Gene Hackman è morto, e tutto il mondo si è affrettato a ricordarlo con commossi elogi funebri. I colleghi, i critici, le istituzioni del cinema. Com’è bravo, com’è grande, che film indimenticabili. “Un gigante discreto”, “Un maestro di eleganza e misura”. A sentire loro, sembra che la sua morte sia stata un evento collettivo, come se la sua esistenza fosse stata accompagnata da una veglia costante di affetto e ammirazione. Come se tutta Hollywood fosse sempre stata lì, al suo fianco, a stringergli la mano fino all’ultimo respiro.
Ma non è vero. È una menzogna di circostanza, per giustificare il lutto pubblico. La verità è un’altra: Gene Hackman è morto come un vecchio qualsiasi, forse come il più derelitto dei vecchi. Solo, dimenticato, ignorato per mesi perfino da chi diceva di amarlo. Nessuno si è accorto della sua assenza, fino a quando i corpi già in buona parte mummificati di lui e di sua moglie non sono stati scoperti da due addetti alla manutenzione assieme alla carcassa di uno dei suoi cani. Due sconosciuti che, a differenza della famiglia e di ipotetici amici, si sono chiesti perché da settimane nessuno apriva quella porta.
Cos’è successo? La polizia per ora non lo sa, o dice di non saperlo. Forse non lo sapremo mai davvero. Overdose accidentale? Suicidio? Avvelenamento da monossido? Delitto? Al momento solo ipotesi (trattate al contempo con omertà e superficialità). Ma non è questo il vero problema. Il vero problema è che Hackman, per il mondo, era già morto da tempo. Da vent’anni, da quando aveva deciso di ritirarsi a Santa Fe e sparire dai riflettori. Nessuno lo cercava più, nessuno lo voleva più, perché non serviva più a nessuno. La macchina dello spettacolo non si ferma per i vecchi che non generano più incassi.
E la famiglia? "Eravamo molto legate a lui", dicono le figlie. Aggiungendo "non lo sentivamo da mesi". Mesi. Vostro padre ha 95 anni e voi non lo sentite da mesi. Non vi chiedete come sta, se ha bisogno di qualcosa, se è ancora vivo? Ma siete "molto legate a lui". Da un numero, inutilizzato, in rubrica? Curiosa idea di legame: il telefono, almeno il telefono, evidentemente, era un dispositivo troppo complesso da utilizzare. È la tragicommedia dell’affetto a posteriori, il pianto tardivo che serve a ripulire le coscienze. Il dichiararsi affranti per la morte di una persona che è stata lasciata scivolare via senza un pensiero.
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Nel 2004, Hackman aveva detto basta al cinema. Non per mancanza di offerte, non perché non fosse più in grado di recitare. Semplicemente, non ne aveva più voglia. Aveva scelto Santa Fe, il deserto, una casa isolata con vista sulle montagne. Una dimora che lui e Betsy, musicista e compagna di vita, avevano ristrutturato con cura, trasformandola nel loro piccolo mondo privato. Lì aveva scritto romanzi, giocato a golf, schivato i paparazzi. Lì era invecchiato.
Gene Hackman aveva evitato Hollywood come un esilio volontario. “È un mondo narcisistico”, aveva detto, spiegando perché aveva scelto la quiete del New Mexico, il suo rifugio lontano dai riflettori. Ma la discrezione non è un alibi per l’abbandono.
Sì, Hackman aveva scelto di ritirarsi. Ma nessuno sceglie di morire nell’indifferenza. Non si può giustificare questo oblio con la scusa della sua “riservatezza”. Non basta dire che era un uomo schivo, che non amava la mondanità. Perché riservatezza non significa essere dimenticati. Riservatezza non significa che la tua famiglia possa dire con una leggerezza quasi oscena non lo sentivamo da mesi.
Ora, come da copione, Hollywood piangerà il suo morto, anche se quel morto si era da tempo rotto le palle di Hollywood. Ci saranno tributi, omaggi sentiti, standing ovation, lacrimucce su montaggi con musica struggente. Agli Oscar ci sarà una clip con i suoi ruoli migliori, qualcuno si schiarirà la voce prima di dire “We miss you, Gene”. La filmografia di Hackman tornerà in auge per qualche mese, le piattaforme streaming riproporranno i suoi classici. Un’ultima spremuta commerciale del suo cadavere, giusto per onorarlo come si deve. Poi, quando il clamore sarà svanito, tornerà il nulla. L’indifferenza. La stessa che lo ha avvolto negli ultimi anni della sua vita.
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Questa non è solo la storia di un attore dimenticato. È la storia di tutti noi. Il nostro destino, se non avremo l’accortezza di morire mentre siamo ancora utili. Gene Hackman non è stato trattato diversamente da un qualsiasi anziano anonimo e abbandonato lasciato a marcire nel suo appartamento, trovato solo quando l’odore della decomposizione invade il mondo esterno da sotto la porta. È la vecchiaia nella sua forma più cruda: invisibile, superflua, fastidiosa.
Quindi risparmiateci la retorica da Oscar (che, già lo sappiamo, non ci verrà risparmiata affatto). Le lacrime ora non servono a nulla. Gene Hackman è morto come un vecchio qualsiasi perché, alla fine, è questo che siamo tutti, quando il mondo ha finito di usarci: scarti umani che si ostinano a non togliere il disturbo.
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