Niente sangue. Zero bare bianche sul sagrato della chiesa. Neanche l’ombra della solita carovana di finta pietà a beneficio di telecamere e talk show. Forse è per questo che nessuno già parla più di quello che sarebbe potuto succedere a Catania. E invece bisognerebbe farci caso. E raccontarlo, sia per rendere merito a un lavoro ben fatto, sia per ricordarci – in maniera lucida e senza l’emotività di un qualche dramma appena consumato - quanto disagio profondo c’è tra i giovanissimi. La Polizia a Catania, complice probabilmente anche un meccanismo sociale che ha funzionato a dovere, ha scongiurato una “Columbine” di noialtri. Ferro, simboli di guerra, mimetiche, detonatori e fogli scritti in cirillico rimasti, per fortuna, chiusi nella cameretta di un quattordicenne della provincia di Catania. Un ragazzino che per mesi ha pianificato nei minimi dettagli il suo massacro personale tra i banchi di scuola, sognando un’emulazione in stile Columbine. Sì, è stato fermato. E il merito è della Polizia di Stato e della Procura per i Minorenni di Catania: perquisizioni a colpo sicuro, sequestro di un arsenale di armi da taglio, propellenti per esplosivi, manuali di combattimento scaricati dalle fogne digitali del web. Un blitz scattato prima che la fantasia criminale diventasse concretezze.
La notizia, quasi ignorata da molti, è spaventosa. Un altro adolescente qualunque, inserito in una routine familiare qualunque, navigava su canali cifrati, accumulava materiale bellico e traduceva codici di violenza per preparare la sua ora di sangue nel proprio istituto scolastico. Una radicalizzazione solitaria gestita da una mente giovanissima ma lucidissima, capace di reperire sul web tutorial per fabbricare ordigni e strategie per massimizzare le vittime. Oltre il fatto di cronaca — che si è chiuso fortunatamente senza vittime di sorta — la vicenda di Catania merita un’analisi cinica e senza buonismi. Siamo nel bel mezzo di una stagione mediatica e sociale in cui la fiducia nelle forze dell’ordine e negli apparati investigativi toccano i minimi storici. Basterebbe guardare alle macerie concettuali dell'indagine sul delitto di Garlasco: tra eluiti spariti dai congelatori senza un verbale, accertamenti genetici mai comunicati, ex eroi che si rivelano “baggianisti” e reperti distritti con sei anni di anticipo sulle decisioni dei giudici, oltre a consulenze condotte con la leggerezza dei dilettanti. Quando le istituzioni sbagliano, quando l'approssimazione contamina la ricerca della verità in una scena del crimine, è dovere di chi fa il mestiere del raccontare l’azzannare e lo smontare pezzo per pezzo la superficialità degli apparati.
Proprio per questo, però, quando lo Stato funziona, bisogna avere l'onestà intellettuale di riconoscerlo senza ipocrisie. A Catania gli investigatori della Sezione Operativa per la Sicurezza Cibernetica e la Squadra Mobile non sono arrivati "dopo", a misurare le macchie d'olio e i bossoli a terra a favore di telecamera o a giustificarsi in conferenza stampa su ciò che si poteva evitare. Hanno intercettato la minaccia, probabilmente dopo aver preso sul serio una qualche segnalazione. Hanno lavorato sulla prevenzione pura. Hanno analizzato le tracce prima che il delitto si consumasse e sono entrati in quella casa non solo disinnescando una bomba che avrebbe sconvolto il Paese, ma pure, in qualche modo, aiutare un ragazzo che comunque stava vivendo un disagio e è ancora nell’età in cui si può fare qualcosa per fargli pensare a un futuro differente da quello dello stragista.
La differenza tra il fallimento e l'eccellenza sta qui: nella capacità di fare prevenzione reale invece che burocrazia da laboratorio. In un’Italia abituata a gogna, ritardi e pagliacciate giudiziare che mandano al macero le prove decisive, il caso del quattordicenne catanese deve ricordarci pure che le forze dell’ordine e gli organi d'inchiesta sanno ancora essere un argine infallibile quando applicano rigore, metodo e intelligence. Fregandosene della vanagloria. Il "metodo Catania" dovrebbe diventare lo standard per un Paese che troppo spesso si accorge dei propri mostri solo quando ormai resta solo da piangere.