È iniziato tutto da X Factor nel 2010, ma soprattutto: è iniziato tutto perché i suoi genitori non se la sono sentita di firmare il contratto che gli era stato proposto...
Partire dall'Italia a 18 anni per l'Argentina e diventare uno dei volti di punta della Disney. Una generazione di bambini e pre-adolescenti cresciuti guardando Violetta e Soy Luna, conosce benissimo Ruggero Pasquarelli: per gli altri invece, bisogna tornare indietro nel tempo, all' X Factor di Rai 2. Per la precisione all'edizione 2010, quando Mara Maionchi aveva in squadra un concorrente giovanissimo, appena 16 anni, che le ricordava Gianni Morandi per spontaneità e leggerezza. Arrivò quinto e, incredibilmente, pare che la sua fortuna sia stata proprio non piazzarsi sul podio.
Ma che succede quando si esce dalla bolla della Disney? Bisogna ripartire da zero. Adesso, dopo esserci riuscito in Argentina, aggiungere un nuovo secondo inizio: stavolta però in Italia, e chissà, magari in futuro, ci sarà anche Sanremo. Nel frattempo, non si è lasciato sfuggire il ruolo dell' Italiano nella serie Netflix Cent'anni di solitudine.
Il 15 gennaio è uscita Fashion Week, come nasce questa canzone?
Fashion Week è la terza canzone in italiano nella mia carriera e sono davvero contentissimo, perché è un pezzo che avevo fermo da quasi due anni. Per questo nuovo inizio in italiano, ce n'è voluto di tempo: nel senso che dovevo sentirmi pronto, finché è arrivato il momento lo scorso settembre con Notti Italiane come prima canzone, poi Sentimenti che è stata la seconda a dicembre, e adesso Fashion Week, che è uscita in concomitanza proprio con la Milano Fashion Week. È una canzone che parla di una fuga, uno scappare dalla quotidianità: chiudi gli occhi, vieni via con me, ti porto a vivere un sogno glamour per una notte.
Prima hai parlato di “nuovo inizio”: che intendi?
Che ora devo fare lo stesso percorso fatto in America Latina quando ho finito con la Disney, devo iniziare a far conoscere chi è davvero Ruggero con la mia musica. Dopo 13 anni che vivevo in Argentina, sognavo un ritorno in Italia. Però posticipavo sempre, finché è arrivato il momento: l'Italia è il mio Paese e sono anche orgoglioso di rappresentarlo all'estero. In Argentina sono il “Tano”, non ci sono molti italiani che cantano in spagnolo questo momento.
Punti a Sanremo?
È un obiettivo. Non ci ho ancora nemmeno provato, perché non è il momento: non voglio andare al Festival come lo sconosciuto che viene dall'Argentina, che va lì, canta una canzone e vediamo come va. Io voglio andare a Sanremo con il mio percorso in italiano già avviato, con il mio nome che possa almeno suonare come già sentito nelle orecchie delle persone.
Tu sei partito giovanissimo per andare dall'altra parte del mondo: è stato difficile?
Avevo 18 anni, ho accettato entusisasta senza nemmeno sapernparlare spagnolo. Professionalmente parlando, è stata un'esperienza bellissima, ho vissuto cose straordinarie; da un punto di vista personale, ero a 12mila chilometri di distanza dalla mia famiglia, dai miei amici. Dovevo crescere un po' da solo, perché non avevo nessuno a cui appoggiarmi, e questo in effetti, è stato duro. Però sempre “duro” dal punto di vista di un ragazzo fortunato che sta vivendo il suo sogno. E comunque, allo stesso tempo, ero circondato dalle persone della famiglia di Disney, che mi hanno preso e accompagnato.
Cosa ti ha lasciato la Disney?
Ho vissuto esperienze uniche che mi hanno fatto crescere molto in fretta. Io sto lavorando per fare in modo che accadano di nuovo, però c'è la possibilità che quel tipo di esposizione non torni più, perché quando con il cast andavamo in tour, ho vissuto davvero vita da popstar in giro per il mondo e tutto sembrava facile.
In che senso?
Dopo Violetta, io ho avuto subito la possibilità di iniziare un altro progetto che è Soy Luna. Ma vedevo da lontano i miei compagni di Violetta che, conclusa la serie, si rendevano conto che per tutto quel tempo, erano stati in una bolla. Proprio per questo, dopo Soy Luna, ero pronto psicologicamente: sapevo già che una volta finito tutto, avrei dovuto riniziare daccapo. Infatti quando nel 2018 ho detto basta con la recitazione e con Disney perché volevo concentrarmi sulla musica, che era quello che sognavo dai tempi di X Factor, mi sono ritrovato a ripartire da zero. La prima difficoltà era vendere i biglietti, cosa che invece con i tour della Disney era semplicissima: in meno di 24 ore, tutti i palazzetti erano sold out. Invece dopo mi sono ritrovato a fare spettacoli più piccoli, in cui mi ritrovavo a chiedermi: “Oh ma che succede? Prima riempivo i palazzetti”. Però sapevo già che sarebbe successo: chiaramente è stato un processo da analizzare, da capire bene, però ero preparato. Proprio perché avevo visto da lontano quello che i miei amici di Violetta avevano vissuto.
Come si ricomincia dopo la vita nella bolla?
Bisogna iniziare a fare un percorso inverso: iniziare a lavorare su quel pubblico che era appassionato di Disney e portarlo sul proprio progetto personale.
Ancora oggi, dopo tanti anni che ho smesso con la Disney, mi chiedono di cantare quelle canzoni perché molti sono affezionati ai personaggi delle serie. A dire la verità, quando agli inizi facevo gli spettacoli dal vivo con i miei pezzi e mi chiedevano le canzoni di Soy Luna e Violetta, mi frustrava un po', però poi ho capito che fa parte di me: sono il mio passato e la mia crescita, perciò perché frustrarmi?. È un convivere con il personaggio che sei stato per poi, adesso, mostrare chi sei.
Hai recitato in Cent'anni di solitudine, la serie Netflix: altri progetti?
È vero che mi sto dedicando alla musica, ma la recitazione è una delle mie passioni: quando mi hanno chiamato per interpretare l'Italiano, ho detto si perché è una di quelle opportunità che ti capita una volta nella vita. Stiamo parlando di un progetto di una magnitudine troppo grande da raccontare. Mi piacerebbe recitare in italiano, è tanto che non lo faccio.
Hai esordito con X Factor, lo segui?
No, nel senso che ogni tanto i miei genitori mi chiamano e mi dicono di guardarlo perché c'è qualche concorrente che è bravissimo, però dall'Argentina è un po' più complicato. Ogni tanto vedo dei video in rete.
Consiglieresti a un ragazzo di partecipare?
Se lo vivi come un'esperienza per crescere, un po' come so fosse una gavetta, per capire bene cosa vuoi fare nel mondo artistico, cosa scrivere in studio e cosa comunicare, si. Però se pensi che sia un punto di arrivo e che lì ti trasformi in un artista famoso, allora lo vivi nella maniera sbagliata. Non bisogna avere aspettative troppo alte, sennò poi cadi e non ti rialzi più.
Per te è stata un'esperienza positiva?
Per me è stata un'esperienza super positiva, perché mi ha dato lo slancio per iniziare a creare la mia carriera. La mia fortuna è che ho finito classificandomi quinto.
In che senso?
Si, la mia fortuna è stata non entrare tra i primi quattro e firmare automaticamente un contratto discografico, così sono stato libero di fare le mie scelte. Io ero minorennne, mi era stato proposto un contratto lunghissimo che, all'epoca, i miei genitori non si sono sentiti di firmare: è stata la scelta più giusta perché poi, quando ho compiuto 18 anni, ho potuto prendere le mie decisioni senza avere vincoli.
Contratto quanto “lunghissimo”?
Quando sono uscito, mi proposero un contratto di dodici anni: se i miei genitori avessero firmato, sarebbe finito solo tre anni fa. Non firmare è stata la scelta corretta per la mia vita: io poi ho lasciato fluire, oggi sono contentissimo della mia vita professionale e privata. Vivo tutto con leggerezza, ma con l'obiettivo di concretizzare ogni cosa che mi propongo.