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14 ottobre 2026

Vita, morte (politica) e miracoli di Pier Ferdinando Casini, l’uomo che è durato più di tutti, che dopo 43 anni ha scelto di non ricandidarsi e a cui resta da fare soltanto il Presidente della Repubblica

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

14 ottobre 2026

Entrò a Montecitorio a ventisette anni, mentre Nilde Iotti presiedeva l’Aula e Craxi preparava il suo primo governo. Ne uscirà, a settantuno anni compiuti, come l’ultimo democristiano rimasto in servizio permanente effettivo. In mezzo ci sono la fine della Prima Repubblica, Berlusconi, il no al Pdl, il Papa in Parlamento, una notte al Quirinale e Bologna, la città rossa che lo ha eletto due volte. Ritratto di un uomo che ha fatto della durata una forma di pensiero

Foto: Ansa

Vita, morte (politica) e miracoli di Pier Ferdinando Casini, l’uomo che è durato più di tutti, che dopo 43 anni ha scelto di non ricandidarsi e a cui resta da fare soltanto il Presidente della Repubblica

C’è una frase che Pier Ferdinando Casini ripete da anni. La attribuisce a un filosofo greco: le città si difendono con le lance dei giovani e con i consigli degli anziani. La citava quando si ricandidava, per giustificare la propria presenza. Oggi la stessa frase serve a giustificare l’assenza. Domenica 11 ottobre, con un’intervista al Corriere della Sera e una lettera ai bolognesi affidata al Resto del Carlino, l’ex presidente della Camera ha annunciato che alle prossime elezioni politiche non si ricandiderà, sostenendo che sia arrivato il momento di lasciare spazio a figure più vicine ai partiti e alle coalizioni che andranno al voto. Non sono dimissioni. Casini resta al Senato fino alla scadenza naturale del mandato: l’annuncio riguarda la mancata ricandidatura, non un’uscita immediata. Ma è comunque la fine di qualcosa che in Italia non ha precedenti. Lui parla di 44 anni; il conto esatto si ferma a poco più di 43, visto che entrò alla Camera nel 1983 e il quarantaquattresimo anniversario cadrà solo nel luglio 2027. Poco importa. È il parlamentare più longevo della storia repubblicana, l’unico ad aver attraversato senza soluzione di continuità la Prima, la Seconda e quella cosa senza numero che è venuta dopo. Lui stesso ha detto che la cosa più difficile in politica non è arrivare né restare, ma “individuare il momento giusto in cui fermarsi”. Detto da uno che non si è fermato per quattro decenni… 

Per capire Casini bisogna partire da Bologna e dalla Democrazia cristiana, che a Bologna era una minoranza assediata. Nato nel dicembre 1955, laureato in giurisprudenza, cresce nella Dc di una città dove i democristiani erano un’enclave dentro il modello emiliano del Pci: le cooperative, le sezioni, i sindaci Dozza e Zangheri, l’amministrazione come religione civile. Essere democristiani lì voleva dire imparare presto un’arte che a Roma non serviva: parlare con l’avversario, perché l’avversario governava. Nel 1980 entra in consiglio comunale. Tre anni dopo, a ventisette anni, è deputato. Il suo padrino è Arnaldo Forlani, il marchigiano dalla voce bassa e dal sorriso immobile, l’uomo che nella Dc rappresentava la moderazione elevata a metodo. Casini diventa il “delfino” di Forlani negli anni in cui la politica italiana si regge sull’asse che i giornali chiamano CAF: Craxi, Andreotti, Forlani. È un apprendistato in una scuola che non esiste più, quella delle correnti, dei congressi, delle mediazioni notturne, dove si imparava che il potere non si conquista ma si amministra, e che chi si muove troppo in fretta perde. Il soprannome arriva presto: Pierfurby. Bello, abbronzato, elegante, sempre al posto giusto. Un ragazzo democristiano che sembrava uscito da un set della commedia all’italiana anni Ottanta, in mezzo a uomini che avevano fatto la Resistenza o la Costituente.

 Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi per il Polo delle libertà nel 1999
Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi per il Polo delle libertà nel 1999 Ansa

Poi viene il 1992, e la scuola chiude. Mani Pulite spazza via i partiti che avevano governato l’Italia per mezzo secolo. L’immagine che resta di quella stagione, per la Dc, è proprio quella del suo maestro: Forlani al processo Cusani, nel dicembre 1993, interrogato da Antonio Di Pietro, con quel filo di saliva all’angolo della bocca che le telecamere trasformarono nell’icona del tramonto democristiano. Casini, che di Forlani era stato il figlio politico, ne esce intatto. Non viene toccato dalle inchieste. È il primo dei suoi miracoli, e forse il più importante: sopravvivere al naufragio senza aver abbandonato la nave prima del tempo, ma trovandosi nella scialuppa giusta quando la nave affonda. La scialuppa si chiama Ccd, Centro cristiano democratico. Nel gennaio 1994, mentre Mino Martinazzoli trasforma la Dc in Partito popolare e sceglie di stare al centro da solo, Casini e Clemente Mastella fanno la scelta opposta: si alleano con Silvio Berlusconi, appena sceso in campo. È una decisione che all’epoca sembra un’eresia e che col senno di poi appare quasi ovvia. Il Ccd porta nel Polo delle libertà quello che a Forza Italia mancava: la legittimazione cattolica, il radicamento democristiano, la memoria di come si governa. Berlusconi porta i voti. Vale la pena fermarsi un momento sulla coppia fondatrice, perché il loro destino dice molto dell’Italia che verrà. Mastella nel 1998 se ne va, segue Cossiga nell’operazione che porta D’Alema a Palazzo Chigi, poi fonda l’Udeur, diventa ministro della Giustizia di Prodi e nel 2008 ne fa cadere il governo. Casini resta. Due democristiani nati dallo stesso strappo: uno diventerà il simbolo del trasformismo, l’altro quello della fedeltà a se stesso. O almeno questa è la versione che Casini ha sempre preferito. Nel 1995 assiste da alleato alla svolta di Fiuggi, quando Gianfranco Fini scioglie il Msi in Alleanza nazionale. Nell’intervista di questi giorni ha detto che senza la svolta di Fiuggi non ci sarebbe stata Giorgia Meloni. È un giudizio storico, ma è anche un modo di rivendicare qualcosa: quella destra entrò nell’arco costituzionale anche perché c’erano democristiani disposti a sedersi al suo fianco.

Il 2001 è l’anno della consacrazione. La Casa delle libertà vince le elezioni e Casini, a quarantacinque anni, diventa presidente della Camera dei deputati. È l’apice di una carriera, ma anche l’inizio di una seconda identità: da uomo di partito a uomo delle istituzioni. Per cinque anni presiede l’Aula nella legislatura più conflittuale della storia repubblicana, quella delle leggi ad personam, del lodo Schifani, dei girotondi, della guerra in Iraq. Lo fa con una terzietà che gli viene riconosciuta anche dall’opposizione, e che costruisce una reputazione destinata a durare più dei partiti. Il momento simbolico di quella presidenza è il 14 novembre 2002. Giovanni Paolo II entra a Montecitorio e parla alle Camere riunite: è la prima volta di un Papa nel Parlamento italiano. Casini lo accoglie. Per un democristiano cresciuto nell’Italia dove il Tevere era ancora largo, dove la questione romana aveva diviso le coscienze per un secolo, è la chiusura di un cerchio. Quella fotografia, il presidente della Camera accanto al Papa polacco, è forse l’immagine che meglio riassume quello che Casini ha voluto essere: il punto di contatto fra lo Stato laico e il mondo cattolico, senza che nessuno dei due perda la faccia. Negli stessi anni presiede anche l’Unione interparlamentare, l’organizzazione mondiale dei parlamenti. E nello stesso 2002 il Ccd si fonde con il Cdu di Rocco Buttiglione e con Democrazia europea di Sergio D’Antoni: nasce l’Udc. È dentro il centrodestra, ma è il pezzo che non si lascia digerire. Nel 2005, dopo la sconfitta alle regionali, è l’Udc di Marco Follini a costringere Berlusconi alla crisi e a un secondo governo. Il centro che si fa sentire, il centro che pesa.

Secondo congresso del CCD, 24 luglio 1995
Secondo congresso del CCD, 24 luglio 1995 Ansa

Il gesto più coraggioso della carriera di Casini, quello che i suoi estimatori citano per primi, è una rinuncia. Nel novembre 2007 Berlusconi sale sul predellino di un’auto in piazza San Babila e annuncia la nascita del Popolo della libertà, il partito unico del centrodestra. Fini, dopo qualche giorno di sdegno, ci entra. Casini no. Nel 2008 si presenta da solo, con l’Udc, candidato premier di un centro che non ha speranza di vincere. Prende il 5,6 per cento. Resta fuori dal governo per la prima volta da quando era nato il bipolarismo, rinunciando a ministeri certi in cambio di un’autonomia incerta. È la scommessa su cui ha costruito tutto il resto: che il bipolarismo all’italiana fosse una malattia, e che prima o poi qualcuno avrebbe avuto bisogno di un medico. Due anni dopo sembra avere ragione. Nell’aprile 2010 Fini rompe con Berlusconi, e nasce il Terzo polo: Casini, Fini, Rutelli. Il 14 dicembre 2010 la mozione di sfiducia contro Berlusconi fallisce per tre voti, fra compravendite e cambi di casacca. Il Terzo polo non decolla, ma nel novembre 2011, quando lo spread costringe Berlusconi alle dimissioni, Casini è fra i primi a sostenere Mario Monti. Nasce la strana maggioranza che i giornali battezzano ABC: Alfano, Bersani, Casini. Il centro è di nuovo indispensabile, almeno per un anno.

Il 2013 è il punto più basso. Casini si allea con Monti in Scelta civica, l’Udc precipita sotto il 2 per cento. Lui viene eletto al Senato, ma il partito che aveva fondato è ormai un’ombra. Sostiene i governi Letta e Renzi, presiede la commissione Esteri di Palazzo Madama, poi lascia l’Udc a Lorenzo Cesa, che torna nel centrodestra, e prende un’altra strada. Nel 2017 gli viene affidato un incarico che in pochi avrebbero voluto: la presidenza della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, nata dopo i crac delle banche venete e di Banca Etruria. Sono mesi di audizioni roventi, con il governatore di Bankitalia, l’ex presidente della Consob, i vertici delle banche, e con l’ombra della vicenda Boschi sulla maggioranza renziana. Casini la governa con il mestiere del vecchio presidente della Camera: lascia parlare tutti, non si fa trascinare da nessuno, chiude i lavori prima delle elezioni senza che la commissione diventi un tribunale politico. È il Casini che piace ai Palazzi e irrita i giornali: quello che spegne gli incendi invece di alimentarli.

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Pier Ferdinando Casini

Ed eccoci al paradosso finale. Nel 2018 il Partito democratico candida Casini nel collegio uninominale del Senato a Bologna. L’ex delfino di Forlani, l’alleato storico di Berlusconi, il simbolo vivente della Dc, nel collegio più rosso d’Italia, sostenuto dagli eredi di quel Pci che a Bologna aveva combattuto per tutta la giovinezza. A sinistra in molti si ribellano. Lui vince. Nel 2022 il Pd lo ricandida, e stavolta l’avversario del centrodestra è Vittorio Sgarbi. Casini vince di nuovo. A sessantasei anni, dopo quattro decenni di politica, è diventato quello che forse era sempre stato: un pezzo di Bologna più che di qualunque partito. Una storia passata dalla Dc alle formazioni centriste, dai governi con Berlusconi allo strappo e poi al percorso da indipendente sostenuto dal Pd, che lo ha reso non organico ad alcun partito, come ha scritto il Carlino. Nella lettera ai bolognesi ricorda i sindaci della sua vita, i comunisti Zangheri e Imbeni, l’outsider Guazzaloca, e sintetizza così il congedo: “Togliere la spina forse lo è ancora di più”, cioè più difficile che resistere. Ma c’è anche una ragione prosaica, che lui stesso non nasconde. Con la nuova legge elettorale Casini, non organico ad alcun partito, non ha più un collegio uninominale in cui muoversi. Senza il collegio, un indipendente non ha un posto. La sua uscita è anche la fotografia di un sistema che non prevede più figure come la sua.

E poi c’è la notte del gennaio 2022. Mentre i partiti si sfiancano nella corsa per il Quirinale, fra la candidatura di Elisabetta Casellati bruciata in Aula e i veti incrociati, il nome di Casini sale e scende per giorni. È il candidato perfetto per una stagione senza maggioranze: ex democristiano, ex centrodestra, eletto dal centrosinistra, rispettato da tutti, nemico di nessuno. Una notte sfiorò il Quirinale; poi l’elezione sfumò e si aprì la strada del Mattarella bis, e lui ricevette l’applauso unanime dell’Aula. Il suo commento fu una riga sola: “Viva il Parlamento, viva l’Italia”. È quella la chiave per leggere anche l’annuncio di oggi. Il mandato di Sergio Mattarella scade all’inizio del 2029. Il Parlamento che lo eleggerà sarà quello uscito dal voto del 2027, e Casini non ne farà parte. Ma per diventare presidente della Repubblica non serve essere parlamentari: servono cinquant’anni, la cittadinanza e i voti dei grandi elettori. E soprattutto serve, nella tradizione italiana, essere percepiti come figure al di sopra delle parti. Un senatore indipendente eletto dal centrosinistra è una cosa; un ex senatore che ha scelto di farsi da parte, che riconosce a Meloni di aver tenuto in piedi la coalizione e invita a non sottovalutare Schlein, è un’altra. È una riserva della Repubblica. Due anni fa, ragionando di Quirinale, aveva detto: “Credo di non dover dimostrare più niente.” Ora lascia il seggio dicendo di non lasciare la politica. E chi conosce la grammatica democristiana sa che le due frasi non si contraddicono. 

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Pier Ferdinando Casini e Elly Schlein Ansa

Che cosa resta, alla fine, di Pier Ferdinando Casini? Non una legge che porti il suo nome, non una riforma, non un partito: l’Udc che ha fondato è oggi una sigla, la Dc di cui era il più giovane erede non esiste da più di trent’anni. Non resta nemmeno una linea politica coerente, nel senso in cui la intendono i suoi critici: è stato con Berlusconi e contro Berlusconi, con Monti, con Renzi, con il Pd. Su certe questioni è rimasto fermo, come il no al matrimonio fra persone dello stesso sesso; su altre si è spostato, come il sì allo ius soli, che ha rivendicato fin dagli anni della presidenza della Camera. Ci sono state anche contraddizioni personali, che la stampa non gli ha risparmiato: il leader del partito della famiglia tradizionale che nel 2007 sfilava al Family Day con alle spalle un matrimonio finito, e il secondo, con Azzurra Caltagirone, figlia del costruttore ed editore romano, che lo legava a uno dei centri di potere economico più solidi del Paese. Ma anche qui Casini ha mostrato la sua dote principale: attraversare le polemiche senza farsene definire. Quello che resta è un metodo. In un’Italia che dal 1994 ha vissuto di leader carismatici, di partiti personali, di rotture e di rottamazioni, Casini ha rappresentato l’idea opposta: che la politica sia un mestiere lungo, fatto di relazioni, di pazienza, di presidi istituzionali, e che il compromesso non sia un tradimento ma una forma di intelligenza. È l’ultima incarnazione della cultura politica democristiana, quella che De Gasperi aveva fondato e Moro aveva teorizzato, ridotta alla sua essenza più pura: la capacità di stare al centro quando il centro non esiste più. I suoi detrattori lo chiamano trasformismo. I suoi estimatori lo chiamano senso delle istituzioni. Forse la verità è che, in un Paese dove i partiti nascono e muoiono nel giro di una legislatura, l’unica coerenza possibile era la durata. Casini l’ha praticata per 43 anni. Ora, per la prima volta, ha deciso di misurarla. Gli resta un solo palazzo in cui non ha mai abitato. E in Italia, si sa, i democristiani non dicono mai di no.

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Pier Ferdinando Casini fa una foto ricordo dei deputati che comunque andranno via prima di lui Ansa

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