Se n’era parlato già i primi di dicembre, ma con il proscioglimento di Chiara Ferragni a gennaio, era prevedibile che i rumors venissero confermati: arriva il docufilm sul Pandoro Gate. La serie potrebbe sbarcare presto su Netflix e dovrebbe seguire i retroscena di una delle vicende più chiacchierate degli ultimi anni.
Per Ferragni non sarebbe la prima volta: nel 2019 aveva già realizzato un documentario per Prime Video sulla sua vita, Chiara Ferragni - unposted; e nel 2021 il docu reality The Ferragnez, con una seconda stagione nel 2023 sempre su Prime. Stavolta toccherebbe a Netflix che la corteggia già da parecchio tempo. E questa, forse, sarebbe la parte più interessante della storia.
La docuserie sul Pandoro Gate dovrebbe raccontare i retroscena e le vicissitudini in tribunale, il modo in cui Chiara ha affrontato la pressione mediatica e le strategie di comunicazione attuate. A dicembre, su Vanity Fair, si era parlato di una richiesta di un assegno a sei zeri da parte dell’influencer a Netflix.
Il punto non è se lo farà, ma come riuscirà a farlo sembrare inevitabile. Quando si parla di Chiara Ferragni ogni crisi smette quasi subito di essere solo una crisi. Diventa materia un asset o qualcosa che può essere rielaborato, impacchettato e rimesso sul mercato. Chiara non ha mai fatto mistero della sofferenza provata in questi ultimi anni a causa della vicenda. Per questo ci si aspettava che venisse archiviata, ma dopo il proscioglimento l’imprenditrice digitale non poteva che trasformare una vicenda giudiziaria in un modo per rilanciarsi sul mercato. Questi anni per lei hanno rappresentato anche una sorta di isolamento. La sua immagine era stata sporcata e associata al concetto di truffa, tanto che molti brand hanno deciso di prendere le distanze. Ma ora, con un proscioglimento e una serie tv Netflix, Ferragni è pronta a fare quello che ha sempre fatto: capitalizzare sulla sua vita.
Perché la vera notizia non è tanto l’eventuale docuserie in arrivo su Netflix, quanto il meccanismo che ci sta dietro: la capacità di trasformare la vulnerabilità in contenuto e il contenuto in valore economico.
Ferragni, in questo senso, è quasi un caso di studio. Dove molti vedrebbero un danno reputazionale da contenere, lei intravede un racconto da costruire. Dove c’è pressione mediatica, c’è attenzione e questo lei lo sa bene. E dove c’è attenzione, c’è mercato. Non è cinismo gratuito: è una lucidità imprenditoriale che raramente si vede con questa coerenza.
La possibile serie sul Pandoro Gate promette di muoversi esattamente su questa linea sottile. Retroscena giudiziari e gestione della crisi saranno affrontati come vere e proprie strategie comunicative, elementi che, se raccontati bene, possono ribaltare la prospettiva. Non più solo “lo scandalo”, ma “la resilienza nello scandalo”. L’errore può diventare percorso: tutto sta nell’occhio del regista. D’altronde Ferragni ha sempre controllato totalmente la sua narrazione, attraverso i social e stando più lontana possibile dalle interviste, se non dal tavolo di Fazio, che in pieno Pandoro Gate le fece un’intervista che pareva più una carezza che un susseguirsi di domande. Chiara è “blindata” e racconta solo ciò che vuole lei e come vuole lei: l’arrivo di questa serie ne è un’ulteriore conferma.
E qui sta il nodo più interessante, e anche il più scomodo. Perché da un lato c’è qualcosa di innegabilmente brillante: trasformare il momento di massima esposizione negativa in un prodotto vendibile richiede sangue freddo, controllo del proprio brand (che Chiara ha già dimostrato di avere) e una comprensione profonda del proprio pubblico. Significa accettare che oggi la reputazione non è più qualcosa da difendere in silenzio, ma da negoziare apertamente, anche attraverso l’intrattenimento.
Dall’altro lato, però, resta una domanda difficile da ignorare: cosa succede quando anche la vulnerabilità diventa monetizzabile? Che ad attuare questa strategia sia Ferragni non ci stupiamo di certo. In questi anni le abbiamo visto monetizzare ogni capitolo della sua vita: dal fidanzamento, alla promessa di matrimonio, poi la cerimonia e una sempre più morbosa narrazione genitori-figli, interrotta poi dalle diffide di Fedez, non appena separati.
Ma se anche ogni caduta può essere raccontata, editata e soprattutto venduta, il rischio è che perda significato autentico. Che il confine tra esperienza vissuta e prodotto narrativo si assottigli fino a sparire. E che il pubblico, pur consapevole, continui comunque a consumare.
In questo equilibrio instabile tra autenticità e costruzione, Ferragni si muove con una naturalezza che spiazza. Non perché sia priva di contraddizioni, ma perché sembra averle integrate nel proprio modello di business.
Il possibile approdo su Netflix - con tanto di cachet a sei zeri di cui si vocifera - sarebbe solo l’ennesima conferma: nel sistema attuale, non vince chi evita la crisi, ma chi riesce a raccontarla meglio.
E forse è proprio questo che rende la storia così difficile da liquidare con un giudizio netto. Perché mentre la critica morale appare quasi inevitabile, l’efficacia della strategia resta lì, evidente, quasi inattaccabile.
Piaccia o meno, il punto è tutto qui: non è più solo una questione di cosa succede, ma di chi riesce a trasformarlo nella storia che tutti vogliono guardare. Chiara continua a presentarsi con quel sorriso innocuo di chi non ha realmente compreso cosa le sia successo, ma è davvero così? Oppure dietro quell’innocenza si cela una strategia che, anche se vorrebbe spacciare per autenticità, è ormai essa stessa linguaggio? Ma soprattutto: rendere un periodo difficile un prodotto commerciabile, è davvero un modo per poterlo dire superato?
Ferragni continua ad aggrapparsi alla narrazione di sé controllata e, finché funziona, buon per lei. Nel frattempo, però, ci si può chiedere se il suo comportamento sia da prendere da esempio. Se davvero uscire fuori da una crisi coincida con l’atto di monetalizzarla. I Bluvertigo cantavano “Molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità”. In questo caso, invece, pare più un eccesso di avidità.