Dolcenera. Chi meglio di lei per inaugurare il nuovo podcast di MOW? Questo è MOWscow Mule, il podcast in cui l’ospite sorseggia con noi il celebre drink mentre ci confessa le sue visioni sulla società: dalla musica fino alla politica, attraversando l’esperienza personale e la carriera. Dolcenera sa come farlo. Con lei si sa come si inizia, ma non si sa dove si finisce. A guardarla negli occhi si rischia di perdersi, perché lì c'è la sua essenza profonda che vuole venire fuori e travolgere tutto con la sua energia contagiosa. Emanuela Trane è un vulcano incontenibile. Nel suo nome d’arte c’è un contrasto che si incontra nella moltitudine che contiene. Ma dualità non corrisponde a confusione. E questo Dolcenera lo dimostra chiaramente: ha le idee chiare sul mondo, su se stessa e su cosa possa rappresentare oggi il suo profilo artistico nel panorama musicale. In una parola: rivoluzione. Una parola che la maggior parte dei suoi colleghi sembra aver dimenticato. Nel suo nome d’arte il contrasto di una bambina con un “mutismo selettivo”, manifestazione di chi osserva e interiorizza tanto, senza parlare con nessuno. Al tempo stesso, Dolcenera ha sempre scansato il negativo. Di quell’inquietudine già presente sin dall’infanzia, però, sceglie di vestirsi quando si presenta per la prima volta al grande pubblico, al Festival di Sanremo 2003, che la vedrà vincitrice della categoria nuove proposte con il brano Siamo tutti là fuori. Quell’immagine, come sempre, l’ha scelta lei: nessuna gliela mise addosso, solo il suo istinto primordiale: "Dopo 23 anni da quel Sanremo mi sono chiesta perché avessi scelto di presentarmi con quell’immagine. Probabilmente il mio animo pubblico doveva abbracciare le introversioni. Doveva abbracciare una tipologia di persone che voleva avere una visione ottimista all’interno di una complicanza più dark. Sono diventata Dolcenera, quella lì, senza neanche saperlo. Con la mia musica voglio far ballare, cantare ma anche pensare. È una cosa che nella musica attuale non accade spesso. Io sento di avere questa missione, non l'ho scelta". E ce lo racconta, Emanuela, dell’importanza di scrivere del presente e dei disagi contemporanei per un’artista: dalle grandi guerre internazionali fino ai conflitti interiori che rendono il mondo un po’ più “nero”. Ma ciò che la contraddistingue è la capacità di colorare lo stesso mondo di speranza, in ogni aspetto più disastrato. Dolcenera, infatti, non la perde l'ottimismo. Con la sua sensibilità capta le fragilità della gente e pur non negando la sofferenza, non smette mai di avere questa visione d’insieme che manifesta da sempre anche nella scelta dei titoli delle sue canzoni: Siamo tutti là fuori, Il popolo dei sogni, Anima mundi. Per citarne alcuni. E, in particolare, una sua canzone è diventata simbolo dell'immaginario italiano, Ci vediamo a casa: "In quel caso mi scrisse Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, che è uno molto sensibile al cantautorato. Mi disse: "Ci vediamo a casa si dice come lo dici tu". Quando tu trovi una melodia a una frase, quasi come se parole e musica fossero attaccate, è come se tu avessi messo le note su un modo di dire. A volte nelle canzoni ciò che uno cerca è quella magia, che non sai quando arriva".
D’altronde da bambina era particolarmente introversa e silenziosa, come chi si prende il suo tempo per osservare e capire il mondo, per poi riuscire a raccontarlo attraverso la musica. In questa intervista percorriamo diverse tappe della sua carriera: non solo musica, ma anche impegno sociale e politico. A proposito di politica, la cantautrice racconta: "Per me i più grandi pensatori sono socialisti. La Schlein ha un atteggiamento che mi piace molto nei confronti dei diritti civili, mi serva accanto a questo una roba sociale, che stia accanto ai lavoratori. Sentire parlare Prodi non è come sentire parlare la Schlein, hanno attitudini differenti. Il mio must sarebbe avere tutti e due in uno". Anche la confessione che l’essere eclettica abbia potuto contribuire a non mantenere un pubblico fedele. I suoi dischi, infatti, rappresentano fasi molto diverse della sua carriera: dal rock alle sperimentazioni con i sintetizzatori, passando dalla musica leggera con toni più romantici. In un panorama discografico che premia la replicabilità e in cui agli artisti viene implicitamente chiesto di essere rassicuranti, Dolcenera è la voce fuori dal coro. L'artista ha attraversato anche la trap, ovviamente a suo modo, reinterpretando alcuni brani del genere nell'ep Regina Elisabibbi. Quando le chiediamo se lo abbia fatto per sfottere i trapper o perché ci abbia visto un potenziale, lei risponde: "Nessuna delle due. L'ho fatto per capirli. Per capire io devo suonarli, capirne il senso. C'è stata un'unione di generi impossibili, è stato quasi un esperimento sociologico. Ho capito una cosa negativa, cioè che c'è una certa generazione di persone che non ha speranza. Il concetto espresso è che ce la farà solo qualcuno e che il mondo è un ghetto in cui non c'è speranza. Il livello culturale è basso, così come l'energia. Trovo che sia la cosa più triste che esista, credere di non avere nessuna chanche nella vita. Ma mio Dio! Dov'è Bruce Springsteen? Dove sono quelli che ti fanno sperare che ci possa essere una speranza collettiva?". E alla domanda su chi comanda la musica, Dolcenera ha le idee chiare: "In questo momento comandano i soliti del mondo digitale. La caratterizzazione dell'umanità inserita in quel mondo". L'artista ha piena coscienza dell'attuale situazione sociale, ma non perde l'energia che serve per mantenere aperto quello spiraglio di speranza che guarda in avanti, senza farsi scoraggiare. E se non è rivoluzionario questo, cosa lo è? Quest'intervista è un viaggio che abbraccia ogni aspetto dell'individuo e della società, secondo la visione dell'ultima rivoluzionaria della musica italiana: Dolcenera.