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8 ottobre 2026

A Cuba si muore anche senza bombe. Senza luce, senza acqua e senza medicine: così gli USA stanno distruggendo un popolo

  • di Valentina Barile

8 ottobre 2026

Non servono i carri armati per mettere in ginocchio una nazione se sei gli Stati Uniti d’America e la tua follia omicida supera ogni Carta internazionale che tutela i diritti umani e preserva dalla guerra. Viaggio a Cuba attraverso i dati macroeconomici e le voci di medici, giovani e lavoratori che raccontano la vita sotto un blocco economico che sta per compiere 70 anni
A Cuba si muore anche senza bombe. Senza luce, senza acqua e senza medicine: così gli USA stanno distruggendo un popolo

«Hoy llegó por una hora», dice Amanda, una bambina di 6 anni di Santiago de Cuba. Vuol dire: “Oggi è arrivata per un’ora”. Intende la corrente elettrica. Sono le otto di sera ed è già buio totale. Così buio che la madre e la nonna, sedute sull’uscio, la richiamano per farla tornare sotto i loro occhi. Nella piazza di Santiago c’è un trombettista vestito di bianco che suona “My heart will go on” di Céline Dion. Una scena struggente. Solo la sua tromba e il bianco che indossa dominano il buio. C’è un silenzio tombale intorno. Ognuno è chiuso nella sua disperazione. Fa caldo, non c’è di acqua, né luce. Solo una stagnante attesa.
Nell’Oriente cubano, una o due ore al giorno c’è l’elettricità, e l’acqua può mancare anche per diversi giorni. Quando con la terza missione umanitaria di AICEC (Agenzia per l’interscambio culturale ed economico con Cuba) entriamo a Bayamo, provincia di Granma, le persone sono ferme davanti alle proprie case con il viso stanco, triste, rassegnato.

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Comunità Antonio Maceo nel quartiere vulnerabile di Santiago de Cuba. I ragazzi in foto sono chiamati chicharrones della Conga Paso Franco Infantil che porta avanti “Los peques del paso”, un progetto sociale che si occupa di sottrarre i ragazzi dalla strada e offre loro un'istruzione e un’alternativa per il futuro. I ragazzi frequentano attivamente i corsi musicali con la guida dei loro docenti-mentor.

Ad asfissiare il popolo di Cuba non è solo il caldo, sono le misure repressive che ininterrottamente, da quasi settant’anni, vengono applicate dagli Stati Uniti d’America al solo scopo di punire un paese che non si lascia dominare dal 1959. Misure che nell’ultimo anno, dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte della DEA (Drug Enforcement Administration), avvenuta in perfetto stile statunitense, sono diventate più violente. Come infatti, proprio il 12 agosto è entrato in vigore un altro pacchetto di sanzioni verso terzi che vanno a colpire i paesi e le imprese private che vogliono avere relazioni economiche con Cuba. In risposta, il governo cubano, che aveva già limitato i servizi essenziali per la scarsità di carburante come i trasporti, l’attivazione della didattica a distanza con tutte le complicazioni dovute alla scarsità di energia elettrica e il razionamento, appunto, della corrente per garantirla agli ospedali, ha varato 176 misure trasformative che vanno a toccare i pilastri della struttura statale aprendola alla decentralizzazione, agli investimenti stranieri e alla parziale liberalizzazione dei settori dell’economia. Queste riforme avranno il loro effetto nei mesi a venire, nel frattempo il popolo cubano vive organizzando la propria quotidianità con un appuntamento fisso: “quando arriva l’energia elettrica”. Che arriva solitamente per un’ora al giorno in alcuni punti dell’isola come nell’est. E in un’ora bisogna concentrare tutto ciò che è necessario fare con la corrente, cioè cucinare, mettere in funzione la lavatrice, caricare telefoni e computer, capire se la cisterna dell’acqua sul tetto di casa funziona, altrimenti bisogna attendere l’arrivo - se arriva! - del camion con l’acqua potabile per poi caricare i secchi d’acqua a mano sul tetto.
Ma l’acqua può mancare anche per una settimana, quindi basta già questo per dichiarare l’assenza di un diritto umano fondamentale. E nonostante l’energia elettrica non sia ancora considerato un diritto umano fondamentale ma un diritto umano derivato possiamo proprio assumerci la responsabilità di dire che lo è, perché senza elettricità non è vita.

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Uno spettacolo con il clown che accoglie il Nuestra América Convoy, il convoglio umanitario di Aicec (Agenzia italiana per lo scambio culturale ed economico con Cuba) che ha portato farmaci, latte in polvere per neonati, materiale scolastico nell'Oriente cubano

«Spesso mi capita di guardare negli occhi di mia moglie e di vederli assenti, allora cerco immediatamente di attivarmi e di portarla fuori casa con delle scuse per distrarla», dice Luis. Siamo al bar dell’Hotel Santiago, ex Meliá, la catena spagnola che ha lasciato l’isola dall’ultimo inasprimento di sanzioni, un paio di mesi fa. Infatti la struttura è deserta, ci sono solo le delegazioni internazionali arrivate da Italia, Portogallo, Cile per portare aiuti umanitari a Cuba. «Questo momento è terribile, e so anche che non finirà presto. Lo avevo già detto a mia moglie, proprio alla fine dell’anno scorso, che ci sarebbero stati tempi duri, ma più duri di quelli che pensavamo e che riuscivamo a immaginare. E questo non riesco a spiegarlo alle mie figlie, non ho il coraggio di dire loro di resistere perché se mi dicono che vogliono andare via con quale argomento le convinco a cambiare idea?». Luis parla in lacrime, amareggiato per il suo paese e per come sta soffrendo. Luis, come tanti cubani che non hanno lasciato l’isola, è un difensore della Rivoluzione ma, al tempo stesso, teme per sé stesso e per la sua famiglia se le condizioni di vita dovessero peggiorare.

Ma se parliamo di un tasso di mortalità infantile al 9,9% in un paese che si è sempre distinto per la cura del proprio popolo e di altri popoli con missioni umanitarie mediche nelle emergenze virali, nelle catastrofi naturali e nei conflitti, non c’è peggio che possa e che deve accadere perché, altrimenti, vuol dire che l’obiettivo Usa è stato compiuto. Un tasso di mortalità infantile oggi raddoppiato se si osservano i dati del MINSAP (Ministerio de Salud Pública de Cuba) dal 2018, quando la percentuale era al 4,4%, inferiore a quella degli Stati Uniti che nello stesso anno registrava il 5,7% (dati NCHS, National Center for Health Statistics). Dati confermati dal CEPR (Center for Economic and Policy Research), l’organizzazione indipendente di Washington che analizza gli effetti delle sanzioni economiche sui popoli.

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Il convoglio umanitario Nuestra América consegna i farmaci al piccolissimo presidio sanitario rurale e il materiale scolastico ai bambini. L'unico mezzo di sopravvivenza e di sussistenza in questo villaggio è il chicco di caffè

Un bloqueo económico che dura da quasi settant’anni e che si abbatte su 11 milioni di persone. Blocco economico e non embargo come molti confondono. Perché mentre l’embargo va a interessare misure fra due paesi, in questo caso USA e Cuba, il blocco è, invece, una guerra economica unilaterale che gli Stati Uniti d’America hanno aperto nei confronti dell’isola nel 1959 coinvolgendo altri paesi, quindi sono sanzioni che incidono anche sull’acquisto di un bene che arriva da altri paesi del mondo e non per forza dal vicino di casa che ha emesso le misure. Ed è proprio con il trionfo della Revolución che comincia la narrazione politica di tutti i presidenti statunitensi che si sono susseguiti fino a oggi. Nessun presidente, Obama compreso, ha avuto il coraggio di invertire la rotta su Cuba o, per dirla meglio, di convincere il Congresso degli Stati Uniti d’America a mettere fine al blocco economico contro Cuba. Narrazione pericolosa che ha portato l’isola a essere inserita nella lista degli Stati sponsor del terrorismo per la prima volta nel 1982, un’azione politica del governo Reagan che ha avuto gravi conseguenze economiche e diplomatiche, e che solo nel 2015, per decisione di Obama e quindi con l’approvazione del Congresso, è stata rimossa. Per poi tornarci nel 2021, con il primo mandato Trump, e essere rimossa, per la seconda volta, il 14 gennaio 2025. Ma solo per 6 giorni, però, perché la prima cosa che ha fatto Trump il 20 gennaio dello stesso anno, con la sua rielezione, è stata l’annullamento del provvedimento di Biden. Un’altalena ridicola e feroce, oltre che folle.

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Istituto rurale "Mártires del Moncada", che accoglie all'incirca 300 studenti delle comunità rurali e che soffre in questo momento la scarsità di energia elettrica, acqua e farmaci

«Non ho niente per i miei bambini, sto utilizzando il carburante di mio marito per mandarli a prendere a casa e poi riaccompagnarli», dice Somalia Deas Casasayas, psicologa e direttrice di “Almas”, progetto sociale che si occupa di accompagnare i bambini malati oncologici nelle cure palliative e le donne con il cancro al seno. Incontriamo Somalia e i suoi bambini nell’Hotel Deportivo di Santiago de Cuba, che ha messo a disposizione uno spazio per le attività ludiche prima che cominciasse la scuola. «La settimana scorsa ne ho persi due a distanza di cinque giorni, e molti altri di loro non hanno una speranza di vita, per questo il mio unico pensiero è garantirgli dignità e sorriso in un momento in cui mancano anche luce, acqua e cibo». Somalia parla e si asciuga gli occhi. Molti di questi bambini e adolescenti, alcuni amputati, sono diventati terminali per l’assenza di farmaci chemioterapici. Quindi, “l’altalena ridicola e feroce, oltre che folle” contro chi si scaglia? I più fragili. Gli innocenti. Noam Choamsky e Vijay Prashad nel loro libro “Su Cuba” parlano della Madman Theory, cioè la teoria del pazzo che è il riassunto dell’Essentials of Post-Cold War Deterrence (Elementi essenziali di deterrenza nel post-Guerra fredda), una carta prodotta dallo STRATCOM (US Strategic Command). Ebbene, secondo questo documento gli Stati Uniti d’America devono dare al mondo una immagine irrazionale di sé ma, soprattutto, quella di essere dotati di forte spirito vendicativo in modo da terrorizzare i nemici e chiunque gli si metta contro. Questo giustifica la volontà di continuare a costruire armi nucleari, proprio per blindare il profilo del pazzo. Lo stesso senso del motto «Oderint, dum metuant» di Lucio Accio, fatto proprio dal folle e crudele Caligola. Un “mi odino purché mi temano”, ma in versione punk.

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La missione umanitaria Nuestra América Convoy ha consegnato farmaci, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e sportivo a ospedali pediatrici, consultori, scuole e comunità remote dell’Oriente cubano. Partita da Fiumicino e diretta a Holguin

«Ci sta ammazzando lentamente, anno dopo anno diventa sempre più difficile, mese dopo mese diventa sempre più drammatica la situazione. Non si può più comprare per conservare, ma ciò che serve va comprato ogni giorno, e non sai mai se trovi qualcosa da mangiare. Il frigorifero è ormai spento, con un’ora di energia elettrica è difficile che puoi tenerlo in funzione. Quindi, preferisco comprare il salame, mi sto nutrendo così negli ultimi tempi», dice Miguel, giornalista e reporter. Già il solo fatto che una bambina di 6 anni come Amanda possa conoscere lo stato delle cose non solo è drammatico, ma grave. Grave perché un bambino non dovrebbe crescere con la consapevolezza di avere un’ora al giorno di elettricità. Lei, come tutte le generazioni precedenti, conoscono il blocco economico e le conseguenze devastanti che hanno portato in oltre sessantacinque anni. Come riporta il viceministro della Sanità pubblica di Cuba, il dottor Julio Guerra Izquierdo: «Il blocco nordamericano ha provocato danni sistematici al settore della salute che superano 4.138 milioni di dollari in più di sei decadi, e solo nell’ultimo anno supera 288 milioni. Perché si intenda meglio, faccio alcuni esempi: 25 giorni senza blocco coprirebbero il quadro farmacologico di base del paese per un anno intero, 9 giorni senza blocco pagherebbero l’acquisto di siringhe, garze, aghi, suture, cateteri e 21 giorni senza blocco si sosterrebbe il costo di tutta l’insulina di cui hanno bisogno i nostri pazienti diabetici per un anno». Il dottor Izquierdo è stato insignito della cittadinanza onoraria dal Consiglio comunale di Torino per aver svolto egregiamente la missione con la sua squadra arrivata in aiuto all’emergenza sanitaria durante il Covid-19. «È un riconoscimento che non lego direttamente alla mia persona ma all’assistenza medica fornita da 38 collaboratori della Brigata medica Henry Reeve all’ospedale Covid-Ogr. L’Italia mi ha concesso anche il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia firmato dal presidente Mattarella, che ho ricevuto con umiltà e gratitudine. All’Italia, e specialmente alla città di Torino, sono grato per aver riconosciuto ciò che siamo. Non veniamo per condividere ciò che abbiamo in più, veniamo per condividere ciò che abbiamo. Questo è Cuba».

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Personale medico e sanitario sul campo con i loro pazienti, alcuni di loro oncologici AICEC

Con queste parole, di enorme valore morale, il viceministro Izquierdo mette un sigillo a uno degli aspetti più importanti della politica estera cubana: l’internazionalismo, che a quanto pare non è un’utopia del socialismo come la definiva Marx perché l’amicizia fra popoli non solo è possibile ma anche realizzabile. E Cuba lo dimostra da sempre, lo ha fatto anche durante gli ultimi uragani che hanno provocato danni all’isola e ai vicini caraibici oltre che alla Florida. Nonostante gli effetti devastanti subiti, Cuba è diventata così brava nella gestione di questi eventi estremi che offre anche aiuto agli altri. Lo ha fatto anche nel 2005, quando l’uragano Katrina ha messo in ginocchio New Orleans, e in quell’occasione Fidel Castro offrì di inviare un contingente di soccorritori a George W. Bush che rifiutò perché altrimenti sarebbe stato un “cedimento” che andava a rompere l’impalcatura narrativa di “quanto Cuba fosse una minaccia comunista per gli Stati Uniti d’America”. Cuba oggi è sotto assedio più che mai. Non ci sono bombe, ma ospedali senza strumenti necessari, mezzi pubblici assenti, immondizia per le strade. I turisti non ci sono più, le catene alberghiere che erano sull’isola, marchi come Meliá, Iberostar e Barceló (Spagna), Blue Diamond Resorts (Canada), Archipelago International (Indonesia), ATG (Turchia) hanno lasciato tutto da qualche mese, poco prima che entrassero in vigore le nuove sanzioni. Le farmacie sono vuote, i negozi anche. I generatori di corrente, su cui si appoggiano soprattutto gli ospedali, si alimentano con il carburante che non entra da mesi e l’isola non ce la fa da sola a produrre “crudo cubano” per il suo fabbisogno. Il cibo è scarso, l’acqua di più. Le persone stanno letteralmente morendo di fame e di mancanza di farmaci. Il 30 settembre è stato emesso un nuovo pacchetto di misure contro Cuba dall’OFAC (Office of Foreign Assets Control), l’officina per la gestione delle sanzioni verso paesi esteri del dipartimento del tesoro degli Stati Uniti d’America, che va a colpire ulteriormente il popolo cubano. Fra queste, il divieto di aprire un conto bancario negli USA, e questo interessa anche le altre banche del mondo perché, viste le restrizioni, si potrebbero applicare verifiche molto più rigide prima dell’apertura quindi diventa tutto più complicato e impossibile da realizzare. Un’altra grave misura, che spinge proprio verso un’apartheid culturale, vieta qualsiasi forma di scambio formativo, educativo. Tradotto nella realtà vuol dire che un conferenziere statunitense non può essere invitato in una università cubana e viceversa, a meno che non vi sia presente, nei casi eccezionali, un verificatore OFAC. Ma la comunità internazionale, le Nazioni Unite, se hanno ancora un valore, cosa possono fare di fronte a tutto questo? Cosa possiamo fare. Cosa siamo chiamati a fare davanti ai neonati che muoiono perché senza carburante può non funzionare una terapia intensiva neonatale?

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