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23 novembre 2021

Ma che problema hanno i romani con l’italiano? Il caso Zerocalcare

  • di Maria Francesca Troisi Maria Francesca Troisi

23 novembre 2021

Ok, la serie “Strappare lungo i bordi” su Netflix è piaciuta agli estimatori di Zerocalcare, ma in mezzo alle tante lodi non si può non notare l’uso e l’abuso del romanesco, una pratica che con un misto di imperialismo e provincialismo tende a non tenere in considerazione chi vive fuori dal Grande Raccordo Anulare, nella convinzione che tutti capiscano e che a tutti vada bene così. Ma, checché ne pensino i capitolini, tra pronuncia strascicata, parole troncate ed espressioni strettamente dialettali il romano non è l’italiano e tanto meno è la lingua nazionale
Ma che problema hanno i romani con l’italiano? Il caso Zerocalcare

Eccallà, tutti in fissa per Zerocalcare e quella serie geniale intitolata Strappare lungo i bordi, che Netflix si è accalappiata con ragioni sante. Pare infatti che l’avventura animata del figliol di Rebibbia stia andando anche meglio della venerata Squid Game e di altre invenzioni extraitaliane.

Tra i tanti ossequi complimentosi, meme e frasi replicate a buffo su ogni social per enfatizzare quanto lo sceneggiato ci abbia divertito, emozionato e #fattopiagne (tutto attaccato), spicca però anche l’abuso di espressioni dialettali incomprensibili a chi risiede un “pelo fuori” dal Raccordo anulare. Niente di male, il romanesco ci fa simpatia e lo mastichiamo in tanti col sorriso sulle labbra. D’altronde dopo aver visto Squid Game in coreano e Gomorra in napoletano, se po’ guardà pure Zerocalcare in romano, ce sta. Quindi delle rimostranze sull'uso della lingua nella serie animata non ci frega tanto, ma saremmo disonesti a sorvolare sulla questione base.

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Zerocalcare col suo personaggio

Il dialetto romano non è mica diventato l’italiano standard solo perché i più lo usano da cinquant’anni al cinema e in televisione. Il resto d’Italia un po’ si sforza, un po’ capisce, e un po’ se rompe er cazzo e passa a altro. La lingua madre di questo Paese, i cui panni Manzoni sciacquò nell’Arno, è tutta un’altra cosa. Certo, il romano odierno è una sua derivazione (al contrario degli altri dialetti manco viene dal latino, bensì dal toscano), ma è pur sempre una cadenza circoscritta a un territorio limitato. Questa fissa dei nativi de Roma di credere d’usare l’italiano pulito pure quando non lo parlano deve pur finire. Perché il romanesco sarebbe una lingua a sé stante e gli altri so’ solo dialetti? Mica è una gara a chi ce l’ha più lungo (l’accento). Se poi vogliamo essere spietatamente onesti, è il napoletano l’idioma più internazionale d’Italia, mica quello della Capitale.

Suvvia, non scherziamo, anche il romano stretto è criptico per chi viene da fuori, talmente oscuro ai più che Repubblica se n’è uscita pure col libretto d’istruzioni, dallo Zerocalcarese alla lingua madre e ritorno. È chiaro che il dominio del romanesco in quasi tutte le produzioni ha dato di volta al cervello ai detrattori e pure agli abitanti de Roma, trasformati in cintura nera di come se schiva l’italiano decoroso. Va da sé che la parlata romana non è una versione plebea della nostra lingua, ma un dialetto esattamente come tutti gli altri. Statece, cari laziali, e annamose a pijà er gelato.

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