È molto probabile che di letteratura sappiate meno di quanto credete. Ed è anche molto probabile che quel che sapete lo abbiate letto da venditori di fumo e militanti dediti al battibecco politico, possibile con un piede dentro e uno fuori l’accademia. È anche molto probabile, ma non ci giurerei, che ciò che sapete della letteratura sia stato acquisito in modo disordinato e appassionato, trovando spunti da riviste di settore, blog e amici, è probabile che nell’ultimo anno siate cresciuti e abbiate smesso di leggere la Beat Generation o il realismo sporco americano per concedere qualche chance al postmodernismo americano. O, peggio, ai grandi vecchi continentali.
C’è, almeno per chi scrive, una sana via di mezzo tra il “culturismo”, che risulta convincente e non patetico se manifestato da pochi reali illuministi con la passione per l’enciclopedia, e il tiktokerismo, che al massimo vi farà scoprire Sally Rooney (brava) e scrittori o scrittrici meno brave. Il modello dei “casi letterari” non funziona più come una volta. Siamo passati da A sangue freddo di Truman Capote (tanto tempo fa) a Shantara (poco tempo fa) al romance. Nulla di tutto questo manca di dignità, poiché in una società liberale e aperta tutto ha dignità, fuorché togliere la dignità a destra e manca. Però la china è evidente.
C’è un modo per bilanciare tutto questo? Ovviamente no. E se ci fosse non ve lo darei qui gratis. Però ci sono tre persone che stanno facendo un lavoro che né io né voi sapremmo fare. Se volete capire qualcosa in più della letteratura, non come surrogato accademico o come eterno trend, ma come spigolo contro cui sbatte la vita, a ogni livello e in ogni dimensione, questi tre nomi potranno esservi utili. E, se siete amanti della bella scrittura, anche decisamente simpatici.
Angelo Cennamo ha la migliore cantina di scrittori americani che si possa vedere in Italia. Non solo perché legge i libri che escono, ma perché ha letto i libri che sono usciti. Alcuni dei titoli che ama sono anche introvabili. Nella lunga strada che porta un diciassettenne che legge Bukowski a capire Thomas Pynchon e David Foster Wallace incontrerai, viandante, gli autogrill del grande romanzo americano. Non solo quei romanzi totali e caleidoscopici di Vollmann, Delillo e compagnia. Ma i viventi Jonathan Franzen, Ben Lerner eccetera eccetera. Serve senso dell’orientamento, perché il Paese è grande, contraddittorio, soffocato non solo dal trumpismo, ma anche da un suo “sodale opposto”, una sorta di puritanesimo ideologico dalle conseguenze fantozziane, soprattutto quando si tratta di arte. Contro di esso la grande letteratura può ancora qualcosa. Lo sa Cennamo, che ve ne parla, avendo guidato a lungo, e in solitaria, su Telegraph Avenue.
Fabrizio Coscia ha due anime, quella del “ritrattista” (Filippo La Porta lo ha definito così su Robinson de La Repubblica), del “narratore essenziale e potente” (Renato Minore su Il Messaggero), che è quella che emerge dai suoi Suicidi imperfetti ma anche da I sentieri delle ninfe, e quella del glossatore. Oggi si direbbe: ha la vocazione profonda del blogger, termine considerato ormai quasi dispregiativo (quasi un modo per dire che se uno è blogger non è giornalista, considerazione falsa e facilona, poiché il blogger è spesso ben più che giornalista: è scrittore). Così su Caspiar ha deciso di annotare con uno stile naturale, informale e chiaro, dunque direi cartesiano, ciò che legge e studia e ciò su cui ragiona. Ha una collana per Editoriale scientifica, S-Confini, una sorta di bottega aperta, una sorta di laboratorio per chi vuole scrivere saggi oggi. Leggerlo, e leggere i suoi autori, è come prendere in mano un martello convinti che ci si possa solo sbattere un chiodo nel muro, per poi scoprire che, con buona pace per i nuovi realisti, quel martello non è mai solo un martello, ma molto di più.
Mi piace invitarvi a leggere il terzo degli autori con le parole che a lui ha dedicato il poeta Giuseppe Conte in un post di inizio febbraio: “[Matteo] Marchesini non è un buon intellettuale. Per me, potrei sbagliarmi, è un trafficante presuntuoso onnipresente parolaio, a volte anche un po’ imbecille”. In effetti è molto probabile che Matteo Marchesini vi farà incazzare (a partire dal fatto che scrive su un giornale che la gente impegnata ha imparato a odiare: Il Foglio). Un socialista liberale, più liberale che socialista secondo me (e per fortuna), un radicale più vecchio stile che nuovo, allergico alla versione moderna dell’ideologia applicata alla cultura, e cioè il piagnisteo, da anni in lotta contro la critica letteraria in sé e per sé, e cioè smunta, stitica, completamente fuori dal tempo e dal mondo, anche quando militante, e cioè volontariamente pressata nel corsetto della politica a buon mercato pur di far sì che un discorso tecnico appaia il più possibile “immerso nel mondo” (e invece proprio per questo ancora più ridicolo). È un critico che non piace neanche a chi lo pubblica, infatti qualche editore all’ultimo si era tirato indietro, eccezion fatta - lo so per certo ma non sarà, spero, l’unica - proprio per Fabrizio Coscia, che ospita il suo ultimo libro. Matteo Marchesini non è un cavallo pazzo, uno scapigliato, uno che scrive dalla barricata. Non è isterico. È piuttosto ironico, e quindi autoironico, e colto in modo per nulla pilotato. Sembra un uomo del Novecento mitteleuropeo. Solo più leggero e divertente da leggere.
Si potrebbe fare il nome di altri, ma tanto vi basti per una corretta indigestione di stimoli, nozioni e storie. Come sosteneva il famigerato critico gastronomico A. J. Liebling, l’opulenza nel gusto non è mai un difetto. E può persino diventare un termometro per giudicare in che stato di salute è la società in cui viviamo.