Se esiste la categoria dei Sanremologi – e fidatevi, esiste – uno delle più rappresentative e competenti figure di tale categoria è senza dubbio Cristiano Mancin, esperto libraio di Piacenza che nel 2024 ha anche pubblicato “Perché Sanremo è Sanremo” (Edizioni Lir), capsula che racchiude ciò che è stato e ancora oggi può essere Sanremo. E siccome la 76esima edizione del Festival è alle porte (le truppe di Carlo Conti scenderanno in trincea a partire da martedì 24 febbraio), abbiamo chiesto a Mancin di frugare nel passato e, soprattutto, di scrutare il futuro.
Iniziamo col botto, senza indugi. Chi finisce sul podio?
Secondo i bookmaker la favorita è Serena Brancale. Un’indicazione che comprendo più a livello mediatico che musicale, ma che ci può stare. Ormai è ovunque e credo che questa esposizione possa garantirle il podio. Aggiungo il nome di Arisa perché ha dimostrato di saper cantare più o meno di tutto in modo sempre convincente. Se azzecca il brano giusto, il podio potrebbe non essere affatto una chimera. Chiudo il trittico con Tommaso Paradiso, debuttante al Festival, ma artista e autore di peso.
Non ti spaventa, di Paradiso, il curriculum importante? Non sempre i nomi già forti conquistano l’Ariston.
No. E a tal proposito recupero, con orgoglio, una previsione azzeccata anni addietro: Roberto Vecchioni vincitore. Ma forse prima, lo ammetto, era più facile fare previsioni. Oggi ci sono rapper e trapper che sembrano venire fuori dal nulla ma in realtà sono spinti da un consistente, tuttavia poco visibile, sostegno popolare. Un sostegno che prolifera nei social ma non “arriva” alla tv generalista. Pensiamo a Luchè, che giovane ed emergente non è più ma che è ancora relativamente sconosciuto a un pubblico da prima serata Rai. Ecco, lui potrebbe ribaltare il tavolo.
Dopo i Sanremo talent-izzati/Amici-zzati, siamo nel periodo in cui i Festival subiscono appunto l’influenza del voto social. Cosa rende oggi un cantante favorito al Festival?
Troppi elementi che confluiscono. Il famoso sentiment del pubblico è, solo in parte, prevedibile. Poi ci sono i voti di stampa, radio, addetti ai lavori. Il televoto secco è stato molto sfruttato, come alludevi, dai vari Valerio Scanu e Marco Carta, ma forse oggi quel tipo di personaggi è meno presente di prima. E i social, vedi il caso Pucci, non è detto che valorizzino tutti.
C’è qualche nome che ti incuriosisce vedere all’opera?
Il ritorno di Raf mi ha stupito. Ero rimasto alla sua ultima partecipazione del 2015, che non era andata bene. Anche Patty Pravo mi intriga, anche perché ormai sono anni che fatica a cantare in modo decente (chiedete ai suoi tecnici del suono, che fanno uno sforzo notevole per regolare i volumi). Infine, dalle Bambole di Pezza mi aspetto un buon pezzo rock a tema femminista.
Conti-Amadeus. Ci sono distinzioni nette fra le due gestioni?
Mi pare che Carlo Conti stia tirando un po’ i remi in barca. Sta puntando su quello che lui ritiene l’usato sicuro. Diversi artisti e ospiti di quest’anno erano già apparsi nella scorsa edizione o comunque nelle tre edizioni che aveva condotto fra il 2015 e il 2017. Amadeus forse ha cercato più di incontrare il gusto del pubblico giovane. Cinque edizioni tutte gestite abbastanza bene. Diciamo che comunque ho qualche timore per il Festival di quest’anno…
In che senso?
Percepisco, alto, il rischio noia. Quella che cantava Angelina Mango.
Perché?
Mah, cinque serate co-presentate da Laura Pausini non le vedo bene. Temo non sia quello il suo mestiere. E poi di nuovo Tiziano Ferro, Achille Lauro…
E poi, ovviamente, sarà il solito Sanremo fiume…
…Su questo c’è da giurarci. Ci tengo comunque a dedicare una riflessione a chi vede Sanremo come un furto, lamentando che ce lo fanno pagare col canone: Sanremo sta su da solo. I miei dati, aggiornati all’ultima edizione Amadeus, dicono che incassa sempre il triplo, o più, di quanto costa. Il Festival si paga da sé e con i suoi introiti si fanno altri programmi.
Dopo una vittoria come quella di Angelina Mango nel 2024 credi esista ancora un chiaro prototipo del brano sanremese?
No. Anni fa Annalisa Minetti disse di aver fatto una canzone furba per vincere Sanremo. Classica struttura da brano dei festival baudiani. Ma quello era ancora il Festival della canzone. Oggi non è più così. Oggi è sempre più il Festival dei personaggi. E ogni cambiamento di regolamento avvenuto negli ultimi anni ha sempre più favorito questa dimensione. La dimensione del personaggio.
I Jalisse che non riescono più a essere selezionati fra i big sono, per quanto assenti, anche loro personaggi.
Dai Jalisse mi aspetterei, a breve, un bel doppio album con tutte le canzoni escluse da Sanremo. Fece qualcosa di simile Mariella Nava, ma lei a Sanremo c’è stata tante volte, anche solo come autrice. In ogni modo c’è qualcuno che in termini di esclusioni ha fatto meglio dei Jalisse…
Chi?
Beh, i Jalisse mancano da 29 anni, Paolo Mengoli da 34 (la sua ultima apparizione è del 1992).
Scaviamo ancora nel tempo, allora. L’edizione più bella e quella più brutta da quando segui il Festival.
Il disastro è facile da indicare. L’edizione del 2006 condotta da Giorgio Panariello. Vinse Povia a discapito dei Nomadi, un’ingiustizia. Fu un Festival di canzoni pesanti. C’era anche una Anna Oxa, cupissima, che non volle rivelare il testo del pezzo prima di cantarlo. L’edizione che invece ricordo con più gioia è quello del 1995, il primo che registrai su vhs. Gianni Morandi, idolo di mia madre, arrivò secondo dietro a Giorgia. Ma fu anche il Festival di Max Pezzali solista, senza Repetto. O di Gigliola Cinquetti che ancora si emozionava mentre cantava il brano scritto da Faletti. Le tremava il microfono in mano. Fu anche il Sanremo di Anna Falchi che, una volta scoperto che Fiorello, trainato dalla popolarità del “Karaoke” e tra i favoriti, si era piazzato solo quinto, abbassò la testa per la delusione e non la sollevò quasi più. Tra gli ospiti c’erano i Duran Duran, che fecero impazzire le ex-ragazzine degli anni ’80.
Torniamo su Pucci. Un tempo le polemiche esplodevano al Festival. Ora, vedi anche Junior Cally qualche anno fa, prima del Festival.
Dicesi hype. Bisogna far parlare, creare l’attesa. Con Junior Cally tutto si sgonfiò nel momento in cui la gente ascoltò il pezzo che aveva effettivamente portato in gara. Nulla di sconvolgente, anzi. Il rischio di tutta questa hype, però, è che il pubblico arrivi già saturo alla prima serata. E che quello che accade in gara abbia un forte effetto anti-climax. Su Pucci, che non mi fa impazzire, mi sento però di dire che, fin dall’inizio, non mi ha convinto il ruolo che gli sarebbe spettato: co-conduttore. Io lo avrei chiamato solo per uno spazio comico. E fossi stato in Pucci, comunque, sarei andato. Probabilmente il pubblico dell’Ariston nemmeno l’avrebbe fischiato, come invece fischiò Maurizio Crozza.
Sanremo in libreria. Quali sono i testi migliori per capire il Festival?
Senza dubbio il “Dizionario del Festival di Sanremo” di Eddy Anselmi, tornato da poco in libreria. Non male anche l’almanacco di Marino Bartoletti, soprattutto la seconda edizione rivista e aggiornata. Perché la prima, falcidiata da alcune sviste clamorose, è diventata un culto involontario. Oltre a diversi refusi ci finì la foto di Valerio Scanu che imita Anna Oxa a “Tale e quale” al posto della foto della vera Oxa. O la foto di Serena Rossi, tratta dalla fiction Rai dedicata a Mia Martini, al posto della foto di Mia Martini. Segnalo anche le pubblicazioni di Daniele Sgherri, disponibili sul sito di Musica in mostra.
La tua canzone del cuore del Festival.
“Perdere l’amore” di Massimo Ranieri.
Il brano da recuperare, che forse avrebbe meritato maggior successo.
“La vita” di Elio Gandolfi, che a Sanremo 1968 cantò anche Shirley Bassey. Il primo Festival di Pippo Baudo, quello di Louis Armstrong cacciato giù dal palco perché voleva fare una e vera e propria jam session anziché eseguire un singolo brano.