Ma è davvero così noiosa la realtà? Il disagio, gli esami, le prime volte e quel senso di smarrimento che ci si porta addosso a diciannove anni (ma anche a trenta)? Noi ce lo siamo chiesti spesso negli ultimi mesi, notando un generale appiattimento nel cinema italiano, che sembra preferire racconti di unicorni, santi moderni o eroi improbabili del passato piuttosto che storie autentiche di giovani reali alle prese con problemi reali. Anche in quello emergente. Nessuno parla mai dell’università, del fallimento di scelte sbagliate, dell’angoscia di sentirsi immobili mentre tutto il resto del mondo si mobilita. Per qualcuno, per qualcosa. Ecco che Diciannove, opera prima del regista Giovanni Tortorici (già assistente alla regia di Luca Guadagnino in We Are Who We Are e autore delle riprese del backstage di Bones and All), presentata a Venezia 81, ci porta finalmente dentro quel vuoto esistenziale, quell'annebbiato mormorio nella testa. Protagonista del film è Leonardo (interpretato da Manfredi Marini), diciannove anni e una nevrosi da sfogare tra i classici e le rime dei maestri venuti prima di lui. Leonardo frequenta l’università, prima ci prova a Londra, poi arriva a Siena, studia lettere.
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Leonardo vede gli studenti occupare le aule e l'esistenza con sicurezza, scova l’ordine nelle città, osserva i meticolosi programmi del fine settimana da sballo delle sue amiche, mentre lui si sente sempre fuori tempo, fuori luogo. Lui c'è e non c'è. Leonardo è un ragazzo che piange a letto ascoltando Leopardi, corregge un professore sui significati di Dante, si aggira per la vita senza riuscire a capirla. Ma del resto lui ha diciannove anni e la vita forse non sa com’è. “Avere vent'anni o cento. Non cambia poi mica tanto, se non riesci a vivere”, cantava Brunori Sas. Ecco che il protagonista della nostra storia è semplicemente un ragazzo come noi in preda alle sue incertezze, come lo sono – o lo sono stati – tanti suoi coetanei anche se il cinema non ce l'ha fatto mai vedere. Come il suo regista, attaccato alla letteratura, ai film degli anni Settanta in una fase della vita in cui proprio lì andava a cercare risposte. Ecco che, tra intimità, piccole inadeguatezze, coinquiline insopportabili, immagini grezze di chi sta cominciando qualcosa di nuovo e prova a dargli un volto, Diciannove più che un film è una lente su più esistenze diffuse e sfocate. E la venuta di un nuovo modo, si spera, di raccontare davvero quella che è la nostra vita senza filtri, senza orpelli, senza mille stranezze. La vita com'è.
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