Introduzione diversa dal solito e personale. La prima volta che lo conobbi ero con due amici. Avevo scritto, da appena ventenne, una castroneria su Mario Luzi, poeta sommo e inarrivabile del nostro Novecento (uno di quelli che avrebbe meritato il Nobel). I miei amici, più grandi di me, mi dissero: “Se vuoi parlare seriamente di Luzi devi conoscere Davò”. Davò è Filippo Davoli, cognome dall’accento fantastico e “inventato”, poiché non è marchigiano e l’accento cade dove nessuno, almeno nelle Marche, lo pronuncia (e a lui, dopo anni, in fondo va bene così). Avevano ragione i miei amici. Si doveva parlare con lui. Davò era più barba e fumo e occhi chiari che altro, seduto a un tavolino nella piazza di Macerata. Rideva con un altro poeta, Guido Garufi, che se ne stava andando via. Ringrazio i miei amici e la mia arroganza nel discettare su Mario Luzi, per aver conosciuto – oltre che un amico – uno di quei rari poeti che dei versi, della parola, hanno fatto la voce del mare nella conchiglia, uno strumento a metà tra l’universale e il personale, come la pentola piena d’oro alla fine dell’arcobaleno. Poeta che, si badi, non ha mai cercato compromessi: con l’industria editoriale, con i critici, con gli altri poeti. E che dall’arte ha avuto tutto ciò che in lui si riconosceva: la pittura, la musica, la letteratura stessa hanno trovato casa nella casa di Davoli, cioè la sua anima. La sua poesia ha accompagnato un decennio di letture. Quando mi sento perso, quando la confusione, la fretta, la rincorsa allo stile accademico sono insostenibili, torno al canto naturale di questo poeta appartato e imparo qualcosa di più, ogni volta, tutte le volte. Ora non solo attraverso il suo ultimo libro, Dalle dense correnti (Firenzelibri, 2026), ma anche con questa intervista.
Dalle dense correnti. È il titolo della tua ultima raccolta di poesia, che hai scelto di pubblicare all’interno di una collana neonata, che si definisce giustamente coraggiosa. La prima domanda che ti faccio è: cosa significa pubblicare oggi poesia? Perché non tenersela per sé e basta.
Pubblicare poesia significa comunque offrire un’occasione di incontro e di condivisione. A chi? Non importa. In che misura? Non importa nemmeno questo, o non più di tanto. Significa comunque rendere alla voce – che chiede di venir detta – di avere una sua destinazione, un suo collocamento. Come dire, il vento che soffiando porta la poesia, poi vuole depositarla in un luogo stabile, così come nella regola fondativa benedettina. Lo Spirito soffia dove vuole, ma poi i monaci sposano la residenzialità. Io so che ho compiuto la mia missione – la parte che compete a me – quando i versi trovano casa.
Torniamo al titolo. Nella prefazione Guido Garufi parla di “realismo metafisico”, un’espressione che mi sembra particolarmente azzeccata. La tua poesia è un cavo di alta tensione tra la terra e un’altra dimensione. Cosa e quali sono le tue “dense correnti”?
Tutta l’esistenza è una densa corrente, un raccordo di tante infinite sfaccettature e varianti. È importante che sia una corrente, cioè che abbia un vento (come dicevo prima) e contemporaneamente una direzione. Perché siamo in viaggio. La poesia è un po’ come la nube che guidava il popolo di giorno attraverso il deserto, una sorta di segnale ricognitivo e anche indicativo. Bisogna imparare a servirla, educarsi al suo ascolto e tenere lo sguardo aperto in direzione dell’orizzonte e dell’oltre. Ci si riesce? A volte sì, a volte no. L’importante però è non perdere l’attitudine allo stupore e all’ascolto.
Poesia, che oggi ha subìto evoluzioni e trasformazioni che allettano il palato degli accademici. La lirica ha perso man mano mordente, anche se il grande pubblico la cerca ancora e forse non capisce la poesia d’avanguardia, invece studiatissima. Siamo anche a un decennio da La pura superficie di Mazzoni, un libro considerato spartiacque, quasi un Il partito preso delle cose italiano. Cosa pensi della direzione che ha preso la poesia oggi?
Sai? Non seguo le evoluzioni dei critici e nemmeno i canoni che inevitabilmente originano dall’eliminazione del canone. Mi sembrano argomenti troppo grandi, per me, e spesso pretestuosi. Io sono un figlio del Novecento, e in esso di quel fiume del cosiddetto “grande stile” che oggi parrebbe superato. È davvero così? Personalmente non credo. Sarà diventato un fiume carsico, forse, ma prima o poi tornerà alla luce. O forse no. Io comunque sono e resto un figlio del mio tempo chiamato a vivere la quotidianità di un tempo ulteriore. Ma con la mia realtà, con le mie coordinate, con la mia storia. Non posso inventarmene una che non mi appartiene solamente perché altri considerano la lingua della poesia una cosa superata. Ripeto: secondo me non è superata proprio per niente. E forse per questo tanto avanguardismo e postmodernismo non riescono a “bucare lo schermo” dei lettori: perché non dice più. Parla ma non dice. Credo che prima o poi questa “smania” finirà. Non importa che io lo ricordi. Importa che non abbia tradito la mia lingua.
Anni fa mi hai detto: “I poeti devono sparire”, nel senso che poi deve restare il testo. Quali poeti oggi, tra i più incensati, resteranno secondo te?
Se i poeti devono sparire, sono i libri che devono restare. Non i poeti. Quindi la tua domanda è contraddittoria. Ci sono poeti incensati, oggi? A me sembra che la poesia, al di là dei reading e delle kermesse, abbia uno spazio sempre più di nicchia. Che significa essere un poeta incensato? Perdonami, ma non lo capisco.
L’ambiente culturale italiano è pavido, pieno di vigliacchi. I nomi non li fa più nessuno, soprattutto quando servirebbe fare quelli dei pessimi scrittori potenti. Quindi lo chiedo a te: fammi i nomi dei peggiori e potenti che vedi in giro. Tra romanzieri e poeti.
Sì, è pavido? Non lo frequento granché. Ho i miei amici di una vita e basta. Mi dispiace che sia così. Ma forse è l’Italia che sta attraversando un tempo anche lungo di progressivo livellamento al basso che non accenna ad arrestarsi. Parli di scrittori potenti e mi viene da sorridere: che significa potenti? Hanno trovato l’elisir dell’eterna sopravvivenza? Non vedo altri poteri realmente tali, in circolazione. Sono in grado soltanto di esprimere un parere sui libri che leggo: Lo sbilico di Pierantozzi mi è piaciuto tanto, ad esempio, mentre tutto il filone noir non lo reggo proprio. In poesia, noto con imbarazzo che i grandi editori pubblicano titoli che spesso lasciano il tempo che trovano. Molto meglio taluni piccoli e coraggiosi editori. Ma in fondo è sempre stato così, da quanto ricordo. Penso che le cose brutte passeranno prima del tempo. Peccato per la carta sprecata e per le piante saccheggiate per produrla.
C’è stata la polemica su Erri De Luca, sostanzialmente cancellato dal Festival della Letteratura di Salerno per aver detto che a Gaza c’è un massacro, non un genocidio. Gli avevano proposto un appuntamento più circoscritto invece della prolusione centrale, evidentemente una mossa e un ridimensionamento che chiunque avrebbe rifiutato. Che ne pensi?
Penso che lui abbia sbagliato prospettiva, su quanto sta accadendo a Gaza. Ma contemporaneamente ritengo eccessiva la “punizione”. Questo atteggiamento è ideologismo, non ideologia. Bisogna avere gli argomenti per argomentare e non gli strumenti per punire. Si passa dall’altra parte e si sbaglia egualmente. Ad esempio, trovo folle e irresponsabile che in Italia non si possano suonare – che so – i concerti di Rachmaninov perché russo. O che un pianista russo non possa effettuare un concerto se non rinnega pubblicamente la propria appartenenza. Tutto questo è paradossale e lontano anni luce da ciò che invece la cultura dovrebbe significare. Con questa “trappola”, nel Novecento abbiamo bannato fior di scrittori perché non appartenevano alla giusta corrente. In tal senso, ricordo invece la grande lezione di Carlo Bo, strenuo difensore di Pasolini e del suo Ragazzi di vita.
E del patentino antifascista a Più Libri Più Liberi?
Non avrei alcuna difficoltà a sottoscriverlo, così come un patentino antibolscevico. Se bastasse un patentino a eliminare le forzature, le corruzioni, le prepotenze, le violenze, le menzogne, gli accanimenti… ne firmerei uno al giorno!
I premi di poesia. Da qualche anno tiene banco lo Strega Poesia, che si è quasi trasformato in un premio alla carriera. Vivian Lamarque (2023), Stefano Dal Bianco (2024), Tiziano Rossi (2025). Questi premi a che, ma soprattutto a chi, servono. Davide Rondoni quest’anno, per esempio, lo ha completamente liquidato.
Non partecipo ai premi dall’epoca del “Montale”, che vinsi per l’inedito 25 anni fa. In altri premi sono stato chiamato in causa dalle giurie critiche che sceglievano i titoli di loro gradimento. Quanto a me, guardo ai premi e ai premiati con sereno distacco. Non so onestamente a cosa servano, se riescano a far vendere più libri. Sarebbe un potere interessante, ma non so fino a che punto ce l’abbiano. Oppure penso ai premi in danaro come occasione di sbarcare il lunario un po’ meglio. Ma – ripeto – non partecipo ai premi. Probabilmente anche per pigrizia. E soprattutto mi tengo alla larga da tutti i premi che prevedono una tassa di iscrizione o di lettura.
Il ruolo delle grandi case editrici. Leggi più poeti pubblicati da grandi editori, per esempio nello Specchio Mondadori o nella Bianca Einaudi?
Ho già risposto prima. No. Faccio grande fatica, specie con la Bianca Einaudi. Mi chiedo se facciano apposta a scegliere i titoli che pubblicano. Lo Specchio meglio. Ma in poesia preferisco essere scelto dai libri che incrocio a fortuna nelle librerie o che ricevo per posta, alcuni davvero notevoli e invariabilmente pubblicati da piccoli e medi editori.
Tu sei arrivato a Sanremo con una tua poesia letta da Neri Marcorè nel 2019 come intermezzo nella canzone di Nek Mi farò trovare pronto. Come sta la musica oggi? C’è spazio per la poesia?
Sono due mondi prossimi ma anche distanti, diversi. Credo che anche la musica subisca certi tracolli che sono propri della letteratura. Ma anche alcune testimonianze resistenziali degne di rispetto e di plauso. Il mio “arrivo” a Sanremo, come lo chiami tu, fu in realtà un’idea del mio amico Neri Marcorè, convinto che quel mio testo fosse su misura per la canzone di Nek. Avrebbe dovuto leggere soltanto un brano di Borges e invece ci infilò la mia poesia. A Nek era piaciuta molto, me lo disse lui stesso venendo a RisorgiMarche l’estate successiva. Finì anche nel suo disco. Ma io non sono arrivato a Sanremo, in realtà. Né credo ce ne sarà mai l’occasione.
Quali artisti ascolti tra i viventi?
Musica, eh? Mina, antico e insopprimibile amore. Poi Tosca (l’ultimo disco è un altro gioiello dei suoi), Milton Nascimento, Niccolò Fabi, Claudio Sanfilippo, Carlo Marrale (chissà che non si riesca a fare qualche canzone insieme, io e lui…), il jazz, il già citato Rachmaninov ma anche Sibelius, Fauré…
Il rap è poesia?
No.
Qual è l’arte più vicina alla poesia?
La vita.
Qual è il poeta dimenticato che dovrebbe essere riscoperto?
Giuseppe Rosato.
Il tuo rapporto con Dio. Quando hai capito di credere?
Ci vuole un’altra intervista intera, per rispondere. Per tentare una sintesi, direi quando ho smesso di cercarlo e mi sono lasciato trovare.
La società italiana sembra antichissima e conserva i soliti vizi, eppure pare fin troppo infantile per comprendere Dio. Ti chiedo, in questo senso: l’Italia della secolarizzazione è pronta per Dio?
La secolarizzazione può essere un aiuto per andare al sodo, all’essenziale. Dio è pronto per l’uomo, di questo sono sicuro.