Matteo Melchiorre ha scritto un grande libro, forse per questo non era finito nella cinquina finalista del Premio Strega 2023. In tempi non sospetti, in un articolo dal titolo abbastanza chiaro, in cui lo Strega veniva paragonato al Sanremo della letteratura, e cioè a puro avanspettacolo, scrivevo: “Intanto i grandi libri restano fuori. Fin da principio titoli interessanti come Il Duca di Matteo Melchiorre (Einaudi), Il mulino di Leibniz di Paolo Mazzarello e Un giorno e una donna. Vita e passioni di Christine de Pizan di Nicoletta Bortolotti non hanno fatto strada. Il primo inattuale, il secondo impegnativo, il terzo raffinatissimo”. A questi due si aggiunsero Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi e Il continente bianco di Andrea Tarabbia, pur entrati nella dozzina.
In un altro articolo, sempre della primavera del 2023, aggiungevo: “E Il Duca (Einaudi 2022) di Matteo Melchiorre, un romanzo che a dirsi italiano (sembra tedesco, se i tedeschi avessero conquistato l’Italia negli anni Quaranta) fa fatica, tanto è completo, pieno, cogente e, per questo, inattuale”. Questo non per tirarcela, perché a voler sembrare snob o preveggenti si fa la fine di quello che, proverbialmente, si sbroda: e cioè fai incazzare tua madre, ti becchi due sberle, sbatti i denti contro il piatto e te li rompi tutti. E noi ci teniamo alla faccia.
Tuttavia, vale la pena di godere se un gran bel libro è ora stato selezionato nella longlist del Booker Prize. Anche perché di “duchi” del romanzo non ce ne sono rimasti tanti. E non ne stanno uscendo di nuovi. Melchiorre ha mantenuto intatto uno stile profondamente letterario (anche quando letterario non è), colto e ironico dicono nelle recensioni. È in effetti un linguaggio continentale, di un autore consapevole e a suo agio con la tradizione letteraria. La storia pure, una faida tra “signorotti”, l’ultimo erede di una famiglia un tempo potente e l’uomo che ha preso il posto di questa famiglia decaduta in un paese di montagna. Al di là di trama e stile, però, c’è un dato interessante. Alcuni libri hanno una fortuna all’estero che permette loro di essere considerati più di quanto non si faccia in Italia. Un dato interessante: sono libri con una trama. Che smettono di guardarsi all’ombelico. Che per parlare di qualcosa raccontano qualcosa e non ci parlano di quella cosa e basta.
Del Duca di Melchiorre ora si dirà bene, venderà qualcosa in più nell’edizione tascabile. Non sappiamo a che punto arriverà della classifica del Booker Prize, ma poco importa. Esiste letteratura clandestina, che resta tale persino quando a pubblicarla son grandi editori. Romanzi che non fanno clamore e non vengono pubblicizzati come casi letterari. E grazie a Dio. I lettori si salvino dai “casi letterari”, che sono sempre libri adatti all’occasione, buoni per i trend. Molto meglio i libri che non scimmiottano la vita reale, ma la trasfigurano.