Nel suo Conoscere la sinistra per evitarla (Giubilei Regnani editore, 2026), il filosofo Roger Scruton dà la definizione più chestertoniana della cosiddetta New Left (una sinistra postmarxista incline alle scienze sociali più che al mondo reale), e cioè una definizione che passi dal terrore provato da questi nemici dell’ordine pubblico. In sostanza la sinistra considera il quieto vivere un inganno, una “struttura di dominio” (Foucault), un modo per controllare fin nei minimi particolari la vita del cittadino (biopolitica). Purtroppo, questa definizione, che alimenta i sentimenti di giustizia sociale della New Left, che noi conosciamo con un altro nome, “sinistra woke”, hanno dato origine a una burocrazia censoria ipertrofica tanto che “la causa della ‘liberazione’ ha visto la proliferazione di più leggi di quante ne siano mai state inventate per sopprimerla: basti pensare a ciò che viene imposto in nome della ‘non discriminazione’” (p. 29). Più che un paradosso, quella della New Left è una plateale contraddizione che dimostra in modo chiarissimo come l’ideologia della neosinsitra sia intrisa di nonsenso. Anzi, sia il trionfo del nonsenso. Non è un caso che la violenza venga giustificata per via teorica più a sinistra che a destra (anche se praticata poco da entrambe le parti negli ultimi decenni), dal momento che uno scollamento tale dalla realtà impone alla sinistra di intervenire con testa dura, corna e mazze, nella speranza di abbattere, smussare e deformare la realtà stessa.
È allora chiaro che la sinistra ha bisogno di molta narrativa e letteratura, non potendo sopperire alle sue mancanze con un po’ di scienza. Cos’altro sono le scienze sociali in generale se non un tentativo di dare dignità accademica a ciò che Scruton giustamente chiama “dramma”, e che è la quintessenza della storiografia revisionista di stampo socialista? Da Hobsbawm a Thompson e Hill, c’è bisogno, spiega Scruton, di raccontare il passato attraverso la lente della lotta di classe. E così facendo si finisce per “inventare il passato” (p. 65). Qual è un passaggio fondamentale per chiunque voglia dirsi di sinistra? Chiaramente l’antiamericanismo, che altro non è che l’anticamera dell’odio per l’Occidente. Cosa si intende per odio verso l’Occidente? Mi sembra sia un sentimento esemplificato alla perfezione dalla scrittrice Ginevra Bompiani, che auspica la fine della guerra in Ucraina sperando che si accettino le richieste “ragionevolissime” di Putin. Ecco, questo trasformare in ragione la s-ragione è il senso dell’odio verso l’Occidente (cioè verso la ragione filosofica). Un esempio riguarda i critici del libero mercato. Scrive Scruton: “Lungi dal considerare questo ‘consumismo’ come il risultato necessario della democrazia, la sinistra ha cercato di dimostrare che il consumismo non è democrazia, ma una sua forma patologica” (pp. 82-83). Un’altra caratteristica è lo spreco di intelligenza. Non si deve commettere l’errore di considerare i critici del capitalismo come dei menomati. Al contrario, il danno culturale che producono non potrebbe essere di tale portata se gli intellettuali non fossero effettivamente intelligenti. In cosa consiste questo danno? Nella sterilità argomentativa: “Nonostante tutta la loro intelligenza, lasciano le vere questioni intellettuali esattamente dove le hanno trovate” (p. 127)
Per capire un altro attributo degli intellettuali della New Left val la pena di fare un salto in Francia, dove i filosofi son stati nel Novecento veri campioni di egocentrismo. Cos’è per loro il proletario? Per i figli delle Università umanistiche del Continente: “Il lavoratore è ridotto a una mera astrazione, non dalla monotonia della produzione capitalista, ma dalla retorica infuocata della sinistra intellettuale. Il lavoratore diventa il mezzo per l’esultazione dell’intellettuale e può essere eliminato senza scrupoli quando non riesce più a svolgere il suo compito” (p. 163). I toni, va da sé, sono perfettamente coerenti con questa nuova idolatria dell’intellettuale militante e dunque intollerante, tant’è che Scruton conia una definizione perfetta per questo nuovo fenomeno di fervore dogmatico: “jihad dell’impegno” (ibid.). In questo senso, l’impegno diventa una mera lotta contro “i falsi profeti”, e l’obiettivo è sostituirli. Bella, ovviamente, ma è un pregio dei grandi intellettuali come Scruton, la chiarezza di giudizio, come quando definizione l’argomentazione che apre (e inchioda il lettore indottrinato) del Capitale di Karl Marx semplicemente “disastrosa” (p. 203) o come quando liquida il “nuovo marxismo” di stampo tedesco (Scuola di Francoforte e Lukács), profondamente antborghese e grossolano nel far combaciare proletariato e marxismo (e dunque concependo il destino di una classe solo relativamente all’ideologia comunista): “È davvero questa un’enunciazione autenticamente proletaria? Ma per favore!” (p. 221). O quanto, in modo definitivo, smonta lo “stile althusseriano” che “crea l’equivalente intellettuale di uno Stato totalitario, in cui tutto è governato da un’unica ortodossia, racchiusa in slogan ipnotizzanti, senza opposizione né diversità” (p. 281). D’altronde “entrambi i movimenti [comunista e fascista, ndr] consideravano il diritto come facoltativo e i vincoli costituzionali come irrilevanti, poiché entrambi erano essenzialmente rivoluzionari, guidati dall’alto da una ‘disciplina di ferro’” (p. 321).
C’è spazio anche perla retorica spiccia di Badiou e i suoi compari, in quel “misto esuberante di pio desiderio, entusiasmo politico e pseudo-matematica”, per non parlare di Zizek, che “pubblica due o tre libri all’anno” (evidentemente troppi) e salta “come una cavalletta da un argomento all’altro”. Roger Scruton non propone solo una rassegna delle insensatezze della New Left, ma ne diagnostica l’inconsistenza filosofica e morale, tale da configurare, fin dai presupposti, un’ipotesi di neototalitarismo veicolato da moventi culturali e d’accademia: “Qualunque sia la spiegazione, abbiamo visto, in ogni autore considerato in questo libro, il presupposto di una correttezza a priori. Non importa che l’uguaglianza non possa essere definita né collocata concretamente. È semplicemente ovvio ce sia la risposta, così ovvio che non abbiamo bisogno di definire la domanda. Allo stesso tempo, esiste nella sinistra una notevole paura dell’eresia, un desiderio di salvaguardare l’ortodossia e di perseguitare i dissidenti” (p. 452). Forse è bene conoscerla, questa sinistra, non solo per evitarla, ma anche per combatterla.