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26 settembre 2026

Ma avete capito cosa ha fatto Gino Paoli in “Quando ti rivedrò”? Ha fatto suonare la voce di Ornella Vanoni alla tromba di Paolo Fresu. Il risultato è un ultimo appuntamento senza fine

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

26 settembre 2026

Il gatto cieco e la ragazza dalle mani grandi. Non è l’inizio di una favola, ma un finale senza fine di una storia poetica e carnale. Lei muore a soli tre giorni dall’ingresso in studio, lui rifiuta ripieghi, sostitute e trucchi dell’IA. Gino Paoli chiama Paolo Fresu e fa suonare alla sua tromba la voce che Ornella Vanoni non ha mai inciso. “Quando ti rivedrò” è il capolavoro d'assenza che chiude sessant'anni di un amore che rimane oltre la morte. Vi raccontiamo i retroscena della canzone

foto di Ansa

Ma avete capito cosa ha fatto Gino Paoli in “Quando ti rivedrò”? Ha fatto suonare la voce di Ornella Vanoni alla tromba di Paolo Fresu. Il risultato è un ultimo appuntamento senza fine

Dimenticate i flirt a favore di camera, le relazioni raccontate dai caroselli Instagram con adv più o meno celate. Chiudete gli occhi: siamo in un altro tempo, antico e puro, in bianco e nero o anche solo ingiallito, per le strade c’è molta gente e molto rumore, ma che non infastidice; al mare c’è silenzio, nessuno ha paura di sentire, nessuno parla di guerra. Tutti, chi in un modo, chi nell’altro, parlano d’amore.
Ed è proprio in questo tempo, non di certo nel 2026, che la storia d’amore di Gino Paoli e Ornella Vanoni viene suggellata da una poesia in musica che porta il nome di Quando ti rivedrò. Doveva essere il duetto definitivo per celebrare sessant’anni di sesso, quattrini e spari al cuore. Lei è morta tre giorni prima di entrare in studio. Lui non ha cercato una sostituta: ha chiamato Paolo Fresu e gli ha chiesto di far suonare alla sua tromba la voce di Ornella. Cronaca di un’ossessione finita in poesia, perché non può che essere questo l’epilogo dell’ossessione nei grandi artisti.
Per capire perché un pezzo di carta e quattro battute di tromba oggi valgano più di mille coccodrilli commossi da dedicare all’uno o all’altra, bisogna fare un passo indietro fino al 1960. Milano, Galleria del Corso, interno degli studi della Ricordi.

Da una parte c’è Ornella Vanoni. Ha ventisei anni, è la ragazza bene della Milano che conta, figlia di un industriale farmaceutico, chic fino al midollo, già consacrata come “la cantante della mala” dal Piccolo Teatro di Giorgio Strehler (con cui ha appena chiuso una relazione titanica e devastante). Dall’altra c’è Gino Paoli, anche lui di anni ne ha ventisei, ma è genovese e squattrinato, ha gli abiti scuciti e una barba rada malconcia, sul viso un paio di occhiali da vista spessi che gli coprono metà faccia. Ornella lo guarda, si gira verso i discografici e liquida il tutto con il suo celebre sarcasmo: “Ma chi è questo? A me non piace per niente, sembra un gatto cieco”. Ogni affermazione di Ornella è sua, tanto che quando la leggi senti la sua voce che ne trascina le parole, tanto che potresti anche non saperlo che è sua: lo senti.
Poi il gatto cieco si mette al pianoforte e comincia a suonare. Lì comincia la stagione del fuoco. Tra i due non nasce un’infatuazione moderata, ma un incendio. Come potrebbe non essere altrimenti quando si parla di due anime tanto voraci e incandescenti? Un incastro di opposti che “terremota” la musica italiana di quegli anni. Paoli scrive per lei canzoni che diventano pietre miliari della nostra storia musicale: Senza fine nasce esattamente lì, osservando le mani enormi e affusolate di Ornella, quel loro modo di muoversi elegante e inquieto.

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Ornella Vanoni e Gino Paoli nel 2003 Ansa

Era una storia clandestina, come solo le storie violente e disperate sanno essere. Paoli era sposato con Anna Fabbri e nell’Italia del 1960 l'adulterio era ancora un reato punibile dal codice penale: un’altra vita. E forse sarà anche per il gusto del proibito che la loro storia è stata quel che è stata. Paoli e Vanoni si rincorrevano tra stanze d’albergo a ore e pensioni da quattro soldi. Non mancavano le scenate di gelosia nei retroscena dei locali e le fughe in macchina. Un legame divorante che, com’è inevitabile, si consuma velocemente.
Ornella è stremata dall’instabilità di Gino e stanca di fare la “seconda donna”, così decide di chiudere e sposa nel 1960 l'impresario Lucio Ardenzi, ammettendo poi, con la sua consueta franchezza, che la sera prima delle nozze pensava ancora a Gino. Una storia cinematografica che prende la piega di un climax drammatico.
Paoli sprofonda in una spirale autodistruttiva che culmina nell’estate del 1963, quando nella sua casa si punta un revolver al cuore e preme il grilletto. Il proiettile resta conficcato nel pericardio - e con lui muore questo 2026 - ma lui sopravvive per 63 anni. Da sopravvissuto dichiarerà: “Io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero”. Una frase decadente, esistenzialista e permeata di un’ironia tragica: una frase alla Gino Paoli.

Quando la passione tra i due si spegne e le ferite si rimarginano, anziché finire nel dimenticatoio dei vecchi amanti, Paoli e la Vanoni fanno una scelta inaspettata: diventano amici. La loro diventa una complicità cinica, condita da un sarcasmo feroce e reciproco.
Per i quarant'anni successivi si massacrano a vicenda in diretta televisiva, nei salotti e nelle interviste. Lei lo accusa di essere un pigro irrecuperabile, un uomo capace di stare tre giorni in silenzio a fissare il soffitto; lui la punzecchia sulla sua vanità e sulla sua teatralità nevrotica. Eppure, ogni volta che salgono su un palco insieme - come per lo storico tour Insieme del 1985 o per il bis del 2005 -, la chimica che sprigionano è magnetica. Due dinosauri della canzone d'autore che si capiscono con una sola occhiata e che usano l'ironia come unico scudo credibile contro la vecchiaia. Gli ultimi tempi Ornella li ha trascorsi anche da Fabio Fazio a Che tempo che fa: si sedeva sulla poltrona e blaterava lezioni di vita con la sua leggerezza disarmante; non servivano scalette. Di Paoli, invece, tra le ultime comparse televisive, possiamo ricordare la sua ospitata al Festival di Sanremo del 2023, quando poco prima di cantare fece un chiaro riferimento alle orge che si tenevano in casa di Little Tony. Su Rai 1, in prima serata. Non potevi contenerlo uno come Gino Paoli, a spiriti come il suo l’età fa il solletico.

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Gino Paoli e Ornella Vanoni nel 2005 durante la presentazione del tour "Ti ricordi? No, non mi ricordo" Ansa

Arriviamo a oggi, settembre 2026. Gino Paoli è morto a novantadue anni, a marzo. Aveva scritto un pezzo intitolato Quando ti rivedrò, con gli arrangiamenti curati da Adriano Pennino. Non è un brano strappalacrime, ma una ballata essenziale e asciutta che racconta cosa resta quando il tempo ha carteggiato via tutte le spigolosità. Un pezzo scritto su misura per essere cantato a due voci: e quale voce femminile più adatta di quella di Ornella? Allora Paoli alza il telefono e chiama la Vanoni. Gli dice di salire a Nervi, nella sua casa affacciata sul mare, per inciderlo insieme. Ancora un ultimo invito romantico, che oltrepassa le definizioni e arriva dritto al cuore di Ornella che dice sì. Il duetto è pronto e le parti assegnate, anche la data è fissata nello studio di registrazione.
Poi, la realtà decide di fare la drammaturga, con una crudeltà quasi poetica. A soli tre giorni dall’appuntamento, quello con Gino, Ornella Vanoni muore. Il microfono è acceso, ma la voce non c’è: la traccia vocale di Ornella non verrà mai incisa. In casi come questo, l'industria discografica e la media della musica italiana hanno un copione già scritto. O si archivia il brano con grande cordoglio o si chiama la cantante di tendenza del momento per imbastire un'operazione nostalgia. O peggio: si ricostruisce con l’IA la voce di Ornella e si porta a casa il risultato.
Gino Paoli, ancora in vita e dunque ancora essenzialmente lui, ha rifiutato ogni altra opzione. Non ha cercato una sostituta, perché Ornella Vanoni non si sostituisce. Ma ha chiamato Paolo Fresu. Ha chiesto al trombettista jazz di prendere il suo strumento, mettere la sordina e suonare nota per nota, ma soprattutto intenzione per intenzione, esattamente la linea melodica che avrebbe dovuto cantare Ornella.

Il brano viene rilasciato nella notte tra il 22 e il 23 settembre - a cavallo dei rispettivi compleanni di entrambi. Quando ti rivedrò è un pezzo spiazzante. Non c'è la retorica della morte né accenni drammatici. C'è la voce consumata dagli anni di Paoli e poi c’è la tromba di Fresu che risponde. C’è una parte, in particolare dove voce e tromba si incontrano: “Torniamo a credere che si può riprendere dove si è fermato il tempo”. E poi parte solo la tromba e possiamo sentirla la voce di Ornella con i suoi vocalizzi, anche se non c’è, non c’è mai stata tanto come in questa “assenza”.
La tromba evoca la presenza di Ornella, imponente e leggera. Resta sospesa a mezza altezza tra la voce di Gino e il silenzio. È l'ultimo capitolo perfetto di una storia d'amore durata sessant'anni. Un saluto senza moine, l’unico saluto possibile tra questi due esseri umani così vivi, fino alla morte e ancora oltre. Il gatto cieco canta la sua ultima canzone da solo e lascia che sia un soffio d'ottone a fare le veci della donna dalle mani grandi. Quando si rivedranno, forse in un'altra forma e in un'altra dimensione, siamo certi: Gino e Ornella si pizzicheranno ancora un po', ma alla fine torneranno a cantare seri e appassionati, questa e, chissà, altre belle canzoni.
A noi, intanto, rimangono una canzone e una storia da rileggere tutte le volte in cui abbiamo bisogno di credere che l’amore esiste, che si trasforma e che rimane impigliato ovunque, anche quando i registi che l’hanno diretto e messo in scena non ci sono più.

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