Nessun preavviso, nessuna introduzione trionfale. Bugo entra da solo sul palco e attacca con Piede sulla merda. La scena è surreale: l’artista che ha trasformato la goffaggine in linguaggio musicale si presenta senza clamori. Solo un’armonica sgraziata, come un richiamo da un altro mondo. È l’inizio della fine, o forse l’inizio di qualcosa di più puro. Parte in trio. Si inizia con Questione d’eternità, devastata da chitarre grunge che sembrano rubate a un seminterrato di Aberdeen. Poi Il sintetizzatore è un tuffo in una fiera vintage, Vado ma non so è quel caos lucido del vivere. Uh! schizza garage-punk in vena, Nei tuoi sogni è sognante ma irrequieta, Benzina flirta col rock tra presente e nostalgia. Su Rock’n’roll, con Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids alla batteria, si pesta a più non posso. Poi arriva Fernando Nuti (New Candys) a sballare Gel in chiave shoegaze, e si chiude con C’è crisi, denuncia ante litteram camuffata da tormentone trash.

Cambio set. Parte la sezione acustica. Bugo si siede in riva al palco, quasi in mezzo al pubblico, chitarra e voce, senza rete. Prova a suonare Comunque io voglio te, ma stoppa tutto per sgridare i fotografi: “Devo parlare con la gente, se mi state davanti non riesco”. Non è retorica, è esigenza e si sente quando riparte. Si prosegue con Che diritti ho su di te, l’ancestrale Spermatozoi, la battistiana (con richiami grignaniani) Vorrei avere un dio e Cosa fai stasera, tutte cariche di spiritualità laica e sarcasmo sconclusionato. Qualcuno gli grida “Non mollare!”. Ma Bugo risponde in quello che sembra un altro suo pezzo (futuro): “Ma io mollo proprio per non mollare”. Più che una battuta, uno stile di vita. Non è fuga, è autosabotaggio. Uscire dalla scena per non finirne inghiottito.

Riparte la band allargata. L’ultima fase è un mix di stili e urgenze, ma tutte in chiave lo-fi. Per fortuna che ci sono io suona come uno schiaffo all’autocommiserazione. Casalingo è dadaismo domestico. Sabato mattina e Carciofi mescolano nonsense e poesia popolare. Giro giusto ha l’energia di una maratona punk, E invece sì affonda nella malinconia. Me la godo e Come mi pare sono manifesti di autodeterminazione. Mi manca è ferita aperta. Poi, colpo di scena: entra J-Ax. Nessuna traccia di Sincero in scaletta, ma lo spettro di Sanremo si fa vivo su Pasta al burro, in versione crossover, dove J-Ax piazza il colpo: “In un mondo di Morgan, io consiglio di essere Bugo”. Risata collettiva e ferita ricucita a modo loro? Nel finale, Non lo so incazzatissima e l’inno di una generazione disincantata nei primi del 2000 Io mi rompo i coglioni. Sul palco salgono ospiti e pubblico, Bugo si mette alla batteria e guida l’ammutinamento. Fine. Niente monologhi, niente commiato. Solo un’esplosione disordinata e carica di sentimenti contrastanti. Bugo è morto, lunga vita a Bugo! Se quello che abbiamo visto è un addio, allora tanti colleghi dovrebbero farsi una domanda: perché, chi ha ancora qualcosa da dire, sceglie il silenzio?
