L'esordio in scena con Sabina Guzzanti, la stand up comedy con il gruppo romano di Satiriasi, lo spettacolo Il Satiro Parlante su Netflix e, oggi, presenza fissa a In altre parole di Massimo Gramellini, su La7. Ne ha fatte di cose, Saverio Raimondo: persino un DopoFestival nel 2015, esperimento web mai più ripetuto ma non per questo passato inosservato.
Autore satirico che si divide tra club in giro per l'Italia e studi televisivi, nonché uno dei pochi comici che ancora tenta la via della satira politica, ne abbiamo approfittato per parlare con lui di comicità: a partire proprio dalla sparizione della politica. Ma ce n'è anche per i podcast, il pubblico, i comici che si eranon montati la testa e i residui del grillismo che, ancora, dobbiamo smaltire.
Ecco cosa ci ha raccontato.
In tv la comicità riguarda sempre e solo il costume, mai la politica: i Gialappi ad esempio, imitano i vip, ma mai i politici. Come mai?
Abbiamo Crozza: lui va avanti per la sua strada; il programma è sempre quello, e anche giustamente visto che funziona ed è la sua formula. Resta però un'anomalia: non solo il suo è l’unico programma comico condotto da un comico, ma è anche l'unico che presidia anche lo spazio del programma satirico. Non ce ne sono altri.
L’impressione è che sia sparito l’impegno dalla comicità, non solo a tv ma anche a teatro. È così?
Tutta la nuova generazione di comici, tendenzialmente non ha la satira politica come freccia nel suo arco. La stessa Satiriasi, che è stata il primo momento consapevole e dichiarato di stand up comedy in Italia, nasce anche come risposta e distacco dalla satira intesa esclusivamente politica. Satira politica, per giunta, intesa quasi esclusivamente come battute su Berlusconi.
La generazione successiva ha preso ulteriormente le distanze: è una stand up che tendenzialmente non tocca temi politici, sia in senso ampio che stretto. Questo anche per ovvie ragioni anagrafiche e culturali, che hanno a che vedere con il modo in cui è vissuta la coscienza politica e sociale.
Satiriasi però nasceva in un momento storico molto diverso: c’era ancora l’eco della Guzzanti, Crozza creava dibattito con le imitazioni, c’erano le vignette di Vauro da Santoro. Era normale che il vostro movimento volesse differenziarsi, ma ora forse non sarebbe il caso di ricominciare a parlare di politica?
Io la satira politica continuo a farla, sia in tv da Gramellini che dal vivo: all’interno del mio show c’è sempre un momento di satira sul contemporaneo, sul mondo che viviamo. Anch’io penso che sia una mancanza, nella scena contemporanea; tuttavia ci vuole anche la sensibilità per farla. Di quella stagione che tu hai raccontato, noi oggi ne stiamo ancora smaltendo le scorie, perché quella è stata una stagione in cui il comico satirico si era un po’ montato la testa
In che senso?
Purtroppo, colpa della stagione del grillismo, di cui paghiamo ancora il conto, il comico ha pensato di essere potente: di fare “controinformazione”. Non ce la dimentichiamo questa parola che, per molto tempo, ha accompagnato la satira in Italia, ma il pubblico che si informa tramite comici satirici, non è un pubblico controinformato: è disinformato. I comici al massimo sono uno strumento utile per allevare il pensiero critico, non il veicolo primario attraverso cui informarsi.
Quel cortocircuito lì è stato letale, e ha creato noia e disaffezione verso la satira politica. A un certo punto, la satira politica è stata abusata: c’è stato un momento in cui tutti facevano la battuta sui politici, su Spinoza e i propri profili social. Siamo andati in overdose, adesso c’è un’effettiva stanchezza.
Ma il pubblico è cambiato? E come?
Non dimentichiamo il dato di affluenza alle urne: in generale c’è una disaffezione alla politica e, di conseguenza, il pubblico è non informato. Il rischio è che a volte la battuta non venga colta, che i riferimenti vadano persi, perché da una parte abbiamo persone iper informate, e dall’altra, persone non informate che non hanno la minima volontà di capire.
A me infatti non interessa tanto fare la battuta sui politici quanto sugli elettori: in democrazia, fare satira politica significa fare satira su chi elegge. Perché i politici passano e gli elettori restano, perciò è su di loro che bisogna investire.
Questo cambiamento del pubblico ha influenzato il tuo modo di scrivere?
No, perché io ho sempre voluto essere la nicchia e continuare ad esserlo. Non mi sono fatto influenzare, però è qualcosa che noto: ma più per una questione di consapevolezza mia, che di cambio di scrittura.
La politica oggi si offende di più rispetto a prima, oppure a causa del disinteresse, non ne ha nemmeno più bisogno?
Non credo che la politica in questo momento sia più permalosa che in passato. In generale, a nessun livello, questo Paese ha mai preso bene la critica, figuriamoci quella feroce o acuta. Senz’altro oggi i politici sono disabituati alla satira e, come società, abbiamo perso il senso del ridicolo: motivo per cui abbiamo politici, Trump ne è un esempio, che sono già loro sopra le righe. Di conseguenza, l’imitazione del politico, frequente fino agli anni ’90, oggi risulta qualcosa di superato rispetto alla realtà. In generale, i politcisono persone disabituate al confronto critico: andargli contro è sempre vista come un’anomalia da lasciarli spiazzati, da dare largo a rezione scomposte o completamente irrituali.
Stiamo parlando del tuo collega Daniele Fabbri?
Quello che è successo a Daniele è completamente surreale, senza senso: del tutto ingiustificabile
È una mia impressione oppure c’era da aspettarsi una maggiore solidarietà da parte degli altri comici?
Potresti avere ragione. Va detto che il fatto in sé è veramente strano, è insensato. È talmente tutto insensato, che si fa fatica anche a farne bandiera: non gli hanno chiuso il programma in modo, lo hanno querelato per una battuta all’interno di un podcast che, oltretutto, la devi pure spiegare. Un atto talmente stupido e immotivato, che non ne sei nemmeno intimidito e che, alla fine, diventa più una questione burocratica da risolvere “nelle sedi opportune”.
Il gesto solidarietà maggiore era versare una quota nel crowfunding che Daniele aveva aperto, dato che quella è poi l’unica difficoltà reale. E ti dirò: sono anche abbastanza convinto che nemmeno i diretti interessati la sappiano spiegare, motivo per cui sono andati avanti. Perché a quel punto, fatta la caz*ata, la devono portare avanti per non ammettere che sia tale.
Se avessi la possibilità di registrare un qualsiasi programma, che tipo di show sceglieresti?
Per iniziare, non farei un programma televisivo. Negli ultimi anni, la tv ha offerto programmi - specie americani- in grado di raccontare il mondo e far avanzare il linguaggio comico; sono circa dieci anni però, che non arriva più niente nemmeno dagli USA, e questo significherà pur qualcosa. Anche rispetto al mezzo stesso. Questo non significa che lo scettro della tv sia passato ai social che anzi, al contrario, hanno una sorta di retromarcia nel linguaggio: alcuni contenuti social, portati in tv, sarebbero di una vecchiaia incommensurabile. Perciò diciamo che, semplicemente, cercherei di fare qualcosa di divertente.
Purché non sia l’ennesimo podcast
Bravissima! Quando parlavo di social, pensavo proprio a questo: a clip da registrazioni di podcast che, se ci pensi, hanno la stessa grammatica di Bontà Loro di Costanzo.
Non trovi che questi podcast, anche se spacciati per novità, in realtà si somiglino un po' tutti?
L’ospite viene per promuoversi, e questo inevitabilmente ha finito con l’inquinare un po’ tutto alla base. Oggi c’è una tale disabitudine alla critica e all’ironia, che si concepisce solo la celebrazione: il massimo che viene tollerato, è una celebrazione un po’ buffa. I famigerati ospiti di RIP-Roast in Peace accettano di essere perculati perché vengono pagati: non c’è la cultura del prendersi in giro.
A proposito: prima mi chiedevi che programma farei: ecco, non farei un late night, che è sempre stato il mio genere preferito. Oggi proporre una roba del genere non avrebbe senso: perché avrei l’allergia all’ospite. Non sarebbe interessante, dato che gli ospiti sono ovunque e quasi sempre gli stessi.
Progetti futuri, invece?
Sono in una fase di maturità artistica, per cui mi interesserebbe portare la mia comicità in una dimensione narrativa; lo scorso ottobre è uscito il mio romanzo Annus Horribilis, vorrei proseguire su questa linea. Poi, ovviamente, ho intenzione di continuare a fare lo spiritoso a In altre parole, a Radio 2 Social Club e scrivere sul Foglio.