Pomegranate è il terzo cortometraggio di Gossip Goblin, studio fondato dal trentacinqenne Zack London che segue The Patchwright e Woodnuts, tutti e tre disponibili gratuitamente su YouTube a cui, tra pochi mesi, seguirà il primo film realizzato interamente con IA ad essere proiettato al cinema (Gods Don't Give Gifts, negli USA dal 30 ottobre).
Gossip Goblin risponde alla domanda in cui sono incastrate diverse generazioni di esseri umani: ‘e adesso che succede?’. Guardiamo verso l’alto, la bocca aperta e gli occhi sbarrati in attesa che caschi qualcosa dal cielo, il tutto mentre la nostra soglia dell’attenzione è scemata in maniera drammatica a causa della tecnologia da cui siamo circondati e assuefatti. Viviamo tra paura e curiosità, mentre un pessimismo generale ci induce a credere che l'intelligenza artificiale ci porterà via il lavoro, le idee e il controllo sul mondo. Non quello di Zack London, pare.
Vedi Pomegranate e ti senti testimone del cambiamento del mondo. La sensazione è la stessa nel scoprire l'iPod che tiene mille canzoni in un lingottino di metallo, oppure il primo assistente vocale, la prima auto che si guida da sola. La grossa differenza è che in questo caso si tratta di storie, che possono sembrare meno importanti soltanto a chi non considera le storie alla radice dell’umanità stessa. Yuval Noah Harari, in Sapiens, dice che la differenza tra noi e le scimmie sta tutta nel gossip che abbiamo messo in giro sui nostri simili: l'uomo si è sviluppato per sapere chi scopa con chi. Da lì i poemi omerici, le grandi religioni e via veloce fino ai social media, che funzionano così bene perché mescolano storie a non finire, gossip e costruzione del personaggio.
Zack London studia arte, non cinema. Qualche anno fa inizia a produrre brevi video costruiti con l’intelligenza artificiale per i social, il pubblico è minimo finché non azzecca il primo personaggio: uno gnomo del bosco che ha a che fare con un gran numero di funghi. Seguono diversi personaggi coi loro piccoli racconti, episodi, sketch. Oggi sta lavorando a una sorta di Temptation Island nel futuro. Il primo cortometraggio a superare i venti minuti, The Patchwright, esce 4 mesi fa, ha 14 milioni di visualizzazioni nel momento in cui scriviamo. Il successo di pubblico è gigantesco. Tre mesi più tardi esce invece Pomegranate, racconto tenuto in piedi da una struttura a cornice che racchiude al suo interno altre piccole storie.
Il lavoro è interamente realizzato con intelligenza artificiale, il che riesce a mantenere altissimo il livello d’attenzione di chi guarda: colori vividi, creature fantastiche, forme e geometrie appaganti per lo sguardo sono il tappeto di meraviglia su cui si costruisce l’incastro. L’atmosfera è un miscuglio di futuri distopici o meno. Nell’estetica c’è tanto Cyberpunk 2077, qualcosa di Matrix, le tinte di Black Mirror e le intuizioni di Jodorowsky per La Montagna Sacra, ma pure una spruzzata di Final Fantasy IX e di Hyao Miyazaki, oltre al profetico video di Do The Evolution dei Pearl Jam.
Il racconto gira attorno a un uomo di potere (personaggio già presente in The Patchwright) in cerca di emozioni forti attraverso delle simulazioni, dei nastri che nell'universo di Cyberpunk si chiamano Braindance. Lo vediamo prima alle prese con un mostro marino, poi trasfigurato in un nano che si esibisce nella danza del ventre per un Chad-sovrano a cui è venuto a noia tutto e, ancora, in una pallina da flipper. Il suo spacciatore sembra Jonathan Banks, il Mike di Breaking Bad. La tensione sale leggera e costante come in uno dei meravigliosi racconti di Raymond Carver, la conclusione è micidiale, il tempo davanti allo schermo vola ma è sempre intenso, per una volta sembra di aver passato più tempo davanti allo schermo di quanto ne abbia indicato l'orologio e non il contrario. Un viaggio lisergico gratis per tutti, pubblicato su YouTube e titolato “Pomegranate | Sci-FI Short Film” perché la SEO è importante anche se sei un fuoriclasse della narrazione.
Cosa ci lascia Pomegranate? L’idea che questo Hollywood sia finito e che gli attori se la passeranno piuttosto male (avoja Nolan a fare film senza IA) ma che il sistema si riprenderà presto e vincerà sempre, perché cambierà il modo di raccontare le storie ma non la fame di conoscerle. Ci insegna che per avere una bella storia non conta il tempo che impieghi e nemmeno i soldi che spendi, la tecnologia che usi o l’epoca in cui vivi. Per raccontare una bella storia servono ancora gli esseri umani. D’altronde gli dei non fanno regali, neanche quelli costruiti con l’IA. A proposito, lo ripetiamo: Gods Don’t Give Gifts è nei cinema dal 30 ottobre.