Evviva il Fu-turismo! Nel senso che finalmente il vecchio turismo di Milano è morto. Milano ad agosto è iperbole futuristica
Evviva la città del vaffanc*lo: Evviva il Fu-turismo! Nel senso che finalmente il vecchio turismo di Milano è morto. Aboliamo i chiari di luna e soprattutto le visite alle guglie del Duomo e lo shopping seriale nel centro. Milano ad agosto è iperbole futuristica, con una nuova sempre più frequentata destinazione: il dito medio di Cattelan, il monumento più sincero della nostra epoca, proprio nel bel mezzo di piazza degli Affari. F*ck The World! Pedalando su via Senato, superando quel civico numero 2, dove un tempo Filippo Tommaso Marinetti sputava contro il passatismo e batteva furiosamente i tasti per incendiare il mondo: oggi quel portone è un guscio muto, ricattato da studi notarili e showroom in vacanza a tirare via naso l’intera Formentera.
Milano ad agosto non è ghost town: inseguo la processione diretta al Dito Medio, per le consuete foto buffe: la vanagloria del Bosco Verticale lasciamola ai neo-bauscia che storcono il naso di fronte ai plebei della selfie ridanciana. Ecco le prime avanguardie di turisti globalizzati in bermuda che si accalcano sotto il blocco di marmo venoso intitolato L.O.V.E. da Maurizio Cattelan: moncherino d’oltraggio dritto in faccia alla finanza, in cui i visitatori a turno si immortalano, imitando quel bel dito medesimo. E allora, siccome sono l’unico autoctono rimasto, li provoco, li scuoto dal torpore algoritmico e mi faccio mandare a f*nculo da tutti loro, uno a uno, in un tripudio di vaffa in inglese, in tedesco, in portoghese e in cinese, tutti in gruppo a sbattermi il loro dito sudaticcio e felice vacanziero. Mentre io spero di essere parte dello show, di una folkloristica accoglienza meneghina. Miracolo a Milano, città finalmente libera dalle ali degli angeli di Zavattini: qui c'è solo un parco giochi per il consumo che finalmente può dissacrare se stessa. Già, li ho attraversati i palazzoni, pedalando lungo la Martesana: siamo tutti figli adottivi del geniale, spietato lemma del dopoguerra: «Meglio proprietari che proletari», coniato con precisione notarile dai democristiani che già schematizzavano il paradiso terrestre. Più case per tutti, mutui trentennali e l’idea di essere nuovi emissari di un solido benessere cementato, affinché nessuno si azzardasse a mettere la freccia a sinistra.
Questo il terminal di un post-capitalismo che ha smesso di fingere, che non nasconde i suoi binari morti
E da lì proseguendo verso la via della canzone di Celentano: Via Gluck, evaporata dal mito e ridotta a scialba traversa dietro la ferrovia, stretta tra insegne sbiadite di bar che le fanno il verso, proprio a ridosso col canalone di asfalto di Via Sammartini che nei 90 era Mecca di club che facevamo le file di notte, dal Tunnel allo Shangai e strani traffici di pesce all’ingrosso. E così, pedalando in questo fine agosto, sono arrivato al ventre della metropoli: la Stazione Centrale e l’incombente invasivo rullare dei trolley di quelli che ostentano corse disperate verso i loro treni agognati e il pullman che li porteranno a Malpensa. I superstiti dal portafoglio vuoto camminano lentamente, osservano chiunque li osservi. Questo il terminal di un post-capitalismo che ha smesso di fingere, che non nasconde i suoi binari morti e che, poco più in là, mostra la ferita aperta del Binario 21 che a ogni ora del giorno e della notte sussurra ancora di quelle crudeli e silenziose deportazioni, attuate da avi italiani, felici di compiacere l’alleato uncinato, nel nome di quel vergognoso millenario pregiudizio, ciclicamente alimentato da sempre nuovi alibi. Gloria alla Milano che rimane qui ad agosto, quegli individui sdraiati a terra, accovacciati sui cartoni con lo sguardo perso in qualche mondo che parrebbe non interessare a nessuno.
E poi pedalando lungo una spettrale via Larga, che non è una strada, ma un manifesto ideologico colato sull’asfalto: un regalo sfacciato della guerra, con la provvidenziale scusa delle macerie per radere al suolo il passato e dare pista alla gioia motorizzata di chi finalmente poteva permettersi di sfrecciare su una Fiat Topolino, lucidata la domenica per fare invidia ai vicini. Da quando è morto il Cavaliere, Milano è diventata un post-mito, una città aperta e sventrata da se stessa, l'unica in Italia a recitare la parte della metropoli europea pur mancando di un centro storico vissuto: Ciò che è sopravvissuto è stato cannibalizzato dai brand e da grappoli di grattaceli qatarini, ovviamente per pochi. E poi sono sbucato in piazza del Duomo, per vedere come stavano i piccioni, al cospetto dei turisti in posa plastica. E mi sono ritrovato nella zona della tanto blaterata Movida, tra Darsena e i Navigli. Un tempo questa terra di popolani, di cortili sbrecciati, dialetto stretto e memoria operaia, un'area rasa al suolo, per una fatale coincidenza geolocalizzata: proprio questa zona era nella rotta dei rientri dei bombardieri Alleati che, in preda a stress e terrore, sganciavano gli avanzi di bombe a caso, in fuga dalla contraerea.
A Milano il cerchio con la storia si chiude perfetto, grottesco e implacabile: il passato si ripete prima come tragedia, poi come fast food.
Al posto della fauna locale, che durante l'anno mette alla prova il fegato e le narici, c'è un’armata di turisti rosei dal nord Europa: risuona il glorioso mantra di Trainspotting/Born Slippy: lager, lager, lager mega white thing, bevono, bevono, bevono, come da decreto Eu per il bene del Pil nostrano. E laggiù in mezzo all'acqua: appare la fellinania gondola veneziana, l’unica a Milano, neo-attrazione per turisti in gita romantica da esibire. E mi appropinquo verso il Pirellone e il suo brutalismo in vetro, contro cui Bianciardi sputava bile: passò all’azione decenni dopo il povero signor Fasulo che si infartò sul suo Cessna, schiantandosi sulla facciata, a distanza di qualche mese dal vero undici settembre. Il sole cala lentamente sulla città di Milano, allungando le ombre dei palazzi, dei monumenti, dei cantieri. E mi ritrovo inevitabilmente in piazzale Loreto. Mi fermo esattamente nell'angolo dove un tempo esposero il corpo di Mussolini a monito e ludibrio della storia, dove oggi sorge una banca algida, accanto all’unto planetario di un McDonald’s: pochi metri più in là il piccolo monumento che ricorda quella decina di partigiani e oppositori lasciati marcire sotto il sole d’agosto, qualche mese prima del 25 aprile. Il cerchio con la storia si chiude perfetto, grottesco e implacabile: il passato si ripete prima come tragedia, poi come fast food. Riprendo la via del ritorno, pedalando verso nord, l'ombra lunga di quel dito medio di marmo mi insegue sull’asfalto, mentre il sole si occulta dietro le impalcature di una città che non sa più fare a meno di se stessa. Continuo a pedalare in equilibrio precario, tra il mito sbiadito di ieri e la miseria spettacolare di domani.