Ci sono delle mattine in cui ti alzi e sai che potenzialmente tutto andrà male. Ho dormito poco e quando succede mi chiedo come abbia fatto, per due anni, a svegliarmi quasi tutti i giorni alle 4 del mattino per lavorare. Queste cose mi danno la conferma che noi esseri umani abbiamo dei superpoteri semplici, non ci serve necessariamente saper volare o leggere nel pensiero per sentirci incredibili. La sveglia è suonata alle 6, l'ho rimandata, mi sono alzata di fretta, ho bevuto il caffè e mi sono vestita, guardando fuori e dicendomi che hey, ieri c'erano venti gradi, oggi se tutto va bene saranno dieci, che bella giornata. Jessica, che rimane da me una volta alla settimana perché seguiamo insieme un corso di fotografia, si prepara per accompagnarmi. L'ho convinta ieri sera, dicendole che ci sarebbe stato Maurizio Cattelan e avremmo potuto fare qualche foto. Ecco, se penso che sto uscendo per fare il mio lavoro, la fotografa, sento che la giornata cambia. Anche se mi sono addormentata, ieri sera, pensando a quanto poco a volte vengo presa sul serio quando dico che faccio la giornalista e anche la fotografa. Forse queste due cose insieme per qualcuno non si possono fare, ma a me risulta diversamente. La prima volta che ho preso in mano una macchina fotografica, una Minolta analogica di mio padre, andavo alle elementari. Da lì non ho mai smesso di scattare e oggi, che di anni ne ho 32, qualche soddisfazione l'ho avuta. Mentre aspetto la metro blu, che mi ha svoltato la vita da quando sono tornata a vivere in Città Studi, ascolto "questa è la fine" di Sethu. Mi sembra appropriata per la manifestazione che sto andando a seguire, "La fine allegra", organizzata da Maurizio Cattelan, Nicolas Ballario, fondatore dello studio creativo Cucù, e Living (Corriere della Sera).

Tutto nasce da un'idea semplice: fare colazione insieme in mezzo alla città che si sveglia. Un po' performance, un po' incontro spontaneo con gli studenti di varie università, gente dell'arte (e non solo) in Piazza Duomo a Milano. Quando arrivo c'è un tizio sdraiato per terra. Lo fotografo subito. Controllo lo scatto, mi piace. Continuo a guardarmi intorno. Sono da poco passate le 7 e sono tantissimi gli studenti e le persone, giovani e adulte, che si sono sdraiate sul sagrato di Piazza Duomo fingendosi "gioiosamente morte" per dare vita a una vera e propria performance. Mentre scatto mi ritrovo Maurizio Cattelan praticamente davanti. Click, click, click, lo fotografo a raffica, mentre nella mia testa penso "sì, ho impostato bene la macchina fotografica". Alla fine mentre riguardo le foto qualcuna mi soddisfa, altre sono da buttare nel cesso, ma alla selezione penserò in un secondo momento. Quello che mi entusiasma davvero è vedere tutti questi ragazzi che con i loro cartelli vogliono fare anche arte, essere presenti. Un po' vorrei essere come loro. Svegliarmi la mattina e tornare in università, quando la vita faceva schifo solo perché prendevo i due di picche o venivo bocciata a un esame. Quando non dovevo pagare le bollette, le tasse, tenere pulita casa, per dirne alcune.

La manifestazione finisce intorno alle 8 e siamo tutti invitati al Museo del Novecento per fare colazione. Il caffè fa schifo, c'è la ressa per i biscotti, ma io voglio solo riguardare le foto che ho fatto e scattarne delle altre. Ho sonno, ma vedere tutte queste persone così prese bene di prima mattina mi mette di buonumore, e la giornata prende completamente una piega diversa. Ci vorrebbero più momenti come questo, tra condivisione e arte, tra parole scritte sui cartelloni e conversazioni che si perdono tra le altre intorno a noi. Momenti come questo mi ricordano che Milano può ancora essere una città che ha da offrire qualcosa, oltre alle mille week e ai ristoranti con i "piattini" e i vini naturali che puzzano di zolfo. Milano ogni tanto si risveglia. Io, per svegliarmi completamente, ho bisogno di un caffè vero. Porto Jessica da Ravizza, perché voglio sentirmi un po' sciura. Spendo 7 euro per cappuccino e brioches (buonissimii, per carità). E vorrei bestemmiare.

