“Il pregiudicato e la spregiudicata”, il sottotitolo usato dal quotidiano Il Tempo per parlare di Ilaria Salis, sorpresa da un controllo in hotel con Ivan Bonnin, membro del suo staff con precedenti penali legati alla militanza nei collettivi studenteschi. Un titolo che però nasconde un problema più profondo, quello della stigmatizzazione nei confronti dei preguidicati. Pregiudicati, nel vero senso del termine. Soggetti che hanno giuridicamente espiato la propria pena, ma che nella società civile continuano ad essere marchiati. Ad accendere un faro sulla questione è stato Massimiliano Zossolo, fondatore della pagina Welcome to Favelas con un passato segnato dai precedenti giudiziari. Ha detto di aver interrotto la sua collaborazione con il quotidiano romano. “Il mio non vuole essere un attacco al direttore Daniele Capezzone” dice in un post, “si tratta di una scelta etica e civile, volta a sensibilizzare su un tema per me molto importante”. Noi lo abbiamo intervistato per capirne di più.
Spiegaci la tua scelta.
In Italia purtroppo si fa ancora largo uso del termine “pregiudicato” per indicare una sorta di classe sociale che dovrebbe avere meno diritti degli altri. Trovo assurdo che persone condannate per reati lievi vengano accomunate a chi ha commesso reati ben più gravi. In questo la politica non aiuta, anzi: spesso vengono create leggi ad hoc proprio per impedire ai pregiudicati l’accesso a determinate posizioni, anche quando hanno pagato per intero il loro debito con la giustizia.
È un problema che impatta anche sulla finalità della pena, che dovrebbe essere rieducativa...
Come possiamo pretendere che un ex detenuto rientri davvero nella società civile se viene relegato per sempre a un livello inferiore? Ti parlo anche della mia esperienza personale: spesso chi vuole attaccarmi usa i miei precedenti penali come arma. Addirittura ha suscitato scandalo la mia presenza sul palco di Fenix accanto al ministro Abodi. Giornali e trasmissioni non hanno esitato a esclamare “un pregiudicato sul palco con un ministro!”, come se i miei precedenti penali potessero in qualche modo “contaminare” i presenti.
Ad esempio, io nonostante abbia tutti i prerequisiti per ottenere il tesserino da giornalista, non posso averlo. Qual è la correlazione tra il mio passato penale e il lavoro che svolgo oggi? Perché allora ai giornalisti che vengono condannati dopo aver preso il tesserino questo non viene ritirato? Non capisco la ratio di questa norma. Lo stesso discorso vale per la politica: perché un pregiudicato non può candidarsi se ha già pagato interamente il suo debito con la giustizia? Alla fine saranno gli elettori a decidere se votarlo o meno.
Perchè questi sono temi tabù nel nostro paese?
In Italia è scomodo affrontare questi discorsi, perché qualsiasi proposta di riforma civile su questi temi viene immediatamente interpretata come una sorta di premio per chi ha commesso reati. Pensiamo alle condizioni delle carceri: uno scandalo di cui i giornali dovrebbero occuparsi ogni giorno e che invece viene largamente ignorato. Bisognerebbe invece garantire che chi sconta una pena lo faccia nel rispetto dei principi costituzionali e, una volta scontata interamente la pena, possa realmente rientrare nella società senza essere considerato cittadino di serie B.