C’è qualcosa di stranamente rivoluzionario nel nuovo trailer di “Harry Potter e la Pietra Filosofale”: sembra “Harry Potter e la Pietra Filosofale”. Punto. In un momento storico in cui ogni adattamento deve trovare una nuova chiave, decostruire, aggiornare, spostare, rileggere, HBO sembra aver scelto la strada apparentemente più semplice e in realtà più pericolosa di tutte: la filologia. Prendere il primo romanzo di J.K. Rowling e provare a portarlo sullo schermo quasi uno a uno, senza avere paura che una fedeltà persino ossessiva possa diventare il vero elemento di novità.
Il nuovo trailer della serie in arrivo a Natale lo dichiara praticamente a ogni inquadratura. Ci sono lo Smistamento, Erbologia, il Quidditch, il troll, il Mantello dell’Invisibilità, lo Specchio delle Brame, Fuffi e soprattutto quella sensazione di progressiva scoperta che apparteneva al primo libro prima che la saga allargasse progressivamente il proprio mondo e la propria posta in gioco. Hogwarts non appare ancora come il centro geopolitico di una guerra tra maghi, ma come dovrebbe apparire agli occhi di un bambino di undici anni: enorme, calda, misteriosa, un po’ spaventosa e piena di angoli nei quali infilarsi quando nessuno sta guardando.
Ed è probabilmente questo l’elemento più riuscito del trailer. La messa in scena sembra grandiosa senza diventare monumentale. C’è legno, pietra, fuoco, stoffa, luce calda. Gli ambienti hanno qualcosa di vissuto e tattile e persino quando la macchina produttiva di HBO mostra inevitabilmente i muscoli, Hogwarts continua ad avere l’aspetto di un posto nel quale si potrebbe abitare. Era uno dei miracoli del primo libro: Rowling raccontava un mondo impossibile facendoci immediatamente desiderare di viverci dentro. Qui, almeno per due minuti, sembra succedere di nuovo.
Anche perché questo “Harry Potter” pare ricordarsi di essere innanzitutto la storia di un bambino che trova una casa. Non è casuale che il cuore del trailer venga affidato a Hagrid. Harry confessa di sentirsi inadeguato rispetto alla leggenda che gli altri hanno già costruito intorno a lui e Hagrid gli risponde: “Family’s more than just blood. You find your place”. La famiglia è qualcosa che va oltre il sangue. Troverai il tuo posto. È praticamente la tesi dell’intera saga compressa in pochi secondi. Prima ancora di Voldemort, degli Horcrux, delle profezie e della guerra, Harry Potter racconta un orfano che scopre che una famiglia può essere costruita. Hogwarts è importante perché, prima di essere una scuola di magia, diventa la sua casa.
E allora assume ancora più senso la precisione quasi maniacale con cui questa nuova versione sembra voler ricostruire il mondo del romanzo. Persino i tre protagonisti hanno qualcosa di sorprendentemente “giusto”. Dominic McLaughlin, Alastair Stout e Arabella Stanton non sembrano imitazioni in miniatura di Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson. Sembrano più vicini all’immagine che il romanzo costruiva di Harry, Ron ed Hermione: ancora bambini, ancora un po’ goffi, ancora abbastanza piccoli da far sembrare Hogwarts gigantesca intorno a loro.
Poi bisognerà capire se sapranno recitare. È il grande punto interrogativo che nessun trailer può risolvere e che diventerà ancora più importante negli anni, quando questi bambini dovranno crescere insieme ai propri personaggi. Ma visivamente il casting sembra avere una precisione impressionante. Ed è curioso che, almeno per ora, siano proprio gli adulti a convincere leggermente meno.
Janet McTeer come McGranitt, Paapa Essiedu come Piton e John Lithgow come Silente hanno il problema opposto rispetto ai ragazzi: arrivano dopo interpretazioni diventate iconografia. Maggie Smith, Alan Rickman e Richard Harris prima, Michael Gambon poi, non interpretavano soltanto quei personaggi: per milioni di persone ne sono diventati il volto. Nel trailer i nuovi professori sembrano forse più spenti, o semplicemente ancora in cerca dello spazio necessario per diventare qualcos’altro. Silente, soprattutto, rimane curiosamente in ombra. È presente, lo vediamo, ma HBO sembra quasi evitare deliberatamente di consegnarcelo davvero.
Forse è giusto così. Perché il paradosso di questa operazione è tutto qui: HBO deve realizzare uno degli adattamenti televisivi più costosi e osservati degli ultimi anni cercando continuamente di sparire. Deve convincerci a smettere di vedere gli attori, le scenografie, il budget, i film precedenti e perfino l’enorme macchina commerciale di Harry Potter, per farci tornare a vedere ciò che vedevamo quando leggevamo. È la magia della filologia. Una forma di creatività che non nasce necessariamente dall’aggiungere, ma dalla precisione con cui si decide cosa conservare. Dal capire perché una cosa funzionava prima di domandarsi come cambiarla.
Il primo “Harry Potter” era soprattutto una storia calda. Prima che la saga diventasse oscura, politica, tragica e gigantesca, c’erano un bambino senza famiglia, un gigante che gli portava una torta, un treno preso da un binario impossibile, due amici appena conosciuti e un castello illuminato nella notte. C’era la scoperta che da qualche parte, persino per chi ha passato undici anni sentendosi fuori posto, poteva esistere un tavolo al quale sedersi.
Il nuovo “Harry Potter” dovrà dimostrare praticamente tutto. Ma questo trailer sembra avere già capito la cosa più importante: per tornare a Hogwarts, prima bisogna ricordarsi perché avremmo voluto viverci.