Siamo tutti persuasi che un intellettuale colto e studiato sappia che il termine “bandito” non è solo offensivo, ma diffamante. Dare a qualcuno del criminale non è proprio come prendersela con sua madre. Detto questo, la premessa è sempre la stessa. La libertà di espressione (e quindi la libertà di offendere, persino di diffamare) non dovrebbe essere normata. Quindi il fatto che ora Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena rischi, consapevolmente, di essere denunciato dalla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, non deve creare grandi entusiasmi. Ogni denuncia contro un’espressione o un’opinione è una violazione della libertà personale di dire ciò che si vuole (sì, anche di insultare).
Ma fingere che quanto sia accaduto non sia stato innescato da una serie di eventi ben precisi, chiarissimi e banalmente definibili sarebbe ipocrita. Tomaso Montanari ha chiamato Giorgia Meloni e altri membri del centrodestra “banditi” durante un’arringa a favore del No al Referendum sulla giustizia. Va da sé che La Russa, pubblicamente, abbia preteso delle scuse prima di passare alle vie legali. Va da sé che questa mossa sia sbagliatissima, anche solo dal punto strategico, perché è ovvio che un politico che minaccia querela non attiri grandi simpatie. Ma questo è il solito tran tran tra politica e intellighenzia nell’era dei social, dove Saviano si stupisce di una querela della Meloni dopo averla definita “bastarda” e dove Montanari allarma la società civile sull’emergenza autoritaria in Italia se il presidente del Senato minaccia di denunciarlo dopo essere stato definito “bandito”.
Tutto questo stupore, anche un po’ naif, è ovviamente falso. Montanari sapeva esattamente a cosa sarebbe andato incontro. Comunque andrà, lui ha potuto non solo attaccare il governo e la destra una volta in più, insinuando che queste reazioni scomposte siano frutto della frustrazione provata nel vedere il Sì in svantaggio nei sondaggi (non gli passa per la testa che La Russa non abbia semplicemente apprezzato la definizione di “bandito”?), ma persino promuovere il suo nuovo libro, ovviamente sul fascismo, pubblicato da Feltrinelli in una collana dalle copertine seriose e bellissime. “Immagino che tutto questo nervosismo si debba al ‘Sì’ in svantaggio, e forse anche al mio libro in uscita l’8 aprile, e che proprio ieri Feltrinelli ha lanciato (La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista).
Quindi per Montanari è plausibile che il governo e per estensione La Russa siano “nervosi” perché un suo libro sul fascismo è in pre-order, uno dei tanti libri sul fascismo che escono ogni anno, soprattutto da tre anni a questa parte. Fa già ridere così, ma fa ancora più ridere se si pensa che quel comunista di Montanari, intento a sfornare l’ennesimo libro della stagione, sia sceso a patti con qualche tecnica di marketing, dall’uso del vittimismo all’Identifiable Victim Effect (che porta la gente a acquistare se l’aquisto si riferisce a una persona concreta giudicata come vittima). Insomma, fa ridere pensare che Montanari fa il comunista solo perché è un capitalista e deve vendere il libro che ha appena pubblicato. Non solo questo è legittimo, ma è sano e sacrosanto. Per cui buon per lui. Difficile che perderà in una causa contro un politico (i politici, a dispetto delle dicerie, non vincono quasi mai), nonostante secondo la legge La Russa potrebbe non avere tutti i torti a sentirsi diffamato. E soprattutto buon per lui, perché con tutta questa tiritera si è garantito certamente qualche copia venduta in più.