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24 giugno 2026

Elogio dello scrittore estremista: su “Un sermone sulla morte” di Richard Millet e il suo diario radicale: “Prega, ma senza dimenticare le tue armi…”

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

24 giugno 2026

Elogio dello scrittore estremista: su “Un sermone sulla morte” di Richard Millet e il suo diario radicale: “Prega, ma senza dimenticare le tue armi…”

Trovate qualcuno che vi guardi come Richard Millet guarda la Letteratura. Lo scrittore maledetto dalla classe dirigente culturale francese ed europea pare essere il migliore tra gli amanti della Bellezza, il suo campione assoluto. Basterebbe questa sua annotazione, tradotta da Edoardo Pisani in Appendice a Un sermone sulla morte (Editoriale scientifica, 2026), e tratta dal suo Journal (il Diario fluviale che pubblica da circa un decennio), per capire che tipo di rapporto ha Millet con l’Arte: “Cosa leggo negli ultimi tempi? Non Il giardino di cemento di Ian McEwan, che mi ha regalato Christine Carré, né i romanzi di McGahern, Fowles e Murdoch che vorrebbe tanto farmi leggere, amando troppo la letteratura inglese che peraltro insegna, bensì La montagna magica di Mann, che finisco con le lacrime agli occhi, come mi accadeva da adolescente. Idea di n’ode al gesuita Léon Naphta…” Per comprendere perché è fondamentale citare questo passato scritto l’11 maggio del 1980, serve un secondo estratto, raccolto nella breve sezione intitolata Editoria e amarezza (2003-2011): “‘Ho giurato di commuoverla.’ Bernanos, La grande paura dei penpensanti”. Quale scrittore, oggi, è capace non dico di commuovere ma di essere commosso?” La sua coerenza è un fatto di portata letteraria, poiché egli è capace di commuoversi e rivendicare la commozione, cioè “il danno” che la vita ti porta in dono, poiché il modo che ha il mondo di ferirti può manifestarsi sotto forma di Bellezza. Le maiuscole sono d’obbligo, poiché egli rivendica con radicale militanza la portata metafisica dell’opera letteraria. Egli, d’altronde, è un cattolico, “ma non come una pecora sotto il coltello: un monaco soldato, piuttosto”. 

Millet è al servizio di qualcosa che il mondo moderno cerca sistematicamente di cancellare. Al punto che lo scrittore, che come il musicista pare essere l’ultimo esemplare di vero cattolico (se solo scegliesse questa via invece delle pose secolarizzate, che altro non nascondono se non la devozione al dogma socio-antropologico, al relativismo come virtù morale), non può che essere un animale randagio, cacciato da tutti, affamato, reso incapace di vivere alla luce del sole. “Presto la letteratura si farà soltanto passando dalla scala di servizio”. E ancora: “Invidio gli ebrei di potersi rifugiare in Israele. La nostra terra promessa, desolata, è in noi, per noialtri, noi ultimi scrittori”. D’altronde egli capì quasi trent’anni fa quale fosse il problema dell’arte moderna: “Troppi giornalisti confondono la scrittura mediatica con quella letteraria. Troppi scrittori sognano di diventare giornalisti. Regna la falsità. Corruzione. Tributo all’ideologia ‘culturale’”. (1 maggio 1998). Sennonché oggi pure molti giornalisti vogliono essere scrittori, poiché, come ogni ideologia, anche quella culturale si evolve e ha a che fare con un’idea di vita che è performativa, dunque superficiale, fatta al passo di danza, ma su variazioni moderne, che nulla conservano della primitiva autenticità dei rituali. Ogni evento, ogni premio, ogni presentazione, ogni recensione, è un patto utilitaristico fatto per mantenere in piedi un sistema viscido, appunto corrotto, di cugini che scopano, un ambiente in cui l’incesto intellettuale è fondante. 

Richard Millet, Un sermone sulla morte (Editoriale scientifica, 2026)
Richard Millet, Un sermone sulla morte (Editoriale scientifica, 2026)

Questo mondo, che ha rigettato Millet come fosse poco più di uno scarto, poco più di una lisca, è impermeabile al pensiero, e dunque cieco verso il pensiero altrui, quello che ci sta, lentamente, conquistando. Non attraverso l’abiura dei valori occidentali, come in molti credono, ma attraverso la convivenza forzata. Scrive Millet: “In Europa l’Islam approfitta dell’indebolimento del cattolicesimo, dell’ipocrisia protestante e dell’odio gauchiste per l’idea di nazione: è un grande vuoto dentro il quale si ammassa, insieme alla sottocultura americana, che ne fa un argomento di mercato”. Non siamo di fronte alla fine tragica dell’Occidente, ma alla sua conclusione comica. È ciò che è palese che ci fa “morire dalle risate”, poiché gioiamo del nostro progressismo ingenuo, completamente diverso, tra l’altro, dal progressismo sano (che è, udite, il progressismo conservatore), non solo dal tradizionalismo. Viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che è importante vive alla luce del sole e innesca per questo mutazioni casuali i cui effetti potrebbero arrivare a distanza di qualche anno nella forma imbattibile del tumore maligno. L’Islam, se mal compreso dall’Occidente, se vissuto esclusivamente come patrimonio culturale, e non come ideologia forte del governo dei popoli, può diventare una morte sociale. 

Morte, va da sé, che ha investito, per il solo fatto di avere queste idee e cioè di essere scrittore vero, Richard Millet. Non ripercorreremo la cronologia del cosiddetto affaire Millet, poiché è l’argomento non solo di una sezione intensa del suo Diario, anch’essa riportata in parte nel volume curato da Pisani, ma è la base di quella cattedrale retorica, raffinatissima e sonora che è il suo Sermone sulla morte, un testo radicale ed estremo, persino estremista, cioè consapevolmente al di là di ciò che il lettore medio può tollerare. Si prendano frasi come: “Viviamo in un mondo in cui il Diritto ha sostituito il Pentateuco e la mia libertà dipendeva da un modulo da firmare, cosa che ho fatto sentendomi colpevole”. O: “Senza dubbio è morta, fratelli miei, la cultura data da Gerusalemme e da Atene e venuta a noi attraverso la grande via romana. Di questa morte, la sconfitta delle lingue, il crollo della verticalità e la decristianizzazione sono i segnali più manifesti”. O, ancora: “Siete morti perché vi rifiutate di ascoltare il Verbo, camminando al di fuori della lingua, errando nell’assenza di significati”. È un po’ come se Cioran avesse capito che Dio è indubitabilmente presente nella forma della colpa inemendabile di questa epoca, come ombra dei nostri delitti: contro lo stile, contro la Bellezza, contro l’essere umano nella sua interezza e consistenza, cioè nella sua contraddizione, nei suoi voli, nei suoi pensieri. Siano lodati gli editori come Es, i curatori e scrittori come Fabrizio Coscia, che con S-Confini, la collana che ospita Millet, scelgono di proporre la letteratura nella sua forma più radicale, e cioè come corona solare dell’abisso, come luminesce, come lanterna in tempi bui. Questo libro, corredato di prefazione, sintesi dell’affaire Millet e un’intervista con l’autore, è inesauribile come pochi libri oggi sanno essere. È nel vero senso dell’essere di un’opera, è quintessenzialmente letteratura al punto in cui ogni riga, ogni parola, diventa anatema e lamento, rabbia e dolore al contempo. C’è di tutto (“Il rock, il rap eccetera: tanto chiasso per niente”; “La prosa di Tahar Ben Jelloun sa di peto di ippopotamo”; “Carrère scrive male quanto un giornalista che si sogna romanziere. E funzione, come Houellebecq, che anche scrive male, ma in modo diverso, forse appositamente. Il resto del gregge ambisce a scrivere come loro e sguazza nel romanzesco socio-letterario e nella poesia radical-spiritualista”) e ogni passo è dimostrazione di ciò che oggi Millet rappresenta, un’autentica e santa fiera letteraria, un cavaliere dell’Apocalisse che miete la mediocrità altrui, un’inadeguatezza del mondo nei confronti della Bellezza (e di Dio) che gli è intollerabile. Incomprensibile per il semicolto che vende nelle librerie e che di lui, se proprio deve fingere di conoscerlo, ricorderà solo le accuse di razzismo riportate dai giornali. A questi e ad altri cancellatori seriali, rispondiamo anche noi così: “Alcuni mormorano che me la sono cercata, altri che, deluso dalla mancanza di successo, ho fomentato lo scandalo… Coglioni!”

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