Questo mio, su Gino Paoli, è un racconto personale, molto personale. Quasi che ogni sua canzone Gino l’abbia scritta proprio per la mia storia, per rendermi infine felice e appagato. E’ l’estate dell’82, in Sicilia, è la spiaggia di San Gregorio, a Capo d’Orlando, Sicilia, appunto. Pochi lo sanno, eppure il mare e il sale della Sua canzone, il Suo Sapore è proprio quello, Capo d’Orlando, reliquia amorosa lucente di un’estate lontana adesso, eppure intatta nella memoria comune, sentimentale, melodica. Paoli lo ricordo lì, reduce da un’immersione subacquea, le mute, le maschere e le bombole accatastate nella veranda del ristorante, il resto è una grigliata, Paoli a petto nudo in costume, nella luce dell'ora dei pasti. Ignoravo allora che quella sua canzone restituisse l’età dell’oro estivo del luogo che me lo mostrava presente, in carne, ossa e Ray-Ban. Se solo lo avessi saputo, mi sarei accostato, gli avrei forse chiesto consiglio per un tormento d’amore che vivevo in quel momento, pensavo infatti a Loredana, chissà dov’era lei in quegli istanti.
Nanni Moretti, in Bianca, fa dono a Paoli di un altare: un giovane insegnante, davanti a un jukebox, prova a restituire il tempo immateriale e immanente proprio di Gino, la luce dell’estate, lo iodio, la salsedine, l’amore, il sesso, e poi ancora lui, ancora Gino, che torna in città e si ritrova intatti, già pronti, i versi, forse proprio di Sapore di sale o piuttosto de Il cielo in una stanza, che era poi in verità solo un soffitto, di un bordello, la stanza di una prostituta, idealmente, politicamente, struggentemente siamese della Marinella restituita da Fabrizio De André. Gino Paoli è stato un poeta, anche se inizialmente si era immaginato pittore, chissà come sono davvero i quadri di Gino Paoli, le sue canzoni invece le abbiamo tutte presenti intatte, insieme proprio a quel soffitto ideale che vede i nostri occhi a fissarlo, soffitto che si fa cielo degli anni ‘60, un tempo che ancora adesso ci tiene compagnia, ci abbraccia, ci restituisce calore, un calore che non è andato mai perduto, un tepore amoroso che non si è mai disperso, che appunto ci tiene compagnia, intatto, ancora adesso, ripeto. Quando ero bambino pensavo che Gino Paoli e Pier Paolo Pasolini fossero la stessa persona, così pensavo perché sia l’uno sia l’altro, forse per innata e segreta timidezza, forse per natura ombrosa, venata di atmosfere parigine, da “caves” parigine, trasfigurati bistrot del Quartiere Latino nei baretti di via del Campo o di via Prè, a Genova. Come in un ininterrotto, monologo interiore poetico che troverà anche momenti più prosaici immaginando infine quattro amici al bar. L’unico rimpianto è non avergli chiesto quel giorno, davanti ai faraglioni di Capo d’Orlando, una parola, magari anche mezza, che potesse riportare a me Loredana.