Quattro del pomeriggio di un piovoso sabato di novembre. Nel centro sportivo di Vernier, quartiere alla periferia di Ginevra, l’aria comincia a farsi pesante. Dalle otto di mattina sono in corso le gare del Ginevra Open 2025, una delle poche tappe europee del circuito Ibjjf – International Brazilian Jiu Jitsu Federation, la federazione principale del jiu jitsu brasiliano. Nell’area di riscaldamento ci sono corpi maschili sudati, intrecciati a terra, come in una sorta di gioco di scacchi umano, dove ad ogni movimento di uno dei contendenti fa seguito un movimento consequenziale dell’avversario: solo che qui l’obiettivo è strangolare, rompere i legamenti del ginocchio, dislocare una spalla. Tra questi corpi c’è quello di uno scrittore. Francesco Mazza, 43 anni, ha appena pubblicato il suo romanzo Estinzione con La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi. È stato appena definito “lo scrittore implacabile di questi anni” da Veronica Tomassini, non certo una scrittrice dai gusti facili, e la sua opera “fenomenale, disturbante, da leggere a tutti i costi” dalla rivista letteraria cult “Il Detonatore”; altre recensioni positive sono arrivate dalla stampa mainstream, in particolare da Tuttolibri e La Lettura, i salotti che contano della cultura italiana. Sicuramente, Estinzione ha il pregio di rappresentare un’anomalia nel contesto della narrativa italiana contemporanea. Sia perché basato su una trama forte, sia per la lingua utilizzata, estremamente curata e lontana dal piattume della “lingua media” con cui vengono editati i libri oggi. Mazza si sta riscaldando perché tra poco salirà sul tatami numero 8, impegnato nell’incontro di semifinale della sua categoria, quella dei Master 2, riservata agli Over 35 di età. Chiedergli qualcosa adesso sarebbe inutile: “Negli sport da combattimento, prima del match, entri in una zona mistica. Sei tu ma non sei tu. Tutta la vita è una bolla distante di cui non ti interessa nulla, inclusi i tuoi affetti più cari. L’unica cosa che conta è il match. A volte ti sembra di impazzire, altre crepi di paura, ma altre volte ancora senti accendersi dentro di te un fuoco, un incendio, e a quel punto non ti abbattono nemmeno col fucile”. Le domande che avevo ho dovuto porle prima, durante il lungo viaggio in macchina da Milano.
È più difficile combattere o scrivere un libro?
Scrivere un libro è semplice, chiunque lo può fare. E grazie ad Amazon anche stamparlo. Combattere invece richiede due qualità opposte: follia e disciplina. Che poi sono le stesse che servono per scrivere un libro di qualità, che è tutt’altra cosa rispetto a un libro. Tuttavia, la cosa veramente difficile è un’altra.
Quale?
Venderlo. In questo Paese non si vendono libri, ma nessuno pare preoccuparsi della cosa.
Colpa della politica? Dei social? Dei giovani che non leggono?
La colpa principale è degli scrittori.
Gli scrittori?
Quando si legge un libro la cosa più importante è percepirne l’urgenza. Il libro deve trasmettere il fatto che l’autore non potesse fare a meno di scriverlo. Quando si legge Dostoevskij, per dire, sembra di vederlo, pronto a giocarsi tutto con quelle pagine come se fosse al tavolo da gioco; al contrario, per la maggior parte dei pasciuti scrittori italiani il libro non è che un biglietto da visita. Un modo per essere invitati in tv, per avere una rubrica su un quotidiano, per acchiappare o giustificare una cattedra. Del resto, non scrivono nemmeno per farsi leggere, quanto per posizionarsi ideologicamente, stringere relazioni, lanciare messaggi. Capisce che se questo è il contesto, è anche logico che ai lettori sia passato il desiderio di leggere.
È a questo che si deve l’esplosione, da noi, del genere dell’autofiction?
L’autofiction non esiste. I libri basati su esperienze della propria vita si chiamano memoir. Autofiction è un termine inventato di recente per imbellettare la pochezza narrativa di buona parte della produzione letteraria odierna.
Ma gli editori, i libri dovranno pur venderli.
Ci sono i giallisti che vendono quintali di libri al pubblico dei quiz televisivi, le biografie dei personaggi famosi, e se proprio va male i libelli degli influencer o dei giornalisti della tv che insultano questo o quel politico e vengono comprati dalle rispettive tifoserie. I bilanci sono salvi. L’editoria italiana riflette il Paese, come è normale che sia.
E che tipo di Paese è?
Un Paese dove si galleggia grazie al salvagente delle relazioni, dove ci si accontenta del minimo indispensabile per campare e il talento - l’imprevisto - è considerato una rottura di coglioni. Va già bene che ci siano editori come la Nave che pubblicano libri sulla base del valore letterario e non dell’appartenenza degli autori.
Il Salone del libro di Torino, però, macina ogni anno record di presenze.
Il Salone del libro è Disneyland, lì dentro gli scrittori sono come i pupazzi di Topolino, Minnie, Pippo. La gente ci va per farsi i selfie con loro da postare su Instagram, e per comprare un paio di libri sempre per postare le copertine su Instagram. Ma proprio come Disneyland, quella non è mica la vita reale.
Lei ha talento?
No.
Non faccia il modesto.
Io non credo nel talento, credo nel lavoro. Mi piace scrivere e riscrivo la stessa frase cento volte. La spacco, la tastiera, prima di essere soddisfatto. La prima pagina di Estinzione ha avuto 87 versioni prima di trovare quella definitiva.
È un perfezionista quindi.
Ho l’etica e l’estetica del martire. Le ho ereditate da mia madre.
Estinzione è il suo primo romanzo, ma in precedenza ha scritto Il Veleno nella Coda (Laurana, 2021) definito da Giovanni Pacchiano “la coscienza di Zeno dei nostri giorni”, dove raccontava il rapporto con suo padre, il dentista di Berlusconi, morto suicida.
Mio padre era una forza della natura, ma non in senso positivo. Era come gli tsunami o i terremoti. Quando passava bisognava fare la conta dei danni.
Proprio lei ha fatto autofiction.
È un memoir! E poi il mio insegnante di scrittura, negli Usa, diceva che il primo film, o libro, deve sempre essere personale, per levarsi l’ego dalle palle e cominciare a fare sul serio dal secondo in poi.
Perché combatte?
Gliel’ho detto, ho la vocazione al martirio. Poi bisogna fare delle distinzioni, una volta facevo Mma, che è combattimento vero, anche se non sono mai riuscito a esordire da professionista a causa del Covid. Il jiu jitsu è un surrogato, non ci sono i calci sul costato e i pugni sul naso, e questo, mi creda, fa una grande differenza. Poi io combatto nella categoria degli over 35: questi tornei svolgono una funzione di supplenza, sono delle cliniche psichiatriche itineranti che curano pazienti che se non fossero qui sarebbero in giro a fare danni.
In Estinzione lei parla del concetto di “lussuria del dolore”: il protagonista Silvio scopre di essere stato tradito dalla fidanzata Alisia, ma invece di lasciarla, tace per paura di perderla. Sembra un ribaltamento dei casi di cronaca che leggiamo spesso, dove al centro ci sono maschi che voglio possedere la donna a tutti i costi.
Ero interessato a raccontare la storia di un uomo il cui desiderio è alimentato dalla mancanza, non dal possesso. Gli uomini gelosi sono anaffettivi, narcisisti incapaci di godere.
La concezione dell’amore che emerge nel romanzo, lontana dal romanticismo, trasmette un senso di disperazione.
L’amore o è folle o non è. Amare vuol dire fare cose folli, pericolose, a volte umilianti, a cominciare dalla rinuncia a una parte consistente della propria libertà: si tratta di un concetto in antitesi con il mondo moderno; infatti, il capitalismo fa di tutto per eliminare l’amore. O meglio, per sostituirlo con un surrogato, qualcosa di simile nell’aspetto ma di completamente diverso nella sostanza. Inoffensivo.
Scrive in una pagina del romanzo: “Le coppie che funzionano, e durano nel tempo, sono quelle dove la combinazione di patologie diverse finisce per ingigantirle e crearne di nuove… si ricerca qualcuno che ci confermi nei nostri lati peggiori, che legittimi i nostri difetti, sollevandoci dal compito di cambiare”
Le relazioni mie, e di chi mi sta vicino, sono state tutte di questo tipo, e infatti la relazione più importante che ho avuto, quella con la madre di mio figlio, è basata proprio su questo. Lei è l’unica che non ha mai provato a cambiare né me, né l’oscuro e malvagio inquilino che vive dentro di me.
Nella folgorante prima pagina, il lettore scopre subito il nodo fondamentale del libro: Alisia annuncia a Silvio di essere incinta, senza sapere che lui, in realtà, è sterile. Da li in avanti Silvio cercherà in ogni modo di lasciare Alisia senza riuscirci, perché a causa della “lussuria del dolore” si scopre in grado di raggiungere l’orgasmo solo con lei. Quanto c’è di autobiografico in Estinzione?
Io non sono sterile. Sul resto non mi esprimo. Certo la svolta è stata nel 2022 quando ho letto Lettera da Capri di Mario Soldati. Rimasi folgorato. Quella lettura mi ha portato a rivedere completamente la trama che ha preso l’attuale forma.
Estinzione è stato paragonato, per temi e atmosfere, ai romanzi di Houellebecq.
Mi fa piacere, ma i riferimenti sono Lettere da Capri e i libri di Moravia. In Italia tutti parlano per sentito dire, la maggior parte degli esperti – e parlo proprio degli addetti ai lavori, dei lettori forti e fortissimi – Lettere da Capri non lo ha mai sentito nominare e Moravia finge di averlo letto, altrimenti non andrebbe in tv a dir bestemmie sul conto di uno dei più grandi scrittori del Novecento. Non parliamo poi dei cosiddetti booktoker, instabooker, questa gentaglia che blatera di libri sui social, juke-box umani dove basta inserire la monetina per farli parlare. Gli editori dovrebbero schifarli, invece sono genuflessi davanti a chiunque ha anche solo mille follower. La verità è che si potrebbe prendere un libro di qualche decennio fa – anche capolavori come Tanto Gentile e tanto onesta di Gaia Servadio o I Superflui di Dante Arleffi - e ripubblicarlo uguale cambiando il nome: nessuno se ne accorgerebbe. La critica letteraria non esiste più, mancando quella è impossibile identificare un sistema di valori o riconoscere il merito di qualcosa. È impossibile emergere.
Lei vuole emergere?
Ovvio. Sennò cosa caspita lo faccio a fare? Per fare il figo su Instagram e acchiappare quarantenni inquiete col vizio della cultura? Forse quando ero giovane. Ma adesso che sono invecchiato, sa cosa mi importa. Una volta un giovin scrittore, piuttosto noto, mi ha detto che lui scrive libri “per aprirsi altre opportunità”. Avrei voluto tirargli un pugno in faccia. Comunque, il punto non è solo vendere, la mia priorità è un’altra.
Quale?
Devo tenermi impegnato sennò davvero do fuori di matto. Non sono una persona regolare, soffro di una forma invasiva di Adhd (nel senso che sono in cura da uno psichiatra da anni, non come le influencer che ogni giorno soffrono di qualcosa di diverso, per metterlo negli hashtag) e sono figlio di un suicida. Ho crisi depressive importanti, l’ultima nel 2023, sono stato a un passo dal ricovero. Non posso fare presentazioni del libro davanti a cinque persone perché mi deprimerei troppo, ma devo continuare a scrivere anche se vendo dieci copie, perché scrivere mi obbliga a una disciplina, esattamente come il jiu jitsu. Poi come dice il mio coach Nicola Donadio bisogna saper accettare le ingiustizie, che fanno parte della vita come ogni altra cosa.
In effetti, Mazza si tiene impegnato. Del jiu jitsu si è detto; ma è anche inviato del programma tv Striscia la Notizia, creator di video comici con Gli Estremi Rimedi, e in passato writer di graffiti, giornalista, regista di cortometraggi premiati in festival internazionali, documentarista per Sky Arte.
Rispetto al “Veleno nella coda”, ora è diventato padre.
Quella sicuramente è la cosa migliore che mi poteva accadere. La famiglia è l’unica start up su cui valga la pena investire oggi. Rispetto agli anni in cui vivevo a New York e campavo di psicofarmaci, oggi ci sono diverse cose positive che prima non c’erano. Come il mio lavoro a Striscia che mi gasa da matti o Anna Pepe.
La rapper?
Sono stato al suo concerto. Sono innamorato di lei dai tempi di Bando.
Ma lei è sposato, tra l’altro con l’influencer Alessia Kant, che scrive anche per MOW proprio di libri.
L’amore è folle o non è.
Possiamo considerarla l’Hemingway italiano?
Se vendessi in maniera appena decente, sì. Per ora spero solo di non finire come Hemingway. Ma non per me, di cui mi importa relativamente. Per mio figlio. Non potrei mai fare a lui quello che mio padre ha fatto a me.
Visti tutti i lavori che fa, lei cosa si sente?
Carlo Freccero, che mi scoprì a 19 anni, mi ha detto di recente che io sono un radiologo: secondo lui ho la capacità di descrivere la realtà italiana esattamente per quella che è.
Si riconosce nella definizione?
Considerando attentamente lo stato della realtà italiana, direi che sono più un anatomo-patologo.
Per la cronaca, Francesco Mazza ha poi vinto l’Open di Ginevra, salendo al numero 87 nella classifica mondiale di categoria IBJJF: “Ma nel 2026, a costo di rimanerci secco, voglio vincere l’Europeo”.