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Abbiamo visto Morbo K su Rai 1, ma com’è? La fiction “senza fascisti” è una storia incredibile e commovente. Ma questo non basta, se poi colpa è stata solo dei nazisti

  • di Irene Natali Irene Natali

28 gennaio 2026

Abbiamo visto Morbo K su Rai 1, ma com’è? La fiction “senza fascisti” è una storia incredibile e commovente. Ma questo non basta, se poi colpa è stata solo dei nazisti
Una storia di resistenza finora poco nota ai più: la serie di Rai 1 racconta come il “Morbo K” abbia salvato la vita a decine di ebrei, grazie al coraggio di un gruppo di medici del Fatebenefratelli. Il cast le dà anima e cuore, peccato che...

di Irene Natali Irene Natali

Per la follia che c'era intorno, poteva funzionare solo un'idea che fosse altrettanto folle: è quello che sostiene il dottor Prati quando avanza l'idea di inventare una malattia per proteggere gli ebrei all'interno dell'opedale Fatebenefratelli. Il dottor Matteo Prati è la trasposizione televisiva del vero dottor Giovanni Borromeo, protagonista di Morbo K-Chi salva una vita, salva il mondo intero, la miniserie che Rai 1 ha trasmesso in occasione della Giornata della Memoria. Trasmessa in due puntate, due episodi ciascuna in onda il 27 e 28 gennaio, la serie è anche l'ultimo lavoro di Antonello Fassari, qui nel suo ultimo ruolo: il nonno burbero ma affettuoso della protagonista femminile, Silvia Calò.

 Morbo K
Un'immagina della serie Morbo K ufficio stampa Rai

Se infatti la vicenda del Morbo K è vera, la narrazione televisiva ha scelto di raccontarla inserendo una storia d'amore tra una ragazza ebrea, Silvia Calò, e il giovane medico Piero Prestifilippo, allievo del dottor Prati e, si scoprirà poi, figlio di un ufficiale fascista morto in guerra.
La serie, ancora prima di essere trasmessa, era stata proiettata in anteprima per la stampa e subito era partita la polemica: mancavano i fascisti. Ora che l'abbiamo vista tutti, possiamo dirlo: in effetti, un eco di fascismo c'è, ma è solo appunto eco. Una presenza marginale: perché i cattivi della storia parlano tedesco, italiano soltanto attraverso due poliziotti che compaiono occasionalmente e sembrano più due caratteristi che altro. Vengono sempre evocati e visti i nazisti: sono i tedeschi che non devono scoprire il morbo, sono i tedeschi che cacciano gli ebrei dalla biblioteca, i protagonisti dicono che non bisogna credere ai nazisti. Che in quel momento la popolazione fosse terrorizzata anche dai fascisti, protetti sotto l'egida dell'occupazione tedesca, appare più come un elemento accessorio: il Fascismo diventa l'immagine del padre del dottor Prestifilippo, “morto per il Duce”.
Questo elemento storico mancante inficia anche in parte la sceneggiatura, perché non sottolineando a dovere la presenza di delatori, nostalgici e squadracce fasciste presenti sul territorio, si depotenzia anche il coraggio dell'operazione: il segreto che la squadra del dottor Prati deve mantenere è anche all'interno dell'ospedale, con gli altri colleghi. Diffidenza che nella serie si vede, ma avrebbe ancora più forza se il nemico che ti circonda parla anche la tua lingua.

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La locandina ufficio stampa Rai

Siamo nel 1943, il governo Mussolini è caduto e Roma è occupata dai nazisti: i tedeschi terrorizzano la città, sono i mesi più difficili mentre la capitale spera nell'arrivo degli americani, già sbarcati a Salerno. Il ghetto è lì vicino, i nazisti stanno per rastrellarlo, ma prima hanno ricattato i suoi abitanti: la consegna di 50 chili di oro in appena 24 ore, altrimenti la deportazione di 200 persone in Germania. Una promessa a cui alcuni credono, anzi si aggrappano; ma una menzogna che altri fiutano, immaginando il peggio dopo la consegna dell'oro.
Il dottor Prati si rivolge al Vescovo, ma si accorge che deve agire in prima persona: inventa l'esistenza di una malattia, il Morbo K, talmente contagiosa che nessuno dovrà avvicinarsi al reparto riservato ai ricoverati. Pazienti che saranno tutti ebrei, in attesa di documenti falsi per poter poi scappare. Ad affiancarlo, ci sono il dottor Prestifilippo, l'infermiera Fernanda e il dottor Salvetti, falsa identità del medico ebreo Sorano.
La fiction Rai racconta al pubblico generalista una storia di resistenza finora poco nota ai più: lo fa guardando agli sceneggiati di una volta, con l'intento di unire l'obiettivo divulgativo alla fiction nazionalpopolare. Formula in cui la Rai è esperta, supportata da un cast credibile e una vicenda che, al contrario, ha dell'incredibile. A dare ancora più cuore a questo titolo, il commovente nonno interpretato da Antonello Fassari.
Al debutto, la serie ha ottenuto il 15.6% di share per 2milioni 539mila spettatori, in un testa a testa con il film L’ultima volta che siamo stati bambini, trasmesso da Canale 5, che ha invece registrato il 15% con 2milioni 180mila spettatori con uno share del 15%.
Che nonostante la promozione, la polemica non abbia giovato? È un peccato.

 

 

 

 

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