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9 maggio 2021

Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino:
non basta David Bowie (in cover)
per essere una buona serie

  • di Damiano Panattoni Damiano Panattoni

9 maggio 2021

Dov'è la rabbia e la disperazione di Christiane F.? Dov'è il disgusto e la paura? Dov'è l'incubo reale dell'eroina? Nello show di Prime Video in otto puntate manca il senso assoluto di ciò che è stata una storia tanto drammatica quanto generazionale
Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino: non basta David Bowie (in cover) per essere una buona serie

E subito giù durissimi: ma avevamo davvero bisogno di una nuova versione de Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino? La risposta, in questo caso sibillina, non lascia spazio ai dubbi: no. Perché no? Lo spieghiamo subito. In un mondo in cui la serialità ha il dominio incontrastato del mercato, imponendo standard altissimi, il remake sotto forma di serie tv (che trovate su Amazon Prime Video), avrebbe dovuto quanto meno ripercorrere le sfumature del film di Uli Edel, datato '81, tratto a sua volta dall'omonimo romanzo di K. Hermann e di H. Rieck. Dramma, disperazione, l'oscurità della prostituzione e il tunnel senza uscita della tossicodipendenza giovanile da eroina. Il tutto, sotto la cappa grigia della Berlino Ovest. Ecco, nella serie tedesca in otto episodi, tutto questo è solo abbozzato e profondamente edulcorato, in funzione di una narrazione che tenta di rileggere in chiave moderna (sic!) la storia di Christiane F. e del suo gruppo del Bahnhof Zoo (che è una stazione, e non lo zoo...).

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Christiane F. in Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino

Il plot, dunque, prova a (ri)portarci in una strana Berlino, nelle notti che suonano la techno e l'underground, facendoci conoscere questa banda di teenager tormentata e decontestualizzata, interessata solo a fare festa consumando la vita il più velocemente possibile. Poi, scopriamo che dietro al disagio (molto confuso, molto superficiale) ci sono le tematiche più classiche: assenza dei genitori, assenza di una figura chiave, assenza di un lucido ideale. Ed è proprio qui che la nuova versione spreca la possibilità di essere rilevante: non si può confrontare la disperazione e la rabbia della vera Christiane F. con questa che invece è glamour, affascinante (e qui citiamo la brava e giovane protagonista, Jana McKinnon) e contemporanea. Già, perché il romanzo e il film di Edel facevano leva sul passaggio tra gli Anni Settanta e Ottanta, mentre nello show di Prime non c'è una vera traccia temporale. È oggi? È ieri? È domani? La messa in scena non aiuta, tentando di strizzare quanto più l'occhio verso il pubblico young adult, che – strano ma per fortuna vero – sa riconoscere perfettamente quando viene preso in giro (come in questo caso) o quando viene reputato intelligente (vedi Skam, vedi Baby).

Ah, dimenticavamo ciò che vi stavate chiedendo dall'inizio: ma c'è David Bowie? Eh... senza fare spoiler, torniamo ancora nel 1981 e sottolineiamo quanto il Duca Bianco era l'elemento fondamentale per il film e per l'evoluzione di Christiane F., essendo protagonista con Low, Heroes, Station to Station e il folgorante “Periodo Berlinese”. Qui, un po' come per l'arco temporale, è tutto mischiato, compresa la soundtrack di Bowie che, furbescamente, mischia i più grandi successi, facendoceli ascoltare pure in versione cover. Starman, Modern Love, Changes. E sì, c'è anche Heroes, ma in un arrangiamento onirico che – improvvisamente – diventa Chandelier di Sia (ma cantata da Damien Rice...). Il risultato, in questo caso, non è affatto male, ma che – ancora una volta – stride con il titolo voluto dare alla serie.

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