Diciassette persone denunciate. Tutte appartenenti all'ambiente centri sociali milanesi. Contro di loro contestati i reati come resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, oltraggio, lesioni e altre imputazioni aggravate, spesso in concorso e continuazione.
Per tutti sono state richieste misure cautelari, volte a prevenire la reiterazione del reato o l'inquinamento delle prove. Questo il bilancio giudiziario delle manifestazioni pro-pal del 22 settembre a Milano, quelle sfociate nei disordini di piazza e negli scontri alla Stazione Centrale. A riportarlo è Demetrio Marra, giovane poeta fortemente impegnato e militante sul fronte pro-Palestina. Per Marra il pm aveva richiesto gli arresti domiciliari, il Gip ha optato per gli obblighi di dimora e di firma. Ma Marra non ci sta, “provvedimenti di questo tipo mettono le persone e le realtà organizzate all'angolo” dice in un lungo post su Facebook. Un angolo sociale, che li separa da quelli che per società sarebbero i “buoni”, ma anche un angolo economico: “i costi da sostenere sono altissimi e sono invisibilizzati da una narrazione pubblica diffidente”. Per questo insieme ad alcuni collettivi milanesi avrebbe lanciato una raccolta fondi: “Il 22 settembre io c'ero”, che ha già raccolto più di 8 mila euro.
Marra aveva già parlato delle manifestazioni di quei giorni, con un articolo pubblicato su “Milano in movimento”. “Siamo a un punto di svolta epocale” ha dett, parlando del successo delle manifestazioni “Blocchiamo tutto”. Marra poi ha denunciato quella che chiama “una precisa e molto più pericolosa narrazione controrivoluzionaria messa in piedi dal governo”. Sui disordini in Stazione centrale dice: “Chi manifestava aveva bene in mente le parole d’ordine della giornata (“blocchiamo tutto”) e sapeva che in altre città (come Napoli e Roma) l’occupazione simbolica della viabilità ferroviaria, dopo qualche piripiglia, era stata permessa; chi avrebbe dovuto gestire l’ordine pubblico evidentemente no”.
Un eccesso di violenza che, secondo Marra, andrebbe difeso: “perché è stato proprio quell’eccesso a cogliere impreparato un intero ordine costituito e, dunque, a essere decisivo”. Una violenza che però non deve essere fine a se stessa ma guidata da un fine politico: in sintesi la pace in Palestina, il riconoscimento dello stato palestinese e la cessazione dei rapporti fra Italia e Israele. “Ne possiamo uscire, ne siamo fuori solo se agiamo politicamente e con determinazione, al posto di fare penitenza quando ci additano. Questo si traduce, anche, in una sospensione del giudizio delle pratiche di chi è al nostro fianco e osserva il medesimo orizzonte, in particolare di fronte a loro. Condannare ogni forma di violenza è il precetto morale attraverso cui il realismo capitalista segretamente impesta l’inconscio sociale per delegittimare ogni slancio verso il capovolgimento politico”.