Vera Gemma è diretta. Lei è così, è Vera. Lo è sempre stata (soprattutto qui da MOW con la sua rubrica La vita Vera). Con lei si può parlare di tutto, sul serio. Dal cinema all’immagine a volte sbiadita della Capitale, le sale un tempo piene di gente, ora che sembra tutto diverso. Chissà com’erano gli anni che ci ha raccontato, quelli dei “posti in piedi” nelle sale cinematografiche, quando le persone bruciavano dalla voglia matta di rinchiudersi lì dentro, per vedere quel film, così da poterne parlare poi, il prima possibile, ai tavoli di un bar. Perché era urgente, era intrattenimento, era il desiderio di essere parte di qualcosa. Noi, Vera, l’abbiamo intervistata un mese fa a Roma, durante la Festa del Cinema, nel nostro spazio MOW da Master Beauty University e con lei ci siamo confrontati anche su questo, in un certo senso, sui personaggi femminili nel cinema di Verdone (“ho sempre sognato di fare un film con lui”), su un Paese, il nostro, perfettamente ritratto nei suoi soggetti. La sua arte come rappresentazione puntuale di ciò che siamo, italiani. Lei che il cinema del regista romano lo conosce, e lo analizza, mentre ce lo spiega. “I personaggi femminili dei suoi film sono sempre accuratamente studiati, non sono mai casuali, hanno sempre una grande personalità e ti offrono l’opportunità di essere autoironica, ironica. Ho visto tutti i suoi film ed ero innamorata dei personaggi di Carlo, ovviamente, che ha saputo leggere la psicologia degli italiani come pochi, forse solo come Sordi”. Un'esperienza, quella sul set di Vita da Carlo (è tra le guest star dell'ultima stagione), che Vera ci descrive così: “Io sono in una puntata. È stato meraviglioso lavorare con lui, il giorno in cui avevo la mia scena più importante con lui, gli avevo detto di aver paura perché volevo dimostrargli di essere brava e lui mi ha detto 'stai tranquilla Vera, io so già che la fai bene', con una sicurezza, con un modo di rassicurarti incredibile”.
Proprio lui. Il regista di Borotalco, Viaggi di Nozze, C’era un cinese in coma, che ama la sua città profondamente, nonostante in passato l'abbia spesso criticata. Forse anche perché tra gli altri aspetti da notare, aggiungiamo noi, ci sono le vie, specie quelle del centro, che sembrano mutare, come tutto sta mutando, ogni giorno di più, non per forza in meglio. Anzi. E si ha la sensazione che proprio nelle vetrine dei negozi tutte uguali, a volte la si cerchi Roma, ma la si trovi a fatica, tanto è appannata la sua immagine. E allora la Capitale d’un tratto sembra scomparire, al suo posto una città qualunque, tutte le città possibili. Vera (nel cast anche del documentario Roma, santa e dannata di Roberto D’Agostino e Marco Giusti) si rivela un po’ malinconica. “Vivo in una ossessione nostalgica degli anni Ottanta, del passato, di quando non c’erano i telefoni, di quando si andava tanto al cinema, di quando ci si incontrava nel pomeriggio per andarci anche quando le sale erano piene. C’erano i famosi posti in piedi e noi decidevamo di entrare lo stesso e di vedere i film così. Anche in piedi. Mi manca innanzitutto una Roma dove le sale erano piene e poi forse mi mancano anche tutti gli ideali artistici più profondi che sono andati un po’ perdendosi, secondo me, con l’avvento della tecnologia. Mi manca il grande cinema, quello che ho vissuto io e Roma la collego un po’ a questo, d’altronde è la città del cinema e io vedo un po' la vita e il cinema confusi, sono due cose che si confondono, per me, continuamente”.
Lei, Vera, che ha vinto il premio come miglior attrice nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia nel 2022 per il film Vera diretto da Tizza Covi e Rainer Frimmel, e lo ricorda a i microfoni di MOW per un motivo, perché c’è un messaggio molto profondo dietro quel riconoscimento e riguarda le persone che vogliono cominciare un nuovo capitolo della propria vita, scoprirsi anche a cinquant’anni con una determinazione fortissima, forse pure più forte di quando si era giovani. “In Italia fanno come finta che questa cosa non sia mai successa. Io ho vinto (Miglior Attrice nella sezione Orizzonti a Venezia79, ndr) e ci tengo a ricordarlo perché per me è stato un passo importante della mia vita, anche un insegnamento, un messaggio. Non è detto che se un’attrice non ce l’ha fatta a 50 anni non ce la farà mai più, ce la farà anche dopo. Una speranza per tutti gli artisti a non mollare mai. Non esiste età per farcela, ma un momento in cui ti senti pronto. L'importante è che tu abbia artisticamente qualcosa da dire”. A proposito di cinema italiano, cosa vorrebbe, per il suo futuro, Vera Gemma? “Vorrei che si facessero storie un po’ più estreme, perché si passa da cose violentissime a film borghesi e rassicuranti, con temi quali l’adolescente inquieta, la moglie tradita, eccetera, eccetera. Manca il coraggio di parlare di personaggi che non siano politically correct e non rassicuranti, ruoli femminili dove si rischia un po’ di più, che ci si distacchi un po’ da quel messaggio di voler essere 'per bene' a tutti i costi. (…) Penso che la spiegazione psicologica di un personaggio complesso da parte di un regista dia l’opportunità anche agli attori di esprimersi”. E poi il ruolo dell’ispirazione e l’importanza della personalità nel mestiere dell’attore “il talento è un giusto connubio tra capacità attoriale e grande personalità”. Così nascono i grandi attori.
Nella nostra intervista tocchiamo il tema della seduzione, nella vita, nella sua carriera, seduzione che è “fatta di mille sfaccettature diverse”, specifica lei. E arriviamo a una sorta di battaglia, così viene da chiamarla, quella contro “lo sguardo degli altri”. Vera Gemma: “Per me sono fondamentali tutta una serie di cose che vengono considerate superficiali, portare bene i miei anni, avere cura della mia salute, del mio fisico secondo me non esclude una capacità intellettuale, un essere colti, c’è questa idea molto provinciale in Italia che per apparire credibile intellettualmente devi per forza accettare le tue rughe, essere dimessa, per forza non amare i bei vestiti. Cioè 'devi' essere superiore a tutto questo. Io credo che le star americane dimostrino che si possa essere sia l’uno che l’altro. La volontà di una donna di essere bella e seducente anche in un’età che non è per forza quella di vent’anni è una scelta rispettabile, così come è completamente rispettabile la scelta di chi dice di essere fiera delle proprie rughe, di essere com'è. Io ho ammirazione totale per chi dice così, ma una persona deve anche rispettare chi le rughe non le vuole. In Italia c’è ancora molto provincialismo in questo senso, l’attrice deve essere un po’ così, introversa, timida, dimessa, chiusa, vestita male per essere credibile, io combatto contro questo da tutta la vita praticamente, sembra una battaglia facile ma non lo è. Vengo giudicata solo per come mi vesto, per come mi presento, cose che vengono scambiate per superficialità, mentre sono tutto fuorché superficiale, sono complessa, profonda e anche abbastanza colta”.