"Riti privati", il nuovo romanzo di Julia Armfield tradotto da Ilaria Oddenino per Mercurio, si apre in un mondo in cui l'acqua ha già vinto. Le città sopravvivono spezzate da pontili improvvisati, moli instabili, quartieri divorati lentamente dalle maree. Il mare è ovunque, insinuato nelle architetture, nei trasporti, nelle abitudini, perfino nel linguaggio dei personaggi. Eppure la fine del mondo, qui, non ha niente di spettacolare. Arriva per accumulo, per stanchezza, per progressiva erosione delle cose.
Al centro del romanzo ci sono tre sorelle, Isla, Irene e Agnes, riunite dalla morte del padre, architetto celebre e presenza emotivamente ingestibile attorno alla quale continua a gravitare tutta la loro esistenza. La casa che l'uomo ha costruito, progettata per sollevarsi sopra il livello dell'acqua grazie a gigantesche strutture di cemento armato, continua a dominare il paesaggio come un'estensione materiale del suo carattere: imponente, fredda, incapace di accogliere davvero chi la abita. È una delle intuizioni più forti del libro. In "Riti privati" gli edifici sembrano possedere una memoria propria, trattenere il peso delle relazioni, trasformarsi in residui fisici dei legami umani. La casa paterna continua a incombere sulle figlie anche dopo la morte dell'uomo, proprio come certi traumi familiari sopravvivono ai corpi che li hanno generati.
Intorno, il mondo si restringe lentamente. Alcune zone della città non esistono più, i trasporti funzionano a fatica, intere abitudini appartengono ormai a un passato irrecuperabile. Mangiare una banana, comprare dei fiori, prendere un treno: Armfield dissemina il romanzo di dettagli minimi che bastano da soli a raccontare il collasso. Non serve quasi mai nominare apertamente la catastrofe climatica, perché il disastro è già sedimentato nella vita quotidiana dei personaggi, nella loro stanchezza, nella sensazione costante di abitare un mondo sopravvissuto a sé stesso. Ma la cosa più inquietante del romanzo è forse il modo in cui la catastrofe smette lentamente di essere soltanto una minaccia e assume quasi i contorni di una promessa. In uno dei passaggi più belli del libro, Isla ricorda la madre sprofondata nella paranoia, ossessionata dalla pioggia e dalla fine imminente: "Il modo in cui parlava della pioggia, del pericolo, della catastrofe, della fine imminente. Il suono della sua voce, quella volta in cui Isla l'aveva sentita parlare con il padre in cucina: sento che ci sono quasi, sta per succedere qualcosa di buono".
Dentro questa frase c'è qualcosa di profondamente perturbante. Armfield suggerisce infatti che la rovina possa trasformarsi, per alcuni personaggi, in una forma di attesa, quasi di sollievo. La fine del mondo diventa allora anche la fine dell'ansia, dell'incertezza, della sensazione di vivere costantemente sull'orlo di qualcosa. È un'intuizione molto potente perché sposta "Riti privati" fuori dai confini della semplice distopia climatica e lo avvicina piuttosto a una riflessione sul desiderio umano di cedere finalmente al collasso, di smettere di opporre resistenza.
Ed è forse proprio questa la qualità più inquietante del romanzo. Nessuno qui prova davvero a salvare il pianeta. È troppo tardi da tempo. Gli esseri umani continuano semplicemente a vivere: lavorano, litigano, si desiderano, fanno sesso, si amano male, cercano di dare una forma ai propri giorni mentre tutto lentamente marcisce attorno a loro. Armfield osserva questa umanità esausta con una lucidità quasi crudele, senza mai cedere al cinismo. La sua scrittura è una delle cose più belle del libro. Una prosa liquida, sensuale, attraversata da improvvise aperture liriche che ricordano certa grande narrativa weird contemporanea. Anche nei momenti più intimi, nei corpi che si cercano o negli scoppi di rabbia, la lingua mantiene qualcosa di ipnotico, come se ogni scena fosse osservata attraverso il vetro deformante dell'acqua.
Non sorprende che Jeff VanderMeer abbia definito "Riti privati" uno dei suoi romanzi preferiti. Come nei migliori libri weird, ciò che inquieta non è tanto l'eccezionalità dello scenario quanto la sua prossimità. Il mondo raccontato da Armfield appare continuamente sul punto di diventare il nostro. O forse lo è già.
"Riti privati" richiede un piccolo atto di fiducia iniziale. La narrazione si muove lentamente, per stratificazioni successive, seguendo più le correnti emotive che la tensione narrativa. Poi però il romanzo cambia profondità. Le immagini cominciano ad accumularsi una sull'altra, la città sommersa prende corpo, i rapporti tra le sorelle si incrinano sempre di più e il lettore finisce trascinato dentro qualcosa di molto difficile da scrollarsi di dosso. Come succede dopo certe immersioni troppo lunghe: quando si riemerge, ci si accorge di avere ancora addosso l'odore del mare.