La vita da grandi, ve la ricordate come la sognavate da piccoli? C’erano desideri da tenere stretti tra la braccia, sogni da proteggere sotto il cuscino per paura di ripeterli ad alta voce, oppure paure grandi, enormi su quello che sarà il domani? O forse vi bastava semplicemente essere felici, senza troppe domande, proprio come racconta Greta Scarano alla prima del suo debutto alla regia, La vita da grandi? Oppure somigliate a Matilda De Angelis, che un futuro così non l’aveva nemmeno immaginato. O vi riconoscete in Yuri Tuci, protagonista del film, che abbiamo incontrato a Milano nel giorno del suo esordio folgorante sul grande schermo. Con lo sguardo acceso di chi vede il mondo in continua evoluzione, stupendosi di continuo, anche oggi, a quarant'anni davanti all'enorme successo di un film che deve ancora uscire nelle sale (il prossimo 3 aprile) ma che è già una vittoria. Per tutti. L'Italia, le persone uniche. Yuri che ci ha confidato che, da bambino, un domani così non riusciva nemmeno a immaginarlo. E oggi ha spaccato. In occasione della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull'Autismo, lo abbiamo intervistato per capire dove stanno andando le sue emozioni e il mondo e se, forse, il cinema e La vita da grandi possono ancora salvarci.

Yuri Tuci. Partiamo dall'inizio. Com'è stato il tuo primo provino per questo bellissimo progetto?
Beh, in realtà non è stato proprio un provino, i provini sono venuti dopo, diciamo così. Cercavano un attore autistico di 40 anni e non riuscivano a trovarlo. Greta Scarano ha fatto provini anche con attori piuttosto famosi, ma erano tutti giovani e mancava loro quel certo non so che… che, a quanto pare, solo io possiedo. Non so neanche cosa sia, sinceramente. Così, smanettando su internet, ha cercato “spettacoli ragazzi autistici” su YouTube e per caso ha visto il trailer del mio spettacolo biografico Out is me, che ho creato grazie al mio amico e socio di lunga data Lorenzo Clemente. È stato lui ad aiutarmi a far emergere questo talento che forse avevo nascosto nei geni, non lo so di preciso. Il trailer le è piaciuto e ha detto: “Bene, allora vengo nella tua città, facciamo una prova”. E così è stato. Poi sono andato a Roma a conoscere Matilda De Angelis e gli altri attori del cast, ho fatto dei provini e, dopo poco tempo, sono stato scelto.
Un colpo di fulmine, in sostanza.
Se posso dirlo una gran botta di culo. Poi sì un colpo di fortuna, soprattutto per Greta e Matilda, che cercavano un attore autistico. Lo cercavano non disperatamente, ma quasi. Era fondamentale trovare la persona giusta. Quando mi hanno confermato che ero stato scelto, ho pensato: “Ok, sono morto e ora sono in paradiso!”. Ce l’avevo fatta.
Nel film, con il tuo personaggio, hai mai sentito il peso e la responsabilità di rappresentare un’intera comunità?
Ti dico la verità, mi sento un po’ il John Connor degli autistici. Sì, sento la responsabilità di dare voce alle persone autistiche, ma penso non solo a loro. Io dico a tutte le persone uniche che ci sono tante sfumature dell'autismo, come anche della depressione. Secondo me dare voce a queste persone, a chiunque abbia un’identità unica, è una vera sfida, un onere ma anche un onore. Il film racconta una storia vera, quella di Damiano e Margherita Tercon, che hanno scritto il libro da cui è tratto. Loro mi hanno colpito molto, soprattutto Damiano, per la sua spontaneità, la sua ironia e per avere ben chiari gli obiettivi che vuole raggiungere da grande. Entrare nel personaggio è stato facile, anche perché la sceneggiatura è tratta direttamente dal loro libro ed è stata supervisionata dai fratelli Tercon. Mai ruolo più semplice da interpretare nella mia vita! È stato come mangiare una confezione intera di Zigulì in un minuto. Troppo facile.

Il tuo personaggio è molto deciso, ha le idee chiare sul futuro.
Sì! Vuole diventare un cantante rap famoso, fare tre figli e mettere su famiglia. Io, al contrario, non voglio figli e non guido. Il protagonista ha la patente, io no… ma d’altra parte è un bene: non inquino e risparmio un sacco di soldi! Al massimo mi faccio accompagnare, chiamo un autista, un taxi. Mettere su famiglia no, ma trovare la donna dei miei sogni… beh, penso sia un sogno universale. Un desiderio naturale, comune a tutti gli esseri viventi.
Diventare un cantante rap famoso?
No, perché io canto solo al karaoke! Se mi apprezzano lì, per me va bene così.
Quali sono i tuoi pezzi forti?
Ne ho diverse, alcune difficili da interpretare. A volte stono e mi vergogno, ma mi dicono: "Nessuno ti giudica, canta come vuoi, tranquillo!" E così mi danno la carica. Il mio pezzo forte è Creep dei Radiohead, perché rappresenta tutte le persone uniche. Il testo parla chiaro. Mi piace anche My Way, ma non quella di Frank Sinatra… quella di Sid Vicious. È molto più struggente, e secondo me anche Sid Vicious era una persona unica, nonostante il suo passato difficile.
Fino a qualche anno fa, al cinema era raro che attori autistici avessero ruoli importanti. Di solito, anche in film famosi, i personaggi autistici erano interpretati da attori neurotipici. Quanto è importante, invece, che ci sia una rappresentazione autentica?
Esatto! Spero che questo film dia voce a tutte noi persone uniche e aiuti a smuovere una società che, purtroppo, sta regredendo come nel Medioevo. Le persone uniche esistono per rendere il mondo più bello e la vita più degna di essere vissuta. E invece siamo spesso stigmatizzati, ignorati, etichettati… e questa cosa mi manda fuori di testa! Spero che questo film contribuisca alla nostra battaglia per far valere i nostri diritti. Perché anche noi esistiamo, e la nostra unicità può rendere il mondo non dico migliore, ma più colorato. Perché anche nei colori ci sono tante sfumature. L’importante è parlarne, spargere la voce, come dico sempre nel mio spettacolo. Mi rivolgo soprattutto alle famiglie che si vergognano di avere figli autistici: se hanno un talento, va coltivato. Se ce l’abbiamo fatta noi, possono farcela tutti. Possiamo fare tutto. Basta avere un talento e non vergognarsi mai della propria unicità. E mai smettere di sognare, perché i sogni, prima o poi, si avverano.
Un personaggio che sogneresti di interpretare o un regista con cui vorresti lavorare?
Domanda difficile! Non ho un regista preferito, ammetto di non essere proprio un grande cultore del cinema, lo dico con un po’ di vergogna. Ma se qualcuno importante mi notasse per altri ruoli, anche nelle serie tv, ben venga! Mi sentirei grato e onorato di essere accolto. Il futuro non si può sapere. Se il destino vuole che succeda qualcosa, succederà. Basta seguire la strada giusta e prima o poi le cose vengono da sé.

Questo film è una storia di crescita tra due fratelli.
Esatto!
Cosa apprendono l’uno dall’altro? E tu, cosa hai imparato da questa esperienza sul set?
È stata un’esperienza di crescita, formativa, culturale, umana… ma soprattutto un’esperienza. Mi ha dimostrato che so gestire perfettamente questo ruolo e forse altri, chissà. E mi ha anche dimostrato che, pur essendo unico, ho sfondato. Questo è un motivo di orgoglio, non solo per me, ma anche per i miei genitori e per chi mi conosce. Ho realizzato un sogno che neanche sapevo di avere. L’ho scoperto tardi, ma meglio tardi che mai, no?
Il commento più bello che hai ricevuto sul film?
Una persona splendida si è commossa molto e mi ha detto che ho parlato in modo spontaneo e sincero, senza maschere, rappresentando al meglio le persone autistiche. Questo mi ha reso felice e orgoglioso. Nel cinema, come nella vita, il lavoro di squadra è tutto. E se la squadra funziona, il risultato non può che essere un successo clamoroso.
