Annabella Martinelli a quella corda in mezzo alle sterpaglie dell'hinterland padovano ci è arrivata da sola. Con le sue gambe, con la sua bicicletta. Il cerotto sulla bocca? Un modo per andarsene in silenzio, senza disturbare. L'unica voce lasciata al mondo sono i bigliettini trovati nello zaino. Questa è, al momento, la verità investigativa consegnata dall'autopsia eseguita sul corpo della ventiduenne. Una verità che non cancella del tutto i dubbi, alimentati da alcuni elementi considerati anomali. Ma un'autopsia può davvero stabilire se un suicidio sia stato autentico o indotto? E cosa non torna nella storia della studentessa di Teolo? Soprattutto: queste suggestioni che nascono, crescono e spesso si spengono attorno ai casi aiutano o complicano le indagini? Ne abbiamo parlato con il Professor Andrea Forlivesi, docente al corso di laurea in Scienze Criminologiche per l'Investigazione e la Sicurezza all'Università di Bologna.
L'autopsia ha confermato l'ipotesi del suicidio. Ma che tipo di elementi può fornire rispetto a un eventuale concorso di terzi?
È importante chiarire che l’autopsia è un’analisi del corpo finalizzata ad accertare cause, modalità e tempi della morte, oltre all’eventuale presenza di segni di reato. Non è, di per sé, uno strumento investigativo completo, ma un supporto alla ricostruzione dell’evento. Per distinguere tra suicidio, suicidio indotto o omicidio occorre valutare molti altri aspetti: il luogo, la postura del corpo, gli oggetti presenti, la dinamica presunta, ma anche elementi pregressi come problemi personali, lavorativi o relazionali. Nel caso della ragazza di Padova, l’autopsia non ha rilevato segni di violenza esterna o lesioni compatibili con l’intervento di terzi, motivo per cui si ritiene che si tratti di un suicidio.
L’ipotesi del coinvolgimento di altre persone resta quindi solo una suggestione?
Al momento sì. Non esistono elementi concreti che indichino la presenza di altri soggetti. Per la Procura il suicidio è l’ipotesi più plausibile, perché non emergono segni di violenza, anomalie evidenti o contatti con altre persone nelle ore immediatamente precedenti la morte.
Eppure alcuni dettagli, come la seconda pizza o il cerotto sulla bocca, continuano a far discutere.
Personalmente non me li spiego, ma questo non significa che si debbano costruire scenari alternativi. Chi decide di togliersi la vita vive spesso uno stato emotivo profondo, fatto di disperazione e ansia, che può portare a comportamenti difficilmente leggibili in chiave razionale. Ognuno può dare una propria interpretazione, anche gli esperti, ma restano valutazioni soggettive. Le prove e le circostanze oggettive sono un’altra cosa.
Sarebbe anche singolare che un’eventuale seconda persona non sia stata intercettata dalle telecamere di sorveglianza.
Finché non emergono prove oggettive – testimonianze attendibili, immagini video, tracce biologiche – l’ipotesi di una seconda persona resta priva di riscontri. Le telecamere coprono solo alcune aree pubbliche, quindi non consentono di affermare con certezza che la ragazza sia stata sempre sola. Detto questo, dalle immagini disponibili non risulta che fosse seguita. Ma la videosorveglianza è solo uno degli strumenti investigativi, non può essere l’unico criterio di valutazione.
In generale, queste suggestioni mediatiche aiutano o ostacolano il lavoro degli inquirenti?
Chi indaga non dovrebbe mai farsi condizionare dalla pressione mediatica o dalla richiesta di verità che emerge dall’opinione pubblica e dai social. Gli strumenti investigativi esistono, sono affidabili, ma vanno utilizzati con oggettività, equilibrio ed esperienza. È vero però che fattori umani come l’influenza esterna o la fretta di chiudere un caso possono confondere il giudizio. Non dovrebbe accadere, ma trattandosi di persone, il rischio è sempre presente.