“A dieci anni dalla morte del drammaturgo, il ricordo di un amico. Che confessa al premio Nobel quanto ci manca la sua voce di giullare in mezzo al rumore continuo dei social”. Posso dire? Se un amico per ricordami a dieci anni dalla mia morte copiasse le prime righe del suo articolo ben pagato su La Repubblica del 13 ottobre dal libro di un attore che su di me ha scritto un saggio, un po’ mi incazzerei. Permette, Dario Fo, ma è davvero un brutto modo di onorarla sul secondo giornale più importante d’Italia, persino in prima pagina: rubando il lavoro altrui, persino le frasi, senza citare le fonti, appropriandosi del lavoro di altri professionisti senza pensare di dover rendere conto a nessuno. Si direbbe una “illecita riproduzione”, dello stesso tipo che troviamo in Gomorra e che a luglio di quest’anno ha obbligato lo scrittore a pagare diecimila euro a Libra editrice. Bisogna riconoscere a Matthias Martelli, l’attore a cui Roberto Saviano ha fregato l’incipit dell’articolo, il finale e vari particolari raccontati in prima persona, di avere più fair play di MOW e certamente meno livore, perché noi siamo stati più cattivelli quando abbiamo scoperto che l’indiscussa autorità intellettuale dell’ultimo ventennio (son venti anni esatti che è uscito Gomorra, la prima traccia dell’attitudine di Saviano a copiare senza citare) ci aveva indiscutibilmente rubato tre mesi di ricerche, verifiche e rotture di balle annesse (spesso temerarie…) pur di fare qualche like sul caso Lavitola-Ranucci, di cui nulla sa se non ciò che ha letto sui giornali che hanno fatto il lavoro che lui non cita.
In ogni caso, visto che non lo fa Saviano, vi consigliamo di leggere il libro di Martelli, Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo (Baldini+Castoldi, 2026).
Scrive Martelli: «Il primario di Cesena e di Copenaghen, a giugno, gli aveva dato meno di una settimana di vita. Due settimane dopo, era sul palco, a Roma, davanti a tremila persone, a recitare Mistero buffo. Finì lo spettacolo cantando. Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì».
Scrive Saviano: «Nel giugno del 2016 i medici gli danno meno di una settimana di vita. Due settimane dopo Dario Fo è su un palco a Roma, davanti a tremila persone, a recitare Mistero buffo. Comincia quasi senza voce, finisce lo spettacolo cantando. Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì».
Scrive Martelli: «Solo in ottobre finì in ospedale, dove fu travolto da potentissime allucinazioni. Anche lì, a letto, sotto cortisone […] era tutto organizzato perché dipingesse le sue visioni sui muri della camera d’ospedale».
Scrive Saviano: «Morì il 13 ottobre, in un letto d’ospedale, mentre gli preparavano i muri della stanza per dipingerci sopra le allucinazioni del cortisone».
Scrive Martelli: «Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì».
Scrive Saviano: «Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì». (!!!)
Scrive Martelli: «Nel 2021, ho portato Mistero buffo in un grande teatro della Romagna pieno di studenti delle superiori. Ho chiesto: “Chi di voi conosce Dario Fo?” Si sono alzate appena una decina di mani su cinquecento ragazzi».
Scrive Saviano: «Nel 2021 […] Matthias Martelli, ha chiesto ai cinquecento studenti delle superiori che riempivano un teatro della Romagna chi di loro conoscesse Dario Fo. Si sono alzate una decina di mani». (La prima e unica volta in cui Saviano cita Martelli, e non per il libro che ha scopiazzato di sana pianta)
Scrive Martelli: «Nel 1972 […] ricevettero un avviso di reato per “attività sovversive” […] accuse poi archiviate».
Scrive Saviano: «Nel 1972 un avviso di reato per “attività sovversive”, poi archiviato».
Scrive Martelli: «Nel dicembre del 1974 esplose una bomba ad alto potenziale su un lato della Palazzina […] Non ci furono feriti».
Scrive Saviano: «Nel dicembre del 1974 una bomba ad alto potenziale contro la Palazzina Liberty […] Nessun ferito».
Scrive Martelli: «Una cinquantina di carabinieri fece irruzione nel locale nel pieno della rappresentazione».
Scrive Saviano: «Una cinquantina di carabinieri entra nel pieno della rappresentazione».
Scrive Martelli: «Franca esce dalla sua casa di Milano, verso le 18.30 […] quattro individui […] sigarette spente sulla pelle […] tagli di lamette […] abbandonata in un parco».
Scrive Saviano: «Franca esce di casa, a Milano, verso sera. […] quattro uomini […] la torturano con le sigarette e le lamette […] la abbandonano in un parco».
Scrive Martelli: «Nel 1987 […] in prima serata […] davanti a un pubblico di dodici milioni di spettatori».
Scrive Saviano: «Solo nel 1987, in prima serata, davanti a dodici milioni di spettatori».
Scrive Martelli: «I fabulatori (non solo vetrai, ma pescatori…)», la silicosi che «faceva letteralmente impazzire», «i contadini dominavano i padroni, prendendoli sonoramente a calci nel sedere».
Scrive Saviano: «Fabulatori: soffiatori di vetro, pescatori, mezzi matti per la silicosi […] dove i contadini prendevano a calci i padroni».
Ora, che uno scrittore rubi le parole di un altro scrittore è ridicolo (e in alcuni casi reato). Ma che un amico rubi le parole di uno studioso per dimostrare di conoscere una persona per cui si è provato affetto è triste, perché dimostra che Saviano di quell’amico non ricordava nulla se non gli episodi che lo riguardavano direttamente e di cui parla nel pezzo, con quella prima persona singolare usata come a voler sollecitare nel lettore l’idea che i due, Saviano e Dario Fo, fossero in qualche modo simili. Certo, entrambi hanno indossato maschere per una vita: chi per denunciare il potere, chi per ottenerlo.