Parafrasando le parole incise con assolutezza assertiva sulla tomba di Leonardo Sciascia, laggiù a Racalmuto, nella luce abbacinante del sertão siciliano - “Ce ne ricorderemo di questo pianeta” – nel nostro caso possiamo altrettanto aggiungere che dell'edizione, l’ottantesima, cifra tonda e cerimoniale, del Premio Strega rimarrà memoria non meno paradigmatica. È dunque il caso di avviare il nostro racconto con ordine minuzioso da carta millimetrata: non il Ninfeo di Villa Giulia, domicilio etrusco, dove storicamente si è sempre svolta la serata conclusiva, semmai, quest’anno, misteri dell’opportunità scenografica, la ben più monumentale piazza del Campidoglio, dove la copia della statua di equestre bronzo di Marco Aurelio, appare presto oscurata dalla torretta issata per consentire all’esterna Rai di rendere in diretta lo spoglio e infine la proclamazione dell’atteso vincitore di una tribolatissima gara. Il vincitore, a dispetto di tutto, e soprattutto della confraternita della beata Michela Murgia martire, lì per l’occasione rappresentata da Teresa Ciabatti, è “I convitati di pietra” di Michele Mari, pubblicato da Einaudi.
Un risultato per nulla scontato nonostante i pronostici, preceduto da una coda di polemiche al limite dell’Indice, della garrota destinato ai reprobi. Il suo romanzo, se non proprio la persona Mari, infatti, sulle pagine social dove ininterrottamente da settimane viene appunto onorata la Quaresima murgiana, raccoglie ancora adesso ogni forma di disappunto, se non stigma, e ancora anatemi che sarà davvero il caso più avanti di restituire così come sono apparsi sulle pagine interessate all’argomento, sebbene voluttuario, come accade a ogni tema che interessi l’ambito letterario, questione del tutto secondaria in un paese di orgogliosi non-lettori. Singolare e rassicurante che un autore che ami rispondere unicamente a sé stesso per indole e postura, oltre la qualità della sua scrittura, Michele Mari sia comunque riuscito a infrangere la barriera amichettistica issata da chi avrebbe voluto invece per lui nient’altro che l’oblio, forse anche accompagnato dal marchio d'infamia di una ritrovata Inquisizione queer biancovestita.
Da “Amico della domenica”, cioè avente diritto di voto allo Strega, ultraventennale, dono ricevuto dall’indimenticabile Anna Maria Rimoaldi, erede di Maria Bellonci, la fondatrice, ho ritenuto subito di avere sufficienti strumenti per restituire la sostanza ultima di ciò che, citando ancora Sciascia nella sua vocazione investigativa, andrebbe chiamato “L’affaire Mari”. Poco importa che i fatti non si siano svolti tra la misteriosa cosiddetta “prigione del popolo” dell’ordinaria via Montalcini nel quartiere romano di Portuense e le segrete brutaliste di “Todo Modo”, semmai, più modestamente, su un pulmino diretto a Bisceglie, laggiù nel già ducato delle Puglie. Sembrerebbe, tornando l’antefatto, sia detto “de relato”, che Michele Mari, conversando nell’angusto abitacolo del van con la collega Elena Rui, autrice di un romanzo altrettanto in concorso, “Vedove di Camus”, pagine d’altissima garantita portineria letteraria, restituisse il racconto privato di un momento di vivace incomprensione avuto un tempo con Michela Murgia quando questi era ancora in vita, sembrava ancora, non meno “de relato”, quindi senza certezza alcuna intorno alla veridicità delle possibili frasi pronunciate dal Mari, che la narratrice orbetellana Teresa Ciabatti, a sua volta presente sullo stesso abitacolo, che per sentore claustrofobico, volendo, possiamo generosamente trasfigurare nella tragica diligenza di “Ombre rosse”, abbia ritenuto opportuno, intuito il nome della compianta “Michi” da Mari ai suoi occhi sfregiato, intromettersi d’istinto nella conversazione in difesa postuma dell’amica e in prospettiva d’ogni sua reliquia, se non particola, non meno etica, politica e letteraria, così era sembrato, almeno agli occhi dell’autrice di “Donnaregina”, di fronte al volto santo, la veronica, messo in discussione della sodale “vilipesa” dall’incauto, poco avveduto, per nulla accorto Mari.
Ci sarebbe da immaginare che istanti dopo, mossa proprio da un impulso caramente amichettistico irrefrenabile, l’intero accaduto sia stato consegnato, confidenzialmente, a una redattrice culturale de “la Repubblica”, Raffaella De Santis, poiché, salvo ci siano sfuggite altre note pubbliche, giungeva da quest’ultima in tempo quasi sospettosamente reale, con tempestività non meno solerte, l’insieme del presunto racconto che aveva suscitato, ripeto, sempre “de relato”, ciò che abbiamo da subito definito “L’affaire Mari”. Accusando così questi, proprio Mari, il favorito, di avere pronunciato sentenze blasfeme et irricevibili sulla persona e il sembiante fisico di Murgia Michela. Suscitando un autodafè tempestivo ancora una volta nel mare magnum dei social: lì Michele Mari si è visto trasfigurato nell’immondo interprete del meschino sessista maschilismo, va da sé, assodata l’anagrafe che lo inquadra settantenne, con plusvalore senile. Del tutto irrilevante che lo scrittore abbia subito chiarito di non aver mai pronunciato sentenza alcuna sul soma e, aggiungiamo noi, la presunta attitudine da “badessa” proterva e autoritaria della compianta scrittrice, sorta di Beata Cerbera Corbera giunta però dal contado di Sardegna. Ossia, sempre “de relato”, Murgia descritta come “una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia”.
Il resto è facilmente intuibile: in pochi istanti l’intera, non meno benedetta, rubrica telefonica amichettistica della Confraternita Murgiana e Murgista si mobilita, tra “figli d’anima” da intuire in abiti di un bianco virginale queer, femministe devote al tabernacolo linguistico dello schwa, narratrici ansiose di citare le frasi da “Baci Perugina” di Fleur Jaeggy e ancora, non ultimo, probabilmente l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, in gara con il romanzo filosofico “Platone”. Così, tra una conversazione e la successiva, un post allarmato e l’altro non meno veemente contro l’“immondo” Mari, al punto da metterne in dubbio la (quasi) sua certa vittoria annunciata al premio più ambito. Per intuire la drammaticità dell’insieme, la stessa Fondazione Bellonci, che ha in cura la gara, con postura tartufesca aveva ritenuto doveroso dissociarsi dalle presunte affermazioni di Michele Mari. Nel frattempo, come sappiamo, l’affaire si ingrossava. Dimenticavo: non è escluso che lo stesso Roberto Saviano abbia auspicato la decollazione dell'autore Mari.
Si sappia, detto per inciso, che personalmente ho votato “I convitati di pietra”, ritenendo il suo autore tra i nostri maggiori narratori viventi, un raro esempio di complessità, imperdibile ai miei occhi un suo testo illustrato, “Filologia dell’anfibio – diario militare”, il racconto della catenella dove è fissata la chiave dell’armadietto che il soldato, nevroticamente, con movimento dapprima orario e in seguito antiorario raccoglie intorno al dito indice vale buona parte dell’estro letterario ed esistenziale in altri del tutto assente. Opportuno riportare su questa pagina, a vittoria del “reprobo” del “blasfemo” Mari comunque avvenuta, un’imperdibile sequenza di commenti giunti sulla pagina Facebook di Raitre, dove il disappunto non sembra essersi placato sull’altare maggiore del murgianesimo o se si preferisce del culto murgiano. Eccoli:
“Beh penso che comprerò un libro della Murgia per quest' anno”; “Doveva essere squalificato per come si è espresso sulla Murgia”; “Non lo comprerò mai”; “A mio parere, libro mediocre che sarebbe stato corretto squalificare dopo lo squallido intervento. Imperdonabile il suo attacco alla Murgia. Un cattivo gusto capace di oscurare ogni merito autore”; “Onorata di non averlo acquistato. Ho amato molto ‘lo sbilico’ ma era prevedibile che non vincesse. È uno di quei libri apprezzato solo dai cuori sensibili.”; “Preferisco Dostoevskij”; “Benissimo, un altro libro che non leggerò”; “Secondo me scrive bene perché è brutto come la morte”; “Che uomo brutto”; “Ha vinto grazie alle sue spocchiose gonadi”; “Per quest' anno non comprerò il libro vincitore del premio Strega”; “E ti pareva , scontata la vittoria, denigrare la Murgia gli è servito”; “E’ colui il quale si è espresso su Murgia?! non lo leggerò a prescindere”; “Con quella faccia e quella espressione, se mai la Murgia avesse avuto i suoi problemi, questo mi assicura che non leggerò mai il suo libro”; “Strano, sembra arrabbiato anche da vincitore. Forse perché è brutto?”; “Non lo comprerò né leggerò mai. Per contro compro subito tutti i libri di Michela Murgia che non ho”; “Non lo leggerò mai. Per me, non esiste più”; “Boicottaggio dei libri del Premio Strega, 3,2,1”; “Non compro libri di scrittori brutti, chissà quali cattiverie potrebbero contenere”; “Grazie no, non mi interessa leggere i misogini. Pessima scelta”; “Adesso sappiamo a cosa è servito il vilipendio della Murgia”; “Murgia Forever... Non comprerò il libro di Mari, chi?”; “Una voce gracchiante, che attacca Michela Murgia, presumo, per pura strategia di marketing, per cercare visibilità. Boicottiamo I suoi libri”; “Mari persona vergognosa!”; “Non lo leggete”, “Questa è un'epoca così...vincono le persone squallide....mi rileggo i libri della Murgia!”; “Michele Mari, chi era costui?”; “Gli hanno fatto pubblicità come fecero per vannacci (volutamente scritto in minuscolo) ed ecco i risultati!”; “Un libro che parla di cucina?”; “La sua premiazione uno spettacolo inguardabile, una persona che esordisce dicendo di non essere capace di sorridere non credo possa emozionare con quello che scrive. Non lo conosco come scrittore, e per come si è presentato non mi fa venire voglia di conoscerlo”; “Secondo me è aggressivo perché è brutto”; “Vuol dire che quest'anno, anziché lo Strega, comprerò un libro di Murgia”; “Onore a Michela Murgia!”; “Offende la Murgia e lo fanno pure vincere?”; “Boicottare!!”; “Ora porga profonde scuse a Michela Murgia e a tutte le donne!!”; “Speriamo che venda poco”; “Lui che dà del brutto agli altri”; “Ma sì, una piccola compensazione per quello che gli ha fatto mater natura”; “Tiè, pijia sti spicci”, “Neanche se me lo regalano”. Una simile Tac o, se preferite, risonanza somatico-magnetica dell’abominio fisico l’ho trovata soltanto nelle storie a fumetti di Chester Gould, l’autore di Dick Tracy, il detective immerso in un’atmosfera “noir” americana, segnatamente nel personaggio di Rhodent, l’assassino spinto a commettere e firmare i propri delitti a causa della sua bruttezza. Detto questo, viva ora e sempre Michele Mari, che non sorrida neppure al momento del pubblico trionfo mi appare un valore morale aggiunto.