Figata The Last Showgirl! Pamela Anderson protagonista, Gia Coppola (nipote del maestro Francis Ford Coppola) alla regia, e in tutto il mondo c’è chi grida alla rivincita della star di Baywatch. “Finalmente la sua nuova era!”, dicono. Ma è davvero tornato il suo momento? Forse no. Il rischio è che l'attrice con questo film faccia la fine di Demi Moore con The Substance. Entusiasmo alle stelle, il mondo del cinema che si fa scudo per difenderla, lei Demi Moore, troppo spesso messa in un angolo nel corso della sua carriera, la celebra con un film, la stampa la osanna, e poi la lascia. Un film semplice ed estetico, quello della regista francese, di plateale denuncia, con al centro un tema “urlato” e preciso: la bellezza e il successo dopo i cinquant’anni. Demi Moore l’interprete perfetta, forse il ruolo atteso da una vita intera. Brava, bravissima (tanto quanto Pamela Anderson). Giù scrosci di applausi. E poi? Poi arriva Hollywood, quella vera che alla fine agli Oscar non premiano l’attrice sessantaduenne che hanno tanto elogiato nel corso dell'anno, ma la sua “versione migliore”, più giovane, per citare proprio The Substance. Infatti, l’Oscar come miglior attrice chi se l’è portato a casa? Non Demi Moore, ma la giovanissima Mikey Madison per Anora. Quindi, questa inclusione tanto celebrata è tutta ‘na farsa?

E se servisse un’ulteriore prova, basterebbe guardare a un caso ben più complesso, No Other Land: al centro, tematiche ben più gravi di un ritorno sulle scene, un film che l’Oscar lo ha vinto, sì, nella categoria miglior documentario (al centro, gli sforzi di Basel Adra e altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta nel governorato di Hebron) ma senza che la collettività si prendesse la responsabilità di riconoscere la violenza subita da Hamdan Ballal in Cisgiordania (qualche giorno dopo si sono scusati, sostendendo di “condannare la violenza di questo tipo in qualsiasi parte del mondo!!!”). Perché agli Oscar si parla di cinema, e basta. La vita, la società e i mali del mondo devono restare fuori. E se si sbaglia com'è successo a Karla Sofía Gascón, praticamente è finita. E tutto quello che è stato Emilia Pérez di colpo scompare. Oppure accade - e spesso va così - che tutti i temi sociali che possono vagamente un po' il nostro pubblico entrino, si facciano sentire, ma al massimo per un paio d’ore. Poi basta, tutto deve finire. Tuttavia, lo diceva tanto bene Tarkovskij che il cinema doveva far specchiare la vita, che era un “mondo interno che si rifletteva in qualcosa”. E allora, cosa stiamo facendo? Non ci resta che sperar in una vera presa di coscienza collettiva, in un risveglio delle menti assuefatte dagli algoritmi falsamente inclusivi e fare un appello affinché tutto il cinema sia pretesto e funzione attiva per risolvere un problema. E non buttarlo dentro, semplificarlo, fare il lavoretto e finirla lì. E che una Pamela Anderson non sia davvero “l’ultima showgirl”, com'è scritto nel titolo del film, ma sia solo la prima di una serie di rivoluzioni di cui abbiamo dannatamente bisogno per non morire.

