Quarant’anni dopo, basta un commento su Facebook per riaprire una storia che Vasco considera già chiusa: “Non ho mai fatto la spia”. Il rocker risponde, ricostruisce quei giorni in carcere e annuncia una querela. Perché certe condanne, anche quando finiscono in tribunale, continuano a vivere nei commenti sui social. Certe storie non finiscono quando finisce il processo. Restano lì, appese alla memoria collettiva, pronte a tornare fuori appena qualcuno decide di riaprire il cassetto, soprattutto se si parla di Vasco. E per lui quel cassetto si chiama 1984. E per chiudere definitivamente quel cassetto non bastano neanche i numeri da record in ambito live.
Sono passati più di quarant’anni, ma evidentemente non abbastanza. Basta un commento sotto un post su Facebook, la frase di un follower che accusa il rocker di aver fatto i nomi di alcuni spacciatori per ottenere uno sconto sulla detenzione, e il vecchio fantasma torna a camminare. Solo che questa volta Vasco non tira dritto. Si ferma e risponde. E, non si limita a quello, perché poi prende la storia e la porta dai social agli avvocati. Quello che il Kom ci tiene a ribadire è che non ho mai fatto la spia. E non è soltanto una smentita, ma la difesa di una memoria personale che Vasco considera deformata da una versione dei fatti che continua a circolare. Nella sua ricostruzione, non sarebbe stato lui a indicare agli investigatori le persone da arrestare. Sarebbe accaduto l'opposto: qualcuno avrebbe fatto il suo nome, raccontando di avergli venduto una quantità consistente di cocaina. Da lì l'inchiesta, la perquisizione, il mandato di cattura e il carcere. Ventidue giorni che inevitabilmente hanno macchiato la storia del rocker di Zocca. Ventidue giorni che, a quarantadue anni di distanza, possono essere condensati in una frase scritta da uno sconosciuto sotto un post.
Vasco risponde e racconta di essere stato detenuto e poi considerato estraneo alla banda di spacciatori alla quale era stato associato. E contesta frontalmente l'idea di aver collaborato con gli investigatori per ottenere una scarcerazione più rapida. “Qualcuno fece il mio nome e io finii in galera”, è in sostanza la sua versione. La questione, quindi, non riguarda soltanto ciò che accadde allora, ma ciò che continua a essere raccontato oggi. Perché il mito di Vasco si è costruito anche su questo: eccessi, droga, arresti, provocazioni, notti fuori controllo, la provincia che diventa rock’n’roll. La Vita Spericolata, insomma, un titolo che riassume più di tutti l’attitudine del Blasco. Ma il mito ha una caratteristica fastidiosa: non sempre distingue tra quello che è successo e quello che è diventato leggenda. E Vasco, da tempo, sembra avere poca voglia di lasciare che siano gli altri a scrivere la sua leggenda. Da una star come lui ci si aspetta l’indifferenza di chi addirittura non li legge neanche i commenti. E invece non si scherza: Vasco legge, dissente, querela. In una storia Instagram il cantante fa sapere di aver affidato la questione ai propri legali, definendo l'accusa “diffamazione infondata e calunniosa”. E aggiunge una frase che sembra uscita da un'altra epoca rispetto alla rissa nei commenti: se arriverà un risarcimento, quei soldi li destinerà a chi ha sofferto ingiustamente in carcere. E lì allora il vecchio episodio torna ad avere un peso giuridico, non soltanto sentimentale.
Si è poi scoperto che il "fan" in questione non sarebbe altro che un hater mascherato, per questo ora rischierebbe la doppia denuncia: diffamazione e sostituzione di persona. Insomma, la vicenda sembra suggerirci che no, non è sempre "solo un commento".
Ancora una volta Vasco si dimostra profondamente contemporaneo. Nel 1984 la storia era quella di un ragazzo famoso finito dentro per una vicenda di droga. Nel 2026 la stessa storia può riapparire sotto forma di una frase digitata sul telefono da qualcuno che magari non c'era, non conosceva i protagonisti e probabilmente non aveva alcun rapporto diretto con quella vicenda. Ma internet ha abolito la distanza tra testimonianza e sentito dire. Una voce ripetuta abbastanza volte diventa una versione dei fatti, che non è escluso che diventi anche memoria, a lungo andare. E una memoria sbagliata, quando riguarda un personaggio pubblico, può diventare più resistente della sentenza stessa. Con questo gesto il rocker di Zocca è riuscito a trasformare una vicenda giudiziaria in un pezzo della mitologia del Blasco. Quarant’anni dopo, Vasco prova a fare una cosa molto poco rock’n’roll e molto precisa: mettere un confine. Il resto lo decideranno gli avvocati. Ma intanto questa vicenda crea un precedente: forse da qui in poi ogni utente si chiederà se vale la pena scrivere commenti al vetriolo sotto il post di un personaggio famoso, soprattutto se si tratta di diffamazione - come sembra suggerire questo caso -. C’è chi dice no. Il carcere è durato 22 giorni, la storia, evidentemente, molto di più. Ma Vasco non ha intenzione di subirla e vuole continuare a scriverla da protagonista. E non solo da sopra un palco.