muovono partitelli minoritari che insieme tirano su le percentuali e iniziano a essere un’alternativa all’estremismo sovranista di Lega e vannacciani. Potrebbe pensarci Giorgia Meloni ma non sembra molto intenzionata. I tempi son maturi affinché ci provi qualcun altro. Per esempio Marina. Breve analisi dell’uomo medio di centro. Intanto non è un uomo, ma un giovane, di sesso maschile o femminile, che legge il Foglio, vedeva fino a qualche anno fa le dirette di Liberi oltre le illusioni e si informa sui giornali stranieri (il Guardian, quelli più a sinistra, lo Spectator, quelli più a destra). Hanno competenze tendenzialmente di tipo economico, manageriale o scientifico, sono la “classe disagiata” Stem, per sfruttare una buona definizione di Raffaele Alberto Ventura. Sono, infine, alla ricerca di qualcuno da votare che non sia populista, e cioè che non creda che le soluzioni siano il protezionismo economico (a destra) o, peggio, le tasse (a sinistra), che sia filo-occidentale, magari apertamente atlantista, che abbia buone idee sui diritti civili e ottime idee sul libero mercato e che tutto sommato sia poco interessato alla religione come matrice ideologica. Se Monti si candidasse voterebbero probabilmente Monti. O Mario Draghi. Ma visto che amano sperare per ora votano leader statisticamente minuscoli e ininfluenti.
Da qualche anno la Silvio Berlusconi Editore si è fatta interprete di questa sottocultura, di questo “liberalismo underground”, poco apprezzato in Italia ma che attira sempre più giovani: europeisti, radicali, liberali e moderati democratici. Per anni i giovani hanno visto il Regno Unito conservatore sfracellarsi con la Brexit ma fiorire con un approccio liberale (ora sotto attacco), la Grecia arrivare alla legalizzazione del matrimonio omosessuale con il governo di destra di Kyriakos Mitsotakis, hanno visto recentemente che l’estremismo nazionalista lo puoi inibire con la socialdemocrazia conservatrice, come quella dei democratici cristiani di Merz in Germania, e infine hanno gioito per la vittoria del conservatore Magyar su Orbán. Sono stanchi dei Salvini, dei Vannacci, dei Gasparri, delle Santanché, dei La Russa, della vecchia e nuova sinistra da Seconda/Terza Repubblica. Bisogna chiedersi cosa fare per questa minoranza intelligente e spesso intellettuale, a favore del nucleare, né negazionista sul clima ma neanche catastrofista, appassionata di dati e analisi basate sui fatti e così via. Così come la Silvio Berlusconi Editore, a differenza del politico di cui porta il nome, ha fornito una bibliografia minima che passa da scrittori come Walter Siti e politici come Tony Blair, che passa dagli studiosi Jaques Ellul e Deirdre Nansen e arriva ad Alexander Baunov, che culmina infine con L’antidoto di Claudio Cerasa, un libro basato sui fatti e costruito sulla falsa riga dei libri inglesi, svedesi e americani sull’ottimismo razionale (penso ad Hannah Ritchie o a Hans Rosenberg); allo stesso modo Marina Berlusconi, a dispetto del suo cognome e delle attuali alleanze, deve cercare politici di razza e una classe dirigente in grado di rispondere con concretezza e competenza ai problemi dell’Italia reale. Può farlo? Chi l’ha preceduta non ce l’ha fatta, chi governa non ce l’ha fatta e persino la sinistra, storicamente associata a varie forme di feticismo e snobismo culturale, tanto da attirare proprio critica anti-intellettuali e becere, non ce l’ha fatta (l’ultimo blando tentativo è stato con Giuliano da Empoli segretario del Mic di Rutelli nel 2007).
La sfida sarà dunque questa: realizzare in politica ciò che sta facendo culturalmente, federando il centro intorno a una personalità che abbia il carisma necessario per vincere qualcosa e non solo l’ormai proverbiale coppa del nonno. Ha le letture, i soldi e una base da cui partire. Ora dovrà lavorare ai fianchi, e cioè gli alleati, e al vertice, cioè la propria classe dirigente. Ha i giornali, le tv e qualcuno disposto ad ascoltarla. Ma lei si farà sentire? Dialogue coach o no, la cultura ha una finestra d’azione da cecchino, diversa da quella più rozza delle destre oggi al potere. Bisogna fare bene fin dall’inizio. Il fatto che abbia vinto una destra sostanzialmente anticulturale (quella di una specifica corrente dell’Msi, la stessa di Gasparri) non ha il carattere della necessità, ma solo della possibilità. Si può e probabilmente si deve immaginare una destra diversa, che non abbia la data di scadenza e che sia evoluta, moderna, realista in politica e idealista culturalmente, non viceversa (e cioè primitiva culturalmente, perché fintamente realista, e chiacchierona in politica).